Partono i concerti all’Allianz Stadium, la casa della Juventus diventa un palcoscenico | Rolling Stone Italia
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Partono i concerti all’Allianz Stadium, la casa della Juventus diventa un palcoscenico

Dal primo live con Tiziano Ferro al sogno degli artisti internazionali, il racconto di una struttura che impara a vivere oltre il calcio senza rinunciare alla propria identità

Partono i concerti all’Allianz Stadium, la casa della Juventus diventa un palcoscenico

Foto di Daniele Badolato - Juventus FC/Juventus FC via Getty Images

L'Allianz Stadium di Torino

La sera del 10 giugno 2026, sul prato che fino a poche settimane prima ospitava la Serie A, si erge un palco mastodontico, sta per partire il primo grande concerto nella storia dell’Allianz Stadium. Davanti, un mare di persone aspetta Tiziano Ferro, è tutto pronto per la tappa torinese del tour STADI26. Per qualche ora la casa della Juventus smette di essere “soltanto” uno tra gli stadi di calcio più amati dai tifosi, e diventa altro, la casa di migliaia di fan e del loro artista preferito. Ma, a guardare oltre, è il segnale di qualcosa di più grande di un singolo concerto: l’ingresso ufficiale di uno degli impianti più moderni d’Italia nell’industria del live musicale.

Dietro quel palco, infatti, c’è un percorso lungo anni, fatto di cemento armato, calcoli, visione strategica e un’idea tenuta a lungo nel cassetto. A raccontarlo sono Paolo Monguzzi, che gestisce la parte revenue e fan experience dell’Allianz Stadium ed è stato il primo a lavorare con i promoter per portare i concerti a Torino, e Francesco Gianello, che dirige le operazioni di facility di tutte le strutture Juventus.

Tutto comincia da una constatazione semplice: per gran parte dell’estate, un asset enorme come l’Allianz Stadium resta fermo. «L’idea parte da un paio d’anni fa, e non riguarda solo la musica», ci spiega Monguzzi. «L’idea è che questo stadio possa essere interessante anche per i grandi eventi non calcistici. La musica era una strada interessante, perché vive in un periodo in cui qui non si gioca: poteva riempire un periodo in cui i tantissimi metri quadri di proprietà della Juventus, di fatto, a livello commerciale non vivevano».

La prima sperimentazione, prima ancora dei concerti, era partita dal rugby, con gli incontri dell’Italia che hanno portato a Torino avversari del calibro degli All Blacks. Ma la scelta di aprire i cancelli alla musica solo nel periodo estivo è deliberata e racconta una gerarchia precisa di priorità. «Faremo solo il periodo estivo, perché il nostro core business rimane il calcio», chiarisce Monguzzi. «Ma è sicuramente un modo per far vivere lo stadio in maniera diversa, nella maniera Juventus: chi vivrà un concerto qui deve trovare il massimo comfort, un’offerta food and beverage adeguata, gli ingressi adeguati. La nostra idea è competere nel mondo della musica con uno stadio che è un po’ una boutique: non avremo settantamila posti, ma possiamo far sentire la gente a proprio agio».

Foto di Valerio Pennicino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images

Ma, come è facile immaginare, aprire uno stadio alla musica non è una questione di sola programmazione. È una sfida ingegneristica. Inaugurato nel 2011 sulle ceneri del vecchio Stadio delle Alpi, già cornice di concerti memorabili, l’impianto era stato progettato con una flessibilità che oggi si rivela preziosa. Eppure ospitare un concerto da 45.000 spettatori ha richiesto interventi profondi, pensati per restare del tutto impercettibili durante la stagione calcistica.

«L’anno scorso abbiamo scoperchiato per metà la tribuna Nord», racconta Gianello. «Abbiamo creato due grossi basamenti in cemento armato e li abbiamo ricoperti di nuovo con gradoni non più in cemento, ma metallici. Così abbiamo fatto tutta la stagione sportiva senza che i nostri tifosi percepissero un ambiente diverso da quello della culla del calcio. Poi, finito il campionato, abbiamo tolto i gradoni: sono ricomparsi i basamenti, e lì è stato appoggiato il palco».

Per Gianello, il percorso dell’Allianz Stadium può segnare un cambio di paradigma su cosa debba essere, oggi, uno stadio, soprattutto in Italia. «Gli impianti di ultima generazione devono essere arene multifunzionali», osserva. «Abbiamo un impianto luci che durante le partite usiamo come se fossimo in un teatro: accendiamo e spegniamo quasi quattrocento lampade che illuminano il catino dello stadio. L’arrivo dei concerti ci dà finalmente la possibilità di mostrare, ancora più che durante le partite, la multifunzionalità della nostra arena».

Il vincolo più duro, tuttavia, è il tempo. La stagione musicale vive in una finestra che si apre solo a campionato concluso, e ogni passaggio ( dallo smontaggio dei palchi al rifacimento del manto erboso) è cronometrato al millisecondo. «Il mondo della musica si muove con un anticipo siderale: oggi si sta già parlando del 2028», nota Monguzzi. «Non eravamo abituati, come calcio, a ragionare su eventi di così lungo periodo».

Gianello traduce il vincolo in numeri. «Per rimettere in piedi la macchina e riportare il campo al suo livello servono almeno quattro settimane», spiega. È il motivo per cui durante la stagione, anche nelle pause delle Nazionali, un concerto resta quasi impraticabile, mentre per altre grandi manifestazioni, come il rugby, il processo è più sostenibile, con l’attesissima Italia-Sudafrica già in calendario il prossimo 7 novembre. Eppure il bilancio complessivo rimane imponente, dato che l’Allianz Stadium tocca le 120 occasioni d’uso all’anno, «dagli eventi aziendali fino ai concerti da quarantacinquemila persone».

È qui che emerge la filosofia di fondo, quella che, per Gianello, distingue una struttura viva da una destinata al declino. «Una struttura che ha quattordici, quindici anni deve evolvere ogni anno per cercare nuove opportunità», afferma. «Non è pensabile ogni quattordici anni buttare giù e rifare uno stadio, sarebbe antieconomico. È la capacità di ogni venue di evolvere che ne determina davvero il successo nel tempo».

Foto: Courtesy Allianz

Ed è qui che il confronto con l’estero – il Tottenham che fa scomparire il campo, il nuovo Bernabéu, il modello del Paris Saint-Germain – si fa inevitabile. Ed è su questo che Monguzzi rifiuta ogni scorciatoia imitativa.
«Ogni stadio deve avere una sua peculiarità, non esiste il “copia e incolla”», sostiene. «Il modello Santiago Bernabéu a Torino non funzionerebbe: non ci sono ottantamila persone per le partite, non ci sono sessantacinque milioni di turisti. Ogni stadio deve trovare la propria unicità, il perché funziona in quel luogo, in quel tempo, per quel contesto». Il gap infrastrutturale con altri Paesi, ammette, resta comunque netto, a partire dalla burocrazia. «L’impianto burocratico per costruire uno stadio in Italia è davvero complesso, soprattutto in termini di tempi», riconosce Gianello, che guarda a Euro 2032 come a un possibile punto di svolta: «Se a livello nazionale saremo in grado di cogliere questa opportunità, si crea un volano che può portare al miglioramento di tutta una serie di stadi, non solo dei cinque che faranno l’Europeo».

Il calcio, come si capisce chiaramente dalle parole dei due dirigenti, rimane quindi la stella polare cui tutto il mondo Allianz Stadium e Juventus gira attorno, ovviamente, ma un cartellone che già include sette grandi concerti (un numero che già eguaglia la più lunga stagione di live mai ospitata in uno stadio a Torino) rappresenta già un ottimo calcio di inizio. «Gli eventi in generale pesano tra il quattro e il cinque per cento del ricavo dello stadio, il calcio rimarrà sempre predominante», precisa Monguzzi. Il punto di aprire l’Allianz alla musica, tuttavia, non sta nella singola percentuale: «Non è interessante solo il ricavo diretto, è l’ecosistema che trae beneficio. Un asset come il J|hotel, in un mese come giugno scoperto dalle partite, viene riempito dall’interesse verso i concerti. Aggiungendo questi eventi, di fatto aumentiamo del trenta per cento le occasioni d’uso dello stadio».

Tiziano Ferro, Max Pezzali, Ligabue, Sfera Ebbasta, Eros Ramazzotti, con i live di Pinguini Tattici Nucleari e Achille Lauro già previsti per il 2027, la rosa inziale schierata da Allianz Stadium in calendario è già da scudetto, per la Champions ci sarà tempo: «L’obiettivo è quello di attirare anche artisti internazionali» confida Monguzzi.

Pensandoci, soprattutto guardando all’industria live globale, in cui i concerti sono diventati ormai experience a 360 gradi, è proprio su questo campo che l’Allianz Stadium può dire la propria (e farlo a voce alta). Lo stadio, infatti, dispone di quasi il doppio dei posti VIP rispetto a San Siro e allo Stadio Olimpico, e su questo Monguzzi è netto. «Dobbiamo essere bravi a raccontare questo stadio al di là della Juventus», dice. «Vogliamo che una persona compri un biglietto qui perché la qualità del suono è migliore, perché la visuale è migliore, perché trovo i bagni puliti o una qualità del food and beverage che in altri stadi non trovi», chiude Monguzzi, «vogliamo fare in modo che un concerto qui sia un’esperienza superiore, al di là dell’artista che ci suona». Insomma, dalle ceneri dello Stadio delle Alpi a una nuova rampa di lancio, la musica torna a risuonare in uno stadio torinese, e torna a farlo alla grande, con lo sguardo rivolto a ciò che verrà. Ne siamo sicuri.