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‘Alita’, la recensione: un’epopea cyberpunk fuori tempo massimo

L'adattamento del manga prodotto da James Cameron e diretto da Robert Rodriguez è visivamente eccitante, ma ci sono voluti troppi anni per farlo. E ormai sembra tutto un po' sorpassato

Se volete sapere che cosa ha fatto James Cameron da quando ha conquistato i box office di tutto il mondo con Avatar 10 anni fa – oltre a provare a mettere in piedi sequel di cui non abbiamo ancora una data di uscita – vi consigliamo di dare un’occhiata ad Alita – L’angelo della battaglia. Alla fine Cameron non ha diretto questa epopea cyperpunk, adattamento del manga di Yukito Kishiro, con a disposizione un budget di 200 milioni di dollari e l’esercito di Peter Jackson per gli effetti speciali: ha affidato la regia al maestro dei B-movie Robert Rodriquez (quello di Dal tramonto all’alba, Sin City e Machete). Ma il “re del mondo” di Titanic ha prodotto e co-scritto la sceneggiatura con Laeta Kalogridis (Shutter Island) e il suo tocco è su tutto il film. Decidete voi se questo è un buon compromesso.

Siamo nel 2563, una cyborg guerriera ha trascorso gli ultimi 300 anni rotta e senza vita in una discarica, residuo di una guerra apocalittica che ha distrutto l’incasinato paesaggio urbano noto come Iron City. L’élite vive a Zalem, una metropoli galleggiante che simboleggia un sogno impossibile per i lavoratori, i cacciatori di taglie e i criminali che vivono sotto. Uno di quei sognatori è Dyson Ido (Christoph Waltz), un dottore la cui specialità è la riparazione dei cyborg. Il suo è un talento che si rivela utile quando trova la ragazza mezza umana / mezza robot lasciata lì in pezzi e con un grave caso di amnesia.

Lei non riesce a ricordare il suo nome, così Ido la chiama come la figlia defunta – Alita – e collega il suo cervello e il suo cuore potente e anti-materico a un corpo cyber che stava tenendo da parte da quando la figlia è stata uccisa. Chiamate Freud! Rosa Salazar (Parenthood, American Horror Story) fa un ottimo lavoro di motion-capture nella ricostruzione di Alita, fatta eccezione per le distrazioni che derivano da un rifacimento digitale che le conferisce enormi occhi da cartoon e la pelle liscia e tirata di una patita di chirurgia plastica. Per il ruolo funziona. Più o meno.

Come gioca tutta questa produzione alla Ghost in the Shell per il film nel suo insieme? Altra bella domanda. Nonostante la mancanza di originalità, il setup mantiene molte promesse, e Rodriquez e Cameron lo rendono visivamente eccitante, soprattutto quando Alita inizia a ricordare le sue vecchie abilità nel combattimento e il suo istinto omicida torna a prendere tutti a calci. Inoltre Waltz e Salazar aggiungono tanto calore ai personaggi da voler sapere di più delle loro storie passate. Scatta invece l’allarme piccioncini quando la nostra eroina incontra Hugo (Keean Johnson), un ragazzo umano particolarmente insipido. Se un vasetto di miele potesse scrivere scene d’amore, sarebbero come i momenti di flirt stucchevoli tra questi due adolescenti.

Fortunatamente, Hugo coinvolge Alita nel Motorball, il passatempo nazionale di Iron City. È un brutale derby sui roller che può farti uccidere o farti vincere un biglietto per Zalem. All’inizio, queste scene sembrano volare fuori dallo schermo grazie all’energia cinetica del film. Poi le cose iniziano a trascinarsi, non solo per la ripetitività, ma anche per la trama contorta. Sembra che l’ex moglie di Ido, Chiren (una sinistra ma alla moda Jennifer Connelly) stia cospirando con il malvagio Vector (Mahershala Ali, al di sotto del suo talento) per truccare il gioco con i cyberatleti. Perché? Qualcuno ai piani alti della città lo ha ordinato. (Proprio alla fine, vediamo che quel qualcuno è interpretato da un attore nominato all’Oscar, ma non vi diremo chi).

Quello che è chiarissimo però – ed è un peccato – è che Alita – L’angelo della battaglia non è propriamente un film. Piuttosto è un frammento, il quadro per un sequel (o per una serie), ed è difficile immaginare il pubblico chiedere un seguito. Anche i momenti in cui il lungometraggio si riscopre per la sua forza cinematografica sono seguiti da riempitivi e ricicli. Cameron ha cercato di portare la storia di Alita sullo schermo per due decenni. Non c’è da stupirsi se tutto sembra un po’ traballante e troppo lavorato. A quei tempi avrebbe potuto essere un successone. Ma ora, dopo la caterva di epica a fumetti e di altre fantasie sci-fi piene di computer graphic, il film sembra aver superato la sua data di scadenza. Alita – L’angelo della battaglia sembrerebbe pronto a spaccare, ma il tempo gli ha succhiato via un po’ di vita.