Perché siamo così ossessionati dalla sessualità di Harry Styles? | Rolling Stone Italia
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Perché siamo così ossessionati dalla sessualità di Harry Styles?

Dalle ipotesi delle Directioner fino alla pressione mediatica che subisce ancora oggi per come si veste, etichettare la popstar inglese (e la sua camera da letto) sembra uno sport globale. Ora è lui a rispondere. E a cogliere perfettamente il punto della questione

Harry Styles al Coachella 2022

Foto: Kevin Mazur/Getty Images for Harry Styles

Addio considerazioni su ciò che sta dietro al nuovo album (Harry’s House, in uscita il 20 maggio prossimo), arrivederci riflessioni su quanto, effettivamente, il periodo pandemico abbia impattato (anche) su uno come lui. Di tutto quello che Harry Styles ha detto nell’ultima intervista rilasciata al magazine Better Homes & Gardens il 26 aprile scorso, pare non rimanga altro che questo: l’annosa questione della sua sessualità.

Con l’unica differenza che questa volta è stato proprio Harry Styles a tirare fuori l’argomento, inserendo la sua vita sessuale (e l’interesse al riguardo) in un discorso più ampio, fatto di imbarazzi giovanili, timori contrattuali e consapevolezze finali che a leggerlo viene quasi voglia di dargli un abbraccio. Eppure, il punto in sospeso rimane sempre quello. Ossia: non tanto capire con chi vada a letto Harry Styles, quanto piuttosto perché siamo così ossessionati dalla sua sessualità.

Com’è prevedibile, il tutto è da far risalire ai tempi dei One Direction e delle prime interviste il cui focus è sempre stato svelare con chi andasse a letto, come e quando. Tanto più che dall’armata delle Directioner hanno iniziato farsi largo le teorie sulla “Larry Stylinson”, ossia la segreta relazione omosessuale tra Louis Tomlinson – un altro componente della band – e, per l’appunto, Harry Styles. Con tanto di fan-fiction dedicata. E tanto più, aggiungerei, che la stampa si trova a dover fare i conti con la sua riservatezza (in questo senso), e con la volontà di mantenerla tale, in un contesto mediatico dove anche il colore delle mutande di Harry vanta fanfare e titoloni.

 

 
 
 
 
 
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A rincarare la dose e la curiosità sulla sua sessualità, ecco che arrivano poi le successive relazioni confermate (come quella con Taylor Swift, nel 2012), presunte (è il caso di Sara Sampaio, nel 2015) e attuali (quella con l’attrice e regista Olivia Wilde), tutte eterosessuali e tutte ascrivibili al periodo in cui, benché non si parli più di Tomlison, Harry comincia a presentarsi ai concerti con la bandiera lgbtq+. È a quel punto che le fanfare e i titoloni passano dalle sue mutande, ai dubbi su un’eventuale bisessualità.

È tuttavia nell’anno di Fine Line, l’album uscito a dicembre 2019, che l’intimità di Harry Styles viene ancora di più presa sotto esame. Perché, al popolino, pare impossibile che lui possa presentarsi al Met Gala 2019 in una tuta (by Gucci) di pizzi e volant (con annesso orecchino di perla), e tuttavia non dichiarare ancora, e apertamente, se gli piacciano gli uomini, le donne, o entrambi. Domande, queste, legate al suo look “fluido” e al suo orientamento sessuale che, già a suo tempo, Harry liquida al giornalista del Guardian di turno con qualcosa come: «Il fatto non è che non te lo dico, o non te lo voglio dire. Non è tipo: è affare mio, non tuo. È: a chi importa? Capisci? È solo: a chi importa?».

Così, nel dicembre 2020, arriva la copertina di Vogue America, con l’abito lungo di pizzo azzurro e nero, a definitiva conferma del fatto che no, a Harry decisamente non importa. Mentre posa in modo del tutto naturale tanto nelle gonne quanto nei pantaloni che Alessandro Michele ormai disegna per lui dal 2015, Styles oltrepassa una volta per tutte le barriere di genere in cui lo si voleva limitare, diventando l’icona di quello stile gender fluid che su di lui non sembra mai una forzatura o una moda.

 

 
 
 
 
 
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La tesi dell’irrilevanza del definire la propria sessualità di cui dicevamo è stata rispolverata dallo stesso Styles (si spera per l’ultima volta) proprio nella recente intervista a Better Homes & Gardens, affermando che «il concetto generale cui dovremmo arrivare, e che riguarda l’accettazione di tutti e l’essere più aperti, è che [l’intera questione] non ha importanza, e non riguarda il dover per forza mettere un’etichetta a tutto, o dover chiarire che caselle spunti». Il che, tradotto, significa che, dal cucuzzolo della sua montagna, Harry Styles ha mandato tutti a zappare.

E allora come la sfanghiamo, alla fine? Come spieghiamo il fatto che, dopo queste affermazioni, siamo ancora qui a leggere i titoloni dove la parola “sesso”, compare più (e prima) di quella di “album”? Perché sembra che niente possa, contro l’ossessione per la sessualità di Harry Styles? Forse perché, in un’epoca storica in cui è in corso una sorta di feticizzazione delle identità – con la ricerca, da parte di ognuno, di uno spazio in cui esprimere la propria –, si è arrivati al paradosso finale: quello per cui, nel mosaico delle identità, si è chiamati a riconoscere e ad annunciare, a tutti e a tutti i costi, in che punto abbiamo intenzione di incollare la nostra tessera.

Tanto che, se non lo so si fa, finisce che sono gli altri, al di là di te, a pensarci per te. E forse sei cis, forse sei queer, forse sei non-binary, forse gender fluid, forse chissà. Ma mai, solo l’Harry Styles che vive come vuole vivere, fregandosene di spuntare una casella. Mai per gli altri, solo tu.

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