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Perché abbiamo tutti questi problemi con il sesso anale?

Se nella vita di ogni giorno diciamo cose tipo “che inculata” o “prenderla in culo” per descrivere una fregatura, è perché il sesso anale ha ancora una reputazione complicata

Nel linguaggio parlato usiamo di frequente espressioni come “che inculata” o “l’ha preso in culo” per descrivere inganni e fregature – il che non è proprio il massimo per la reputazione del sesso anale. Se la penetrazione anale fosse esclusivamente sinonimo di una perdita (di dignità o di potere) nessuno vorrebbe farlo.

Secondo il filosofo Paul B. Preciado, autore di Terrore anale. Appunti sui primi giorni della rivoluzione (Fandango Libri, 2018) la ragione di questa attitudine sta nel fatto che siamo stati castrati del nostro ano che, insieme alla bocca, è uno strumento di piacere democratico ed egualitario.

“Non si tratta del fatto che gli uomini abbiano un pene e che le donne no, si tratta del fatto che gli uomini si presentano come se non avessero l’ano. [Il problema deriva] dalla negazione dell’ano di quei corpi che si pensano ‘maschili'”, scrive Preciado, citando a sua volta il punto di vista di Françoise d’Eaubonne e Christine Delphy, attiviste e co-fondatrici nel 1971 a Parigi del FHAR (Front Homosexuel d’Action Révolutionnaire).

Il sociologo francese Guy Hocquenghem, anch’egli tra i fondatori del FHAR, ha teorizzato che la chiusura dell’ano corrisponde alla creazione della proprietà privata: se l’ano viene relegato a mero strumento espulsore, il corpo stesso diviene privato – nella duplice accezione di  “privo di” e “riservato” ma paradossalmente controllato dalla pubblica autorità, che lo norma per esercitare un controllo.

Per questo, se chiedessimo a un uomo eterosessuale se desidera essere penetrato da un pene o da un sex toy, probabilmente ci sentiremmo rispondere a priori di no. E lo stesso potrebbe accadere con un uomo gay, che al massimo potrebbe rifiutare perché è “attivo”, o con una donna, a prescindere dal suo orientamento sessuale. Ma l’esempio dell’uomo etero è calzante in particolare per una ragione: le espressioni idiomatiche che rimandano al sesso anale, come quelle che ho citato all’inizio di questo pezzo, sono degradanti per chi riceve, mentre simboleggiano potere per chi penetra – non è un caso se nel lessico corrente si usano i termini “attivo” e “passivo”. Se lo prendi nel culo sei una femmina oppure sei gay. L’uomo etero è dunque inconsapevolmente castrato del proprio ano e considera il fatto di ricevere del sesso anale come una perdita di controllo, e quindi di potere.

Ne ho parlato con Valentine aka Fluida Wolf attivista femminista postporno e ideatrice del progetto Anal Liberation Front, che si articola su più livelli: dalla  traduzione dei libri Guida al piacere anale per lei di Tristan Taormino e Guida al piacere anale per lui di Bill Brent, entrambi editi in Italia da Odoya, alla creazione di Kinky Treasure, un piccolo plug anale in legno che è anche un oggetto di design, adatto alle prime esplorazioni, realizzato con l’artigiana Silvia Picari.

“Sicuramente lo stigma dell’impenetrabilità dell’ano maschile è legato a un discorso di potere, o meglio di perdita di potere, e posizionamento”, mi dice Valentine, che come me ha un approccio sociale e politico alle sessualità. “Il corpo penetrabile per definizione è quello femminile. Un corpo maschile penetrato diventa subito ‘fallato’, da cui anche tutti i discorsi che nutrono l’omofobia. La mia storia si colloca in questo solco: riconoscendomi nel genere femminile e avendo prevalentemente un ruolo ‘insertivo’ [quello di chi inserisce un pene o un oggetto nell’ano altrui] genero spesso dei cortocircuiti”.

“La maggior parte delle volte che ho penetrato analmente un corpo maschile, mi sono sentita dire: ‘Mi raccomando, non lo raccontare a nessuno, se no chissà cosa pensano'”, mi racconta – cosa che la dice lunga su quanto la norma eterosessuale riesca ancora a delimitare ciò che è considerato lecito o meno. “Ricevere non significa subire, a meno che non si decida per questo tipo di gioco. È molto importante aver coscienza di questo e penso che in tal senso usare il corretto vocabolario possa anche restituirci un immaginario meno falsato e più libero rispetto alla sessualità anale e alle implicazioni dei ruoli”.

Sempre all’interno dell’Anal Liberation Front, Valentine ha curato il ciclo di workshop “Introduzione al piacere anale”, rivolto soprattutto a persone titubanti ma curiose verso la pratica o a persone che hanno avuto esperienze negative in passato. “In genere comincio raccogliendo le principali paure, credenze, miti, problematiche e associazioni negative legate alla pratica”, mi racconta, “dopodiché faccio un’introduzione al tema, passando dall’anatomia a come approcciarsi all’atto vero e proprio. Alla parte teorica si affianca quella esperienziale durante la quale non mancano giochi da fare in coppia e in gruppo, che sono mirati alla comunicazione e a esprimere il proprio consenso e i propri confini in maniera chiara. Infine rispondo alle domande e condividiamo le nostre esperienze. Concludo coi feedback e riprendo i dubbi e i tabù discussi all’inizio, per verificare se sono stati risolti e smantellati”.

La risposta dei partecipanti è sempre molto affettuosa, mi dice, aggiungendo che nota soprattutto il loro senso di sollievo, la sensazione di aver fatto pace con una parte del corpo con cui hanno magari avuto problemi, e la ritrovata spinta a sperimentare. A volte, anche a distanza di mesi, riceve messaggi in cui la ringraziano e le raccontano di un’esperienza positiva con il sesso anale.

“Sicuramente l’incontro con il transfemminismo e il queer mi hanno portato a esplorare più a fondo il tema”, mi dice Valentine, spiegandomi da dove nascono il suo interesse per l’argomento e la decisione di condividerlo tramite le attività che porta avanti. “Come dicevo, sono una donna principalmente ‘insertiva’, quindi venivo etichettata come anormale e ciò mi creava non pochi disagi nelle interazioni con il genere maschile. Ho sentito il bisogno di approfondire perché per molti questo tema diventava centrale, problematico e dirimente al punto da tenerli a distanza, anche se non gli avevo proposto nulla”.

Mi dice inoltre che si era resa conto di quanta disinformazione ci fosse al riguardo, di quanti pregiudizi e paure dettate principalmente dal non conoscere la nostra anatomia circondassero l’argomento. “Sono cresciuta col mantra che le prime volte che fai sesso anale ti fa male ma che poi passa. È un pensiero ancora oggi diffuso e rafforzato dalla rappresentazione del sesso anale nel porno mainstream”, prosegue. “La questione della normalizzazione del dolore e il rendermi conto di quanto ci sia veramente bisogno di parlarne e fare informazione corretta, mi hanno spinto ad approfondire il tema sotto diversi punti di vista e voler mettere in circolazione questo sapere”, conclude.

La narrazione alla quale siamo abituati ci propone il sesso anale come una pratica singolare, quasi eccentrica, che molto spesso non si ha il coraggio di proporre o chiedere al partner per timore della sua reazione e del suo giudizio. Allo stesso tempo il porno mainstream ce la presenta come una pratica estrema eppure ricorrente e di facile esecuzione. Entrambe queste immagini sono fuorvianti per chi desidera approcciarsi al sesso anale in modo sereno e sicuro: bisognerebbe entrare nell’ottica che, al contrario di quel che passa nel linguaggio comune, non c’è nessuna fregatura nel “prenderlo nel culo”.

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