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Questo progetto fotografico racconta il lato intimo e umano del porno

"Indoor" è un progetto fotografico sul porno fatto solo di screenshot di video porno amatoriali ed è già diventato un libro, in cui il sesso non c'è

Quando parliamo di porno paradossalmente di rado pensiamo alla dimensione intima, che solitamente attribuiamo al sesso, forse perché – per noi che guardiamo – vedere due persone che volontariamente condividono l’atto sessuale con un pubblico non è un gesto confinato alla sfera privata. Quello che il fotografo Luca Brama ha fatto con Indoor è raccontare quell’intimità.

Dopo aver pubblicato il progetto sotto forma di libro uscito con una tiratura di 30 copie numerate, nel 2018 Brama ha vinto un bando dell’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo e ha potuto esporre Indoor presso lo spazio GiacomQ, intestato all’architetto Giacomo Quarenghi. Nel medesimo periodo si teneva anche il Festival Orlando, una rassegna “queer internazionale di cinema, danza e teatro” (come si legge sul sito), che è stato felice di inserire la sua mostra all’interno del suo programma di eventi. Il critico d’arte contemporanea Elio Grazioli, curatore della mostra e autore della postfazione del libro, scrive: “(…) il titolo Indoor indica spazi interni che sono anche spazi interiori, rovesciamento dell’esibizione pornografica, spudorata e superficiale, in malinconica riflessione, esistenziale e metafisica”. 

Indoor è quello che vorrei vedere in un porno, tutto quello che viene tagliato fuori dalla pornografia, ma che la umanizza. Ho fatto due chiacchiere con Luca per saperne di più.

Come mai questo titolo?
Me l’ha suggerito la fotografia che è in copertina, dove due persone sono sedute nude su una coperta che imita i fili d’erba.

Com’è nata l’idea di realizzare questa serie di fotografie?
Ho iniziato a raccogliere screenshot di video in cui mi imbattevo durante la navigazione. Inizialmente erano sporadici, successivamente ho iniziato una ricerca attiva e indirizzata. Ho un buon rapporto con la pornografia, credo possa essere uno strumento di indagine della propria sessualità.

Quando avevo scoperto gli spettacoli in cam ero incuriosito dal loro funzionamento, ma da utilizzatore passivo non cambia molto dalla fruizione di un video pornografico se non l’idea che il soggetto sia in live. Mi piace la definizione che vede la fotografia come testimonianza di un incontro, pone come variabile importante per la riuscita di un foto la relazione che si crea con il soggetto e, in questo senso, le competenze di chi fotografa sono umane, empatiche e sociali.

Cosa ti attraeva maggiormente di quello che vedevi e perché hai deciso di fotografarlo?
Quello che mi colpiva inizialmente erano le stanze. Già da prima di Indoor mi interessava il rapporto tra le persone e il loro spazio in quanto ambiente intimo e personale. Mi sono accorto che gli screenshot che raccoglievo erano fotografie che avrei voluto poter scattare io. Avrei voluto poter essere presente con la mia macchina fotografica e che quelle persone avessero con me il rapporto di fiducia che in quel momento avevano con la videocamera.

Quando hai iniziato a organizzare il lavoro in modo più metodico hai utilizzato dei criteri di selezione o sei andato a ruota libera?
Nella raccolta ho escluso gli spettacoli in webcam e i video a realizzati dagli utenti in partnership con le varie piattaforme, perché – seppure a carattere amatoriale – sono video che contengono un set preimpostato o una consapevolezza differente nel mostrarsi. Già la definizione “spettacoli in cam” fa presumere una spettacolarizzazione, appunto, di chi si mostra, data anche dal fatto che la live prevede una serie di osservatori in tempo reale.

La mia ricerca si è rivolta soltanto verso video caricati su piattaforme streaming. Nella pornografia classica la videocamera scompare e sostituisce l’occhio dell’osservatore. Vengono utilizzati obiettivi e tecniche di ripresa che tendono a proiettare l’osservatore nella scena. La categoria POV (Point of View, ndA) ne è l’esempio assoluto. Nei video amatoriali, invece, la videocamera è enfatizzata: spesso sono riprese a camera fissa, che viene toccata, spostata da un appoggio a un altro. Capita che si muova casualmente o che, con una forza ulteriore, i soggetti guardino nell’obiettivo. Questi gesti ci ricordano che è presente ed è una presenza accettata a tal punto da essere a volte dimenticata mentre registra quanto accade.

Indoor sembra sesso senza sesso, momenti di intimità quotidiana che, se non fosse per i corpi nudi, potrebbero tranquillamente essere frangenti qualunque della giornata, non necessariamente legati all’attività sessuale.
Il fatto che le immagini non apparissero immediatamente con una componente pornografica mi interessava. La sessualità non è l’argomento principale del progetto. La pornografia amatoriale è stata il recipiente dal quale attingere per ottenere immagini di quel tipo, momenti qualsiasi in quelle stanze, con corpi nudi, vestiti o anche vuote. Indoor riguarda il sesso nel senso che lo pone sul piano di qualsiasi altra azione quotidiana. Riguarda il rapporto tra soggetto e videocamera. Riguarda la condizione dell’uomo in continua sospensione tra l’insorgere di un bisogno e il suo soddisfacimento.

Il mezzo del video contiene una componente temporale e il video pornografico viene consumato per la soddisfazione di un bisogno e poi dimenticato. Mi piaceva poter sottrarre a questo consumo temporale quei frangenti. La fotografia mi ha permesso queste operazioni, restituendo la sensazione di sospensione. Non avevo l’intenzione di proporre una visione della sessualità più o meno implicita ma volevo restituire la sincerità di quelle immagini, rese possibili dal rapporto che in quei video si andava creando tra soggetti e videocamera.

Per caso Indoor è un tentativo di estrinsecare l’intimità dall’atto sessuale, come se questo fosse, per quanto coinvolgente, meramente performativo (del resto avviene davanti a una fotocamera o a una webcam), mentre i gesti al di là di esso fossero più spontanei, autentici?

No, non c’è il tentativo di purificazione dell’atto sessuale o della ricerca di un’autentica intimità collaterale. Non è presente il tentativo di normalizzare la pornografia, perché parto dal punto di vista in cui la pornografia è già normale e quotidiana. Condivido che esista un problema culturale riguardo alla ghettizzazione della pornografia ma con Indoor non mi sono posto il problema di questo pregiudizio né l’intento di ribaltarlo. L’assenza di atti sessuali risponde solo alla funzionalità dell’operazione messa in atto. Non c’è alcun tipo di moralismo.

Dopo aver dichiarato la provenienza delle immagini, l’atto sessuale è dato per scontato ed evitandolo ho potuto spostare l’attenzione sugli altri aspetti che mi interessavano. Penso sia possibile raccontare la quotidianità comprendendo l’atto sessuale in modo esplicito, farlo deve corrispondere a un’esigenza che non avevo. Nonostante il tema principale non sia la pornografia, all’interno del libro c’è una foto tramite cui ho voluto inserire un indizio riguardo al mio pensiero: si tratta della fotografia di una stanza vuota e un televisore acceso che sta riproducendo un video porno in cui c’è una donna messa a 90. Ho incluso quell’immagine al pari degli altri momenti quotidiani.

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