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E bravi Abba, è valsa la pena aspettarvi quarant’anni

Nel nuovo 'Voyage' non inseguono i trend del pop contemporaneo, ma riesumano il loro sound classico per cantare la tristezza della vita adulta. Fuori sono Elton John, dentro sono Leonard Cohen

Gli Abba nel 2021

Foto: Baillie Walsh

Quasi quarant’anni fa gli Abba erano in sala d’incisione per un’ultima session. Registravano una ballata dai toni tragici titolata The Day Before You Came. Sapevano che si trattava di un addio, entrambe le coppie all’interno del gruppo avevano divorziato. Quel giorno, Agnetha Fältskog intonò un desolante racconto d’isolamento emotivo scritto dall’ex marito. Volle registrare le sue parti vocali a luci spente. Quella canzone è l’ultima cosa che la band ha inciso, un finale splendidamente melodrammatico per il più melodrammatico dei gruppi pop. Gli Abba erano finiti. Fino ad oggi.

Come diavolo è potuto accadere? I quattro svedesi sono tornati con Voyage. Vi sfido a trovare un’altra comeback story come questa: i quattro membri originali di una pop band gigantesca che si rimettono assieme dopo quarant’anni, ancora al top delle loro capacità. Se anche le canzoni fossero state deboli, Voyage sarebbe stato comunque un disco storico. E invece è un album degno degli Abba d’annata, quelli dei ’70. Evoca i giorni in cui le divinità nordiche del pop dominavano le onde radio mettendo assieme due dei trend vincenti degli anni ’70: cuori infranti e pantaloni con le paillettes.

L’ultimo album di Bjorn, Benny, Anna-Frid e Agnetha è stato The Visitors del 1981, una gemma electro pop, un concept fra paranoia e disperazione di mezza età. Le canzoni erano apparentemente brillanti quanto quelle di un Elton John, il che li rendeva i best seller della loro epoca, ma sotto la superficie c’era un livello d’angoscia degno di Leonard Cohen.

Da allora, il mito degli Abba non è tramontato, ma si è anzi rafforzato. Ogni generazione s’innamora dei loro pezzi. Hanno contribuito a inventare il goth – senza S.O.S. forse non ci sarebbero stati i Joy Division, i Cure o il Bowie della trilogia berlinese. Hanno insegnato a Kurt Cobain a scrivere grandi ganci melodici. Diciamo che in una scala delle pop star che va da “di culto” a “leggendario”, gli Abba sono fuori misura, per loro c’è la categoria “Cher che in Mamma Mia 2 scende da un elicottero e canta Fernando”.

Voyage indugia sul lato drammatico della musica del gruppo, è un disco intero fatto tutto da The Winner Takes It All, senza una Mamma Mia, né una Take a Chance On Me. Gli Abba hanno sempre raccontato la tristezza degli adulti, basi pensare alle mamme divorziate di Knowing Me, Knowing You o Hey Hey Helen. Per dirla con Pete Townshend, che nel 1982 si dichiarò fan degli Abba in un’intervista a Rolling Stone, «sono stati una delle prime grandi band internazionali a scrivere dei problemi di mezza età». Ed erano ancora giovani. Ora che hanno superato tutti quanti i 70 anni, non hanno perso la voglia di mettere in musica le crisi emotive. 

Bjorn Ulvaeus e Benny Andersson scrivono, ma lasciano che a cantare siano solo le signore Agnetha Fältskog e Anna-Frid Lyngstad. I quattro hanno messo insieme Voyage mentre preparavano la residenza “virtuale” a Londra del 2022, concerti interpretati non da semplici ologrammi, ma da quelli che Benny e Bjorn chiamano “Abba-tars”.

Don’t Shut Me Down è la gemma del disco. Agnetha si aggira fuori dalla casa di un suo ex e aspetta il momento giusto per bussare alla sua porta dopo tanti anni, con l’idea di sedurlo. È una scena esagerata – la specialità della casa – ed è musicata nello stile dei classici disco degli anni ’70, con tanto di fraseggi al piano modello Dancing Queen. Agnetha nota con soddisfazione che l’ex non ha cambiato arredamento, perché “quelle stanze testimoniano il nostro amore / i miei capricci e frustrazioni”. Non esiste un verso più Abba di questo.

Con No Doubt About It si passa a sintetizzatori anni ’80, mentre Just a Notion è un vivace scarto degli anni ’70, una outtake di Voulez-Vous con voci registrate nel ’78. Il fatto che le incisioni di quattro decenni fa si mescolino tanto bene a quelle nuove dimostra l’ossessiva precisione degli Abba. I Could Be That Woman parla di una donna che osserva un ex mentre coccola una certa Tammy, che in realtà è il suo cane. La coppia litiga mentre il cucciolo guarda e giudica. Ecco, il cane è il personaggio più stabile del disco. E come tutte le coppie di cui cantano gli Abba in queste canzoni, pure questa ha una storia lunga e tormentata alle spalle e niente lieto fine all’orizzonte. Si può dire tutto, ma non che gli Abba non siano rimasti fedeli alla loro visione.

Voyage non sarebbe un vero disco degli Abba senza qualche brano minore. Sappiatelo prima di ascoltare la natalizia Little Things. Detto questo, l’album non è un tentativo imbarazzante di restare al passo col pop contemporaneo. È piuttosto un omaggio all’integrità degli Abba. Invece di inseguire i trend, sono rimasti fedeli al sound che hanno perfezionato anni fa, un suono che continua a influenzare generazioni di artisti pop. Come cantavano una volta, la storia non fa altro che ripetersi.

Quando la protagonista di Don’t Shut Me Down alla fine bussa alla porta dell’ex, lo saluta dicendo che ha un’espressione sconcertata. Vale anche per noi: è una sorpresa rivedere gli svedesi di nuovo al centro della scena. Ma è una sorpresa ancora migliore e dolce ritrovarli tanto vitali. Sono passati un sacco di anni da Waterloo, ma gli Abba non ne vogliono sapere di arrendersi.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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