Alicia Keys, si può fare un disco extralarge senza un ego extralarge | Rolling Stone Italia
Home Recensioni

Alicia Keys, si può fare un disco extralarge senza un ego extralarge


‘Keys’ è un master in buon gusto musicale, il disco più ambizioso inciso dalla cantante, un doppio che evoca varie epoche musicali senza alcun bisogno di flexare

Alicia Keys

Foto press

Quanti sono stati gli artisti che nel 2021 hanno risposto ad enormi aspettative con tracklist extralarge? Pensate agli 86 minuti di Certified Lover Boy di Drake o all’inutilmente prolisso Donda di Kanye. Alla lista ora possiamo aggiungere anche Alicia Keys. Keys, il suo ottavo album, è un doppio con 26 canzoni. E però Alicia non è una indulgente con se stessa, perciò ha diviso il progetto in due parti distinte che lo rendono più facilmente assimilabile: Originals, che lei descrive come un set di canzoni «tranquille per pianoforte», e Unlocked, che comprende i brani della prima parte rielaborati in chiave più ritmata.

Il risultato è un doppio che alterna jazz ballad e dance moderna, con una lista di co-autori e collaboratori che va da Swae Lee fino a Brandi Carlile. Il sound sarà leggermente diverso dal solito, ma la sensibilità è quella di sempre. Fin da quando era un’emergente che mescolava piano classico con hip hop newyorkese e r&b, Keys si è sempre dedicata alla combinazione di stili ed epoche diverse.

Come prevedibile, Originals è la parte in cui Keys sembra più a suo agio. Co-prodotta con il marito Swizz Beats, Plentiful si apre con Alicia che si riscalda con Chopin e si trasforma in un rap in stile East Coast venato di gospel, con tanto di cameo di Pusha T. La melodia vocale di Skydive galleggia su un pianoforte essenziale e un beat scarno. Best of Me, uno dei tanti brani firmati con il veterano del neo soul Raphael Saadiq, prende un sample di Sade per costruire un momento di estasi potente. Is It Insane è assieme splendida e desolata, così vintage da essere accompagnata dal suono gracchiante d’un vecchio 78 giri ed è seguita dal trap-soul di Billions, che getta un ponte fra Billie Holiday e Summer Walker. E poi c’è Love When You Call My Name, un hippie-soul anni ’70 che ricorda il disco che Laura Nyro registrò con le Labelle.

In questo viaggio attraverso varie epoche sta l’essenza di Alicia Keys. In Nat King Cole arriva persino a spiegare quant’è difficile trasformare le influenze classiche in qualcosa di contemporaneo e «inserire la variabile del tempo in una qualcosa che è fuori dal tempo». È come se Alicia Keys stesse tenendo un corso all’Università del Gusto Musicale. Di sicuro sarebbe una gran prof.

Il beat di Nat King Cole è opera del superproduttore Mike Will Made It, che affianca Keys in tutto Unlocked. Fanno capire subito le loro intenzioni in Only You, una delle ballate meno interessanti di Originals che diventa un pezzo house con voci pitchate che danno l’idea di trovarsi in una stanza di specchi. Alcune idee della seconda parte sono davvero ispirate: Nat King Cole diventa trip hop alla Portishead, con una grande strofa di Lil Wayne (“Non mi dimenticheranno mai, come Obama / Non mi dimenticheranno mai, come le vecchie estati / Sono tutti alla guida sul viale dei ricordi”), mentre Old Memories passa dall’Aretha degli anni ’60 alla Chaka Khan degli ’80.

Unlocked contiene anche canzoni nuove: Lala è un r&b sognante con Swae Lee, in Come For Me appaiono Lucky Daye e la voce bassa e sempre piacevole di Khalid. Non tutte le idee della seconda parte funzionano a dovere. Mike Will fatica a trovare il beat giusto per Love When You Call My Name, che suona costruita forzatamente, mentre la batteria aggressiva che ha aggiunto a Daffodils (scritta con Natalie Hemby, un talento di Nashville) sembra giusta più per Tyler, The Creator che per Alicia Keys. Per un produttore tanto impegnato e richiesto non dev’essere stato facile mantenere lo stesso livello per un intero disco di remix.

Detto questo, la forza che guida il disco è la visione di Keys, contemporaneamente autorevole e leggera, grandiosa e libera, profondamente rispettosa e un filo sovversiva. Per Alicia Keys pensare in grande non significa gonfiare l’ego.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  alicia keys