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A Fargo è tornata la neve

Nella terza stagione in onda da stasera, Ewan McGregor si sdoppia mentre il fato continua dominare le vicende dei personaggi, il risultato? Una delle migliori serie in circolazione

Se c’è qualcosa di cui si può stare certi è che in Fargo nevica sempre. Una neve che cade soffice dal cielo e tutto uniforma sotto il suo manto. Un bianco candore che scende dal cielo, mentre la miseria, l’errore e il peccato sconvolgono la Terra. Qualcuno potrebbe definirlo un segno divino, qualcun altro l’occasione per un facile simbolismo, altri ancora niente di più che l’inverno in Minnesota. È la natura in cerca di un equilibrio, o forse un tizio che abita ai piani alti in vena d’ironia.

La terza stagione di Fargo si apre, appunto, con la neve. Tagliando (almeno all’apparenza) i ponti con i primi due cicli, legati fra loro dai tutori della legge Molly e Lou Solverson, la serie ritorna con i gemelli Stussy (entrambi interpretati da Ewan McGregor, al suo debutto in tv). Ray è un ufficiale di sorveglianza con un debole per il gioco d’azzardo, che vive da sempre all’ombra del fratello Emmit, il “re dei parcheggi del Minnesota”, con cui condivide il Dna e che, al contrario di lui, dalla vita ha avuto tutto.

Ma il destino, che forse esiste davvero, cambia direzione quando gli affari di Emmit, che tanto limpidi si scoprono non essere, cominciano a prendere svolte inaspettate e oscure. All’intrigo si aggiunge lo sceriffo Gloria Burgle (Carrie Coon, eccezionale in The Leftovers), la cui storia, per pura casualità, comincia ad attorcigliarsi a quella dei fratelli rivali… Un incipit che, per trama e ambientazione, ricalca da vicino quello delle stagioni precedenti in maniera formulaica, persino rituale. Al centro delle vicende, infatti, a farla da padrone sono ancora una volta le nozioni di fortuna e di sventura, che mettono alla prova l’etica personale.

Un segno di stanchezza di scrittura, o parte di un cerimoniale ben preciso? D’altronde, il lavoro dell’ormai lanciatissimo Noah Hawley (Legion) pesca a piene mani dall’opera dei Coen, il cui cinema, molto influenzato dalla cultura e dalla morale ebraica, riempie fino alla saturazione l’immaginario della serie. Qui il male esiste, è reale, come ci ricorda il cartello in apertura di episodio che vorrebbe convincerci che gli eventi narrati sono accaduti per davvero. Ed è un male che spesso resta incastrato nelle maglie della quotidianità e dell’insoddisfazione, in attesa di venire liberato da un incidente imprevedibile, per poi abbattersi su poveri innocenti. D’altronde, si sa, il concetto di felicità e quello di bene non hanno nulla in comune.

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