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Aiuto, nel nuovo disco dei Coldplay hanno sostituito Chris Martin con Bono

Nel doppio album ‘Everyday Life’ il 'presabbenismo' con cui la band aveva riempito gli stadi nell'ultimo decennio è scomparso, sostituito da riferimenti a guerra, razzismo, violenze della polizia e da tanta, tantissima spiritualità

Coldplay

Foto press

Invecchiare non è bello per nessuno. Il mondo diventa una stanza sempre più angusta, sempre più irrazionale ma allo stesso tempo calcolabile e gli occhi del fanciullo svaniscono nel fiatone del calcetto del lunedì o nell’hangover bisettimanale dopo tre doppio malto con gli amici – gli stessi del calcetto probabilmente. Per quanto madre natura possa aiutare a ingannare l’implacabile ticchettio – “ah quanto invecchia bene Chris Martin”, stereotipo immortale quanto il soggetto di cui tratta – il tempo passa per tutti, anche per il sempiterno frontman dei Coldplay che, per il nuovo doppio album Everyday Life, sembra l’incarnazione della nozione cartesiana “Dopo i 40 anni in discoteca? solo se è tua”. Ed eccoci qua, la serotonina musicale di A Head Full of Dreams si è prosciugata, lasciando Martin e soci con un down pazzesco da smaltire, e gli “anta” sono lì che se la ridono; sarà per questo che dopo la copertina sotto LSD dell’ultimo lavoro – immensa meringa di coretti da stadio, pop elettronico da crossfit e le immancabili piano-voce straccia mutande/palle a seconda dei gusti – e tutta la presabbenismo à la “ciao mamma guarda come mi diverto” ostentata dalla band da qualche album a questa parte, la realtà è passata a chiedere il conto anche ai Coldplay.

Insomma, il rave da boy scout in cui Chris Martin e compagnia avevano trascinato i propri fan dalle campane di Viva la Vida in poi, almeno per ora, è finito. Certo il festone good vibes ha dato tanto, tantissimo – con il tormento degli esordi non ci riempi gli stadi, i cuori infranti stanno sotto il piumone – ma per il non-più-così-giovane Chris era giunto il momento di affrontare una nuova fase della sua vita, la fase Bono. Tanti saluti agli elefantini avventurosi di Mylo Xyloto, alla vita Magic di Ghost Stories, o agli inni da weekend dell’ultima fatica in studio, nel nuovo doppio album (diviso tra Sunrise e Sunset) convivono delusioni amorose, la morte, genitori distanti, guerra, razzismo, il controllo sulla vendita di armi, le violenze della polizia, l’apartheid, e tanta, tanta fede. In una parola, Bono. Ah, si parla anche di cambiamento climatico, ma senza improbabili campionamenti a Greta Thunberg, sia fatta lode!

Mettendo temporaneamente da parte l’apertura sinfonica di Sunrise – degli arrangiamenti di Everyday Life parleremo dopo – ecco che la scoperta del mistico di Chris Martin entra subito a gamba tesa con Church, e il titolo è un’evidente dichiarazione di intenti. Non temete, niente prediconi in stile Kanye il convertito, ma una preghiera timida, sussurrata nel falsetto che ha reso Chris Martin l’imperatore del falsetto, sopra un tappeto di archi, arpeggi strutturati e accenni di trip-hop – notevole lo scambio tra la drum machine e la batteria – per quello che già si candida come il miglior brano del disco. Il significato di Church, tuttavia, sta tutto nel sample di Jaga Ji Laganay, brano del cantante pakistano Amjad Sabri ucciso nel 2016 in un attentato rivendicato da un gruppo estremista di Talebani: il messaggio della religione, qualunque essa sia, è l’amore e la speranza trascendentale, oltre qualsiasi divisione e odio, rispecchiato appieno nella commistione tra i suoni occidentali e arabeggianti che dominano la canzone.

Tuttavia, il cammino spirituale di Martin è bruscamente spezzato da Trouble In Town: gli abusi di potere della polizia (campionati!) e il razzismo (“Trouble in town / Because they hung my brother brown / […] Blood on the beat”) diventano un inquietante crescendo fino al coro dedicato a Mandela dei bambini coinvolti nel progetto African Childern’s Feeding Scheme (ACFS) di Johannesburg, per cui l’inevitabile richiamo all’apartheid sfuma nel progetto benefico messo in piedi dai Coldplay, che doneranno tutti i profitti del brano ad ACFS e Innocence Project, associazione no profit che aiuta le persone accusate ingiustamente di crimini. Bono, il tuo scettro da novello messia sta scricchiolando.

Continua il saliscendi tra sacro e profano, con il gospel di BrokEn (“Oh the Lord will shine a light on me”) infranto nell’amore paterno non ricambiato di Daddy, piano voce struggente per quella che è la vera ballad Coldplay dell’album – non provate a togliere le ballad a Chris Martin sennò si dechrismartinizza. E ancora, WOTW/ POTP – perché se “a world gone wrong”, allora “My faith is strong” – e il canto da cattedrale di When I Need A Friend (“Holy, Holy / Dove descend”). Premio della critica ad Arabesque, picco sperimentale dell’album realizzato insieme a Femi Kuti, figlio della leggenda Fela, e Stromae, forse tornato definitivamente alle sette note dopo la parentesi fashion. Qui la commistione tra pop occidentale e sfumature mediorientali è totale, sintomo sonoro del “we share the same blood” cantato nel testo e ribadito con arroganza in chiusura, “The same fucking blood”.

Poi si entra nella seconda parte dell’album, intitolata Sunset, di cui forse, in alcuni punti, si poteva fare a meno. Infatti, se Sunrise regala spunti musicali e tematici notevoli, qui Chris Martin e soci sembrano perdere la bussola tra la dylaneggiante Guns, l’arzigogolatissimo inno all’Africa di ÈKÓ, i “woo woo” del singolo Orphans o Old Friends, addio a un amico scomparso che dai rimandi al Bon Iver che fu delle prime strofe chiude con un passaggio melodico da colonna sonora di Into the Wild. Eddie Vedder esci da questo corpo.

Il secondo capitolo di Everyday Life, però, si risolleva con Cry Cry Cry – interessante la citazione al buddhismo sopra una base soul su cui, udite udite, Chris Martin sperimenta con la propria voce – e Bani Adam, in cui l’ubriacatura per il sampling pavoneggiata dai Coldplay su tutto il disco non oscura la poesia iraniana sulla comunione d’anime che pervade il creato, qui letta dalla Dottoressa Shahrzad Sami, la filosofa che accompagnò Chris e Gwyneth nel loro percorso di “conscious uncoupling”, ovvero come divorziare con un pizzico di freakness. La favola agrodolce di Champion Of The World – presumibilmente la storia di un pugile che, nonostante i cazzotti, insegue il suo sogno fino a diventare, appunto, champion of the world – con tanto di citazione finale a E.T. da lacrimuccia, e poi la chiusa, con la track title Everyday Life, in cui si cela il messaggio dell’album. “Cause everyone hurts/ Everyone cries/ Everyone tells each other all kinds of lies/ Everyone falls/ Everybody dreams and doubts/ Got to keep dancing when the lights go out”, ovvero, la vita di tutti i giorni può essere una merda ma, se teniamo duro tutti insieme, possiamo trovare la nostra dose quotidiana di felicità da condividere. Insomma, se questo album fosse un film, il ruolo di protagonista sarebbe indubitabilmente tra le mani di Will Smith.

Nel complesso Everyday Life, seppur con qualche scivolone di vanità, è un lavoro convincente, certamente il più ricercato del post Viva La Vida. Arrangiamenti stratificati, scelte musicali complesse ma mai ridontanti, e il jovanottismo che si era insinuato tra le corde vocali di Martin ha lasciato il posto a un’interpretazione canora contenuta e delicata, specchio del messaggio su cui si regge l’intero disco. Certo, l’ombra del ‘peace & love’ ingenuotto Made in U2 aleggia in quasi tutte la canzoni, ma Chris non cade mai nel paternalismo, alternando momenti di fede sussurrata – e per questo ‘umanizzata’ – a ritratti più crudi del mondo in cui ci tocca campare. Forse qualche fan dello sbrilluccichio da stadio rimarrà deluso (SPOILER: non ci sono hit da ritornello trapanato nel cervello) ma di questo, caro Chris, almeno noi ti siamo grati.

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