Mdou Moctar, la recensione di ‘Afrique Victime’ | Rolling Stone Italia
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‘Afrique Victime’ di Mdou Moctar ci ricorda cos’è la libertà nel rock

Vortici psichedelici, appelli all’unità del popolo africano, musiche ipnotiche: l'album del chitarrista tuareg è l’esempio perfetto di cosa può fare il rock senza l’ossessione per le strutture classiche

Foto: Cem Misirlioglu

Una volta Mdou Moctar ha detto: «Non so cosa sia esattamente il rock». Dopo aver ascoltato Afrique Victime, l’ultimo album del cantante e chitarrista tuareg, forse è meglio così. Nelle otto canzoni del disco si respira una libertà che i rocker affermati europei e americani non capiranno mai, giacché sono imbrigliati fin da bambini nelle rigide strutture strofa-ritornello-bridge. Questo non significa che Moctar sia cresciuto su Marte – ha sempre detto di essere un fan di Eddie Van Halen e di Tres Hombres degli ZZ Top, e lo si capisce dalla formazione basso-chitarra-batteria della sua band – ma nella sua musica l’influenza di artisti africani come Abdallah Oumbadougou (il chitarrista che l’ha ispirato a imbracciare lo strumento) e dei Tinariwen sembra più prominente della musica trasmessa negli ultimi cinquant’anni dalle radio occidentali.

Chismiten, il brano che apre Afrique Victime, inizia col suono delle cicale e il canto di un gallo. Quando entrano le chitarre, all’inizio ricordano il classic rock, soprattutto il suono riverberato del Clapton anni ’80, ma quando arriva tutta la band e si assestano su un ritmo decisamente non-rock, il brano diventa una specie di valzer, non è musica che fa battere il piede, e insomma viene fuori tutta l’originalità di Moctar. La traccia cresce, Moctar suona riff caleidoscopici, mentre il canto call-and-response in lingua Tuareg parla di diventare persone migliori mettendo da parte la gelosia. La strofa e il ritornello, chiamiamoli così, si muovono secondo una logica insolita e intanto Moctar continua ad aggiungere strati di chitarre.

Nessuna delle canzoni di Afrique Victime ha il tipico sviluppo da brano rock. Taliat è sostenuta da un ritmo particolare, perfetto per mettere in mostra la tecnica di Moctar e il suo modo di suonare che ricorda tanto la fluidità del maliano Ali Farka Touré quanto lo stile di Jimi Hendrix. È un ostinato con cicli di riff e accordi in cerchi trascendentali. In Ya Habibti, una canzone d’amore, e nella dolce Tala Tannamm ci sono battiti di mani e succede che Moctar metta via la Stratocaster per imbracciare l’acustica. Le strutture dei pezzi sono generalmente semplici e ipnotiche. Il chitarrista ha perfezionato il suo approccio psichedelico nel corso degli anni: prima in forma rozza, con Afelan (2013), poi in versione rifinita con Ilana (The Creator). Qui, però, il suo stile suona più intenzionale che improvvisato.

Se Ilana era un disco basato sulla chitarra, in Afrique Victime il suono dello strumento è importante tanto quanto quello delle voci. In Asdikte Akal lo strumento gira intorno ai cori che parlano di nostalgia e della terra natale, mentre in Layla, una canzone d’amore dedicata alla sua partner, sottolinea il suo nome con la chitarra, come se mettesse un punto esclamativo sonoro.

Nell’incredibile title track, il brano più occidentale del disco, con un testo in francese e un ritmo rock’n’roll, la chitarra di Moctar decora le linee vocali con melodie brillanti. Poi il brano accelera e lui canta «l’Africa è vittima di tanti crimini» e si chiede «Oh, Gheddafi, a chi ci hai consegnati?» (Moctar, come i membri dei Tinariwen, ha militato nell’esercito libico, che accettava il popolo tuareg). Il suo modo di suonare trasmette un senso di urgenza, la stessa con cui chiede al suo popolo di unirsi contro i crimini compiuti contro gli africani («Dalla prigione al Nobel, hanno ceduto a Mandela», canta, «se restiamo in silenzio sarà la nostra fine») e che rende questi pezzi qualcosa in più del solito folk-rock. In più, le potenti linee di basso di Michael Coltun, un musicista di Brooklyn che ha viaggiato per giorni interi pur di incontrare Moctar, sembrano far balzare i brani fuori dalle casse dello stereo.

Il pregio maggiore del disco è quel suo modo di suonare sempre ritmato e pieno di speranza. In queste canzoni, dove gli appelli all’unità di Moctar sono accompagnati da una colonna sonora di chitarre imprevedibili, non ci sono ansia o preoccupazione. È così che dovrebbe suonare il rock davvero libero.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US

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