Polemica Torelli-Lucarelli e ‘vecchi che votano’, ossia l’ennesima occasione in cui era meglio per tutti tacere | Rolling Stone Italia
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Polemica Torelli-Lucarelli e ‘vecchi che votano’, ossia l’ennesima occasione in cui era meglio per tutti tacere

La prima pubblica una scemenza su Instagram; la seconda si sente in dovere di darle pubblicamente della scema: nell’eterna lotta per la visibilità, è peggio l’influencer che posta senza pensare o il personaggio pubblico che le dà l’importanza che non merita?

Foto: Mika Baumeister/Unsplash

L’unica influencer che seguo su Instagram dopo un ripulisti generale avvenuto circa sei mesi fa si chiama Lizzy Hadfield. È, se non ricordo male, di Manchester, ha una roba come quasi seicentomila follower, e ora si divide tra Londra e New York: Lizzy m’ha insegnato a rimboccare ad arte i pullover oversize dentro ai jeans a vita alta; m’ha introdotto al culto delle Adidas Samba; m’ha suggerito i migliori tank top a costine che non si smollano indipendentemente dai giri di centrifuga; m’ha convertita alla religione della camicia da uomo portata sugli shorts. Lizzy Hadfield parla soltanto di vestiti, o, meglio, non parla: li fotografa indossati e stop. Da quando è iniziata la mia personale adorazione nei suoi confronti (ai tempi il profilo era @shotfromthestreet), credo di non averle mai sentito proferire una parola: mai che le sia scappata un’opinione politica, un consiglio su una serie tv o un film, la raccomandazione di un ristorante. Le piace leggere, quello sì, e talvolta – assai di rado, ahimè – pubblica la copertina di qualche libro che le è piaciuto. Be’, la ragazza ha gusti ottimi.

Lizzy Hadfield è uno dei (pochi) motivi per cui continuo a restare su Instagram: amo le cose belle, e lei mi riempie gli occhi di bellezza a ogni post senza infastidirmi. Mi sono fatta quest’idea che Lizzy sia una furbastra – o, forse, possiede quell’innata sagacia mista a lungimiranza tipicamente britannica: la cosa che so fare meglio nella vita è vestirmi e guadagno con quello, chi mi obbliga a sporcarmi le mani con temi o polemiche che non m’appartengono? Perché alienarmi una fanbase abituata ai miei silenzi, che probabilmente m’apprezza proprio per quelli? La conclusione a cui sono giunta è che se nella vita vuoi avere un seguito su Instagram, allora hai due possibilità: puoi fare come Lizzy Hadfield, oppure puoi fare come Giulia Torelli, e con “Giulia Torelli” non intendo soltanto lei nello specifico, bensì tutto quel calderone di influencer, creator e vattelappesca che – da che si erano ritagliati una solida nicchia del tipo «organizzatrice di armadi» – ora si auto-erigono a maître à penser del postmoderno.

La polemica del giorno, che verrà fortunatamente dimenticata nel giro di ventiquattr’ore, vede protagonista appunto Giulia Torelli – in arte @rockandfiocc –, una che nella bio ha la frasetta birbante finto-simpatica «Potrei contraddirmi», poco più di duecentomila follower e una carriera da «Creator digitale», qualsiasi cosa tale qualifica significhi. Anche Torelli, come Hadfield, immagino monetizzi vestendosi nonostante qualcuno obietterebbe che «Non hai la minima idea dello stile e del senso della moda» (cit.), ma questi d’altronde son gusti. In un’epoca impazzita dove, a causa dei social, chiunque si sente oltre che in diritto anche in dovere di esprimere un punto di vista non richiesto, l’altro ieri Giulia perde la brocca e si lascia andare a un’invettiva contro i vecchi che, a suo dire, non sanno niente, non dovrebbero votare, dovrebbero rimanere chiusi in casa e svariate amenità.

 

 
 
 
 
 
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Sorvolo sull’uscita infelice in quanto incommentabile di per sé: all’anziano col cappello al volante abbiamo inveito dietro tutti – pure io che non ho la patente – ma ci siamo ben guardati dal postare una storia su Instagram mentre sgraniamo il nostro rosario di bestemmie. Torelli, spinta dall’incontinenza social e magari a corto di contenuti, anziché contare fino a dieci pubblica il suo flusso di coscienza circondando il bel faccino scocciato di fiorellini colorati, ed è lì che sta l’inghippo: nella convinzione che la riflessione (definirla “riflessione” è un complimento) che hai partorito possa essere di qualche interesse per i duecentomila e passa cristiani che ti seguono. Per quale motivo una Giulia Torelli oggi crede di essere rilevante al pari di (santi numi, accostare questi due nomi mi costa una fatica bestiale) una Concita De Gregorio? Anzi, mi correggo, l’inghippo sta a monte: l’inghippo siamo noi – anzi: voi, io me ne guardo bene –, che seguendola le abbiamo regalato un’influenza, basata però su quali meriti? Perché abbiamo illuso Giulia Torelli che fosse strategico abbandonare gli armadi da ordinare e ambire a diventare un punto di riferimento culturale, non possedendo né le competenze né riuscendo a padroneggiare le argomentazioni alla base di un discorso?

E sarebbe potuto tutto finire così, in un’emorragia inarrestabile di follower, nella detronizzazione definiva di @rockandfiocc, e invece è arrivato il colpo di grazia: la giornalista-barra-polemista-barra-influencer che dà pubblicamente della scema a una scema. Ottenendo, paradossalmente, l’effetto contrario, ossia donandole l’importanza e lo spessore che non ha e di cui non è degna. Selvaggia Lucarelli contrattacca con un post, sempre su Instagram, che recita più o meno «Siediti in poltrona con mio padre ultraottantenne e vediamo chi vince nella gara di dialettica», come se ce ne fosse bisogno, come se il nostro problema fossero le baggianate di Giulia Torelli, come se – dopo il disastro politico, sociale, culturale di domenica scorsa – il dibattito che possiamo permetterci fosse quello cominciato da un’influencer che dalla Croazia ci fa sapere #chebenechesto.

Il cortocircuito è servito: la “creator digitale” che per esistere deve infilarsi in prese di posizione che non le competono; il personaggio pubblico che la riprende bacchettandola e fa il suo gioco definendola «Mrs Stachanov», scazzando pure un accento per l’urgenza di percularla (è Stachánov, let me Google that for you). Ne usciremo mai? Di strade percorribili ce ne sono diverse: abbandonare i social; restarci e incazzarsi puntualmente (il metodo Selvaggia); piantarla di ostinarsi a seguire – per comodo, per amicizia, per opportunismo, per facciata, per non so nemmeno io cosa – determinati profili; fare come Lizzy Hadfield. Ossia limitarsi al proprio, senza farla fuori dal vas… ehm, senza dover per forza allargarsi ad ambiti che non competono per paura di scomparire dall’Instagram.

L’ultimo post di Lizzy, una serie di istantanee da New York, ha come didascalia uno scontatissimo «New York, I love you (and you’re not bringing me down)». Per quanto non implichi uno schierarsi, per quanto sia una citazione abusata, per quanto tutti abbiamo almeno una foto scattata a New York accompagnata dai versi (riadattati a seconda delle circostanze) di James Murphy, cara Giulia, te lo dico dal profondo del cuore: prendi esempio e torna a parlarci soltanto di Levi’s vintage e di pullover girocollo, potresti vincere una follower in più. O forse no, è troppo tardi.