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‘All Mirrors’ di Angel Olsen è l’album di cantautorato americano che dovete sentire

Fra archi cinematografici e drammi dark, la songwriter ha pubblicato il suo disco più riuscito e coraggioso
4.5 / 5

Le orchestre sono le pile di Marshall dell’indie rock. E lo sono a vari livelli: come operazione di appropriazione dal basso di elementi culturali elitari, come decostruzione di quegli stessi elementi, come rivincita del collettivismo sui miti dell’individualismo e dell’eccezionalità americana che ultimamente hanno assunto forme preoccupanti. E poi: quando sono fatte bene, le orchestrazioni sono una bomba. Ce ne sono in abbondanza nell’ultimo album di Angel Olsen All Mirrors, il pezzo migliore di una discografia eccellente, dove la cantante dà sfogo all’inclinazione da primadonna del folk gotico.

Chi conosce Olsen come la cantante di Burn Your Fire For No Witness (l’album di Unfucktheworld) verrà colto di sorpresa dalla grandeur vagamente alla Björk del nuovo album, anche se My Woman del 2016 già mostrava chiaramente un’artista dalla traiettoria tutta da valutare. Canzoni dai vasti paesaggi orchestrali si alternano a brani suonati da una band che risultano ugualmente cinematografici, mentre il contralto tormentato di Olsen passa dal sussurro tremante al pianto penetrante.

Qui si naviga attraverso dubbi e tormenti sentimentali. Nulla è semplice, né chiaro. Nonostante il titolo, Too Easy parla di estasi amorosa con un sound a metà fra Stereolab e Beach House. In Lark è come stare sul trenino delle montagne russe che sbanda in salita, mentre si canta di tradimento e crisi. Il finale potrebbe essere il minuto più catartico che vi capiterà d’ascoltare quest’anno. A un certo punto, Olsen ripete la frase “dream on” in modo decisamente più minaccioso di quanto facesse Steven Tyler. Gi archi vanno in picchiata come bombardieri e sganciano glissando che suonano viscerali tanto quando i drop di Skrillex, mentre la cantante gigioneggia – “You say you love every single part / What about my dreams? / What about the heart? / Trouble from the start” – e l’ultimo crescendo lascia il campo a note di chitarra in feedback. Dopo essere passati attraverso il vortice orchestrale, suonano estremamente pungenti (una metafora provocatoria di per sé).

In quanto agli arrangiamenti per archi, che sono l’anima sonora di All Mirrors, Olsen ha lavorato sia con il co-autore e membro della sua band Ben Babbitt, sia con Jherek Bischoff, musicista versatile che ha collaborato con Amanda Palmer (in particolare in una serie di gustose canzoni-tributo a Bowie), David Byrne (vedi l’album di Bischoff Composed, pubblicato dall’etichetta dei National, Brassland), Parenthetical Girls e altri. Gli archi evocano a volte gli arrangiamenti di Nelson Riddle per Sinatra e Linda Ronstadt, a volte somigliano alle cadute in picchiata di Black Angels di George Crumb. In What It Is i violini, e non solo quelli, alternano squilli dissonanti e cavate violente su un incedere glam rock, mentre in New Love Cassette sono imponenti sullo sfondo di un beat polveroso, una tensione che si riflette nel ritornello tremolante che a sua volta contrasta con i versi bassi e minacciosi. Gli archi che si ascoltano sotto il mea culpa disturbante di Impasse si muovono vertiginosamente, Olsen grida “I’m just living in my head!” in modo da farla sembrare sia una difesa, sia una confessione.

Il disco si chiude con lo spettacolo relativamente sommesso di Endgame, un’epopea pop anni ’50 modello Julie London, e con Chance, una richiesta avanzata da un girl group, ma interpretata da una sola cantante e nobilitata da un wall of sound miasmatico, con la voce tremante di Olsen che chiede al suo amante di vivere il presente, senza scrivere il futuro, mentre la sua figura si dissolve nel tramonto.

Non ci sono canzoni immediatamente orecchiabili quanto Shut Up, Kiss Me del 2016 che era una cosa tipo Elvis-via-Patti Smith. Questa volta Olsen ha un’altra cosa in mente, invita a prestare grande attenzione e farlo è necessario per comprendere appieno il disco. Vale la pena. All Mirrors trasmette emozioni viscerali e complesse, è uno dei migliori dischi dell’anno e merita di essere ascoltato con un buon impianto audio – è un album con cui trascorrere del tempo, dentro cui cadere, in silenzio, pronti a farsi baciare.

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