Rollink Stone, capitolo 9: Gianmaurizio Fercioni di “Queequeg Tattoo” | Rolling Stone Italia
Home Pop & Life News

Rollink Stone, capitolo 9: Gianmaurizio Fercioni di “Queequeg Tattoo”

Il suo studio (che è anche un museo patrocinato dal comune di Milano) è un punto di riferimento molto importante per chi si interessa di tatuaggio, ed è conosciuto in Europa e nel resto del mondo

Gian Maurizio Fercioni è nato a Milano nel 1946

Gian Maurizio Fercioni è nato a Milano nel 1946

Rollink Stone è un osservatorio sull’universo del tatuaggio moderno in continua e turbolenta espansione. Marco Annunziata fotografo e contributor da Europa e California per Inked, Rebel Ink, Total Tattoo, desideroso per una volta di esprimersi nella propria lingua madre, porta sulle pagine di RS le storie e i lavori di tattoo artists più o meno celebri, da New York a Termoli, passando per Copenhagen, dalle macchinette artigianali fatte con un walkman, uno spazzolino, una penna bic e una corda di chitarra, ai reality shows ultra milionari.

Rinomato scenografo di teatro, grande appassionato di mare ed eccellente raccontatore di storie, Gian Maurizio Fercioni è uno dei tatuatori di primissima generazione ancora in attività.

Gian Maurizio Fercioni

Quando hai visto un tatuaggio per la prima volta?
Sono creciuto a Viareggio, una piccola città sulla costa Toscana, uno dei primi tatuaggi di cui ho memoria l’ho visto su un marinaio viareggino in Darsena, non ho idea di quanti anni siano passati. Mi ricordo di questa sirena naif a linee molto spesse, una testa di donna e un veliero. Quel marinaio ce l’ho fisso in testa, non riesco a dimenticarlo.

Chi ti ha tatuato per la prima volta?
Mi sono fatto tatuare per la prima volta da Paolino Volpe, medaglia d’oro al Valor Militare. Paolo era un marinaio che viveva a Viareggio su un veliero che era stato requisito a Goring alla fine della guerra.

Quali sono i tuoi inizi da tatutore?
Ho iniziato a tatuare i miei compagni di scuola già alle medie, poi mi sono perfezionato al liceo. In seguito mi sono ritrovato a tatuare nei porti di Viareggio e Livorno mentre saltavo da un lavoro a un altro. Ovviamente non ho fatto un vero e proprio apprendistato, le cose erano molto diverse quando ho iniziato un bel pò di anni fa.

Ricordi il primo tatuaggio che hai fatto? Che macchinetta usavi? Con quali inchiostri?
I primi tatuaggi che ho fatto li ho fatti a mano, senza elettricità per intendersi. Usavo tre aghi da cucito tenuti insieme con del filo di cotone e della colla, come pigmento usavo del nerofumo diluito con la saliva. Dopo un pò passai alle macchinette che mi costruivo da solo, la loro ideazione e costruzione sono diventate per me una grande passione che porto ancora avanti. Sono anche un collezionista di strumenti per il tatuaggio, il mio negozio con il tempo è diventato un piccolo museo dove espongo tutto ciò che ho raccolto in tutti questi anni di attività.

Come ti è saltato in mente di aprire un negozio di tatuaggi a Milano nel 1968?
Con il passaparola ho cominciato a tatuare sempre di più visto che venivano da me gli amici degli amici degli amici. Dato che facevo trasferimento di barche ebbi l’opportunità di frequentare e di farmi tatuare dai vecchi artisti già allora famosi come Tattoo Peter ad Amsterdam e Herbert Hoffmann ad Amburgo. Gradualmente mi resi conto che fare il tatuatore era una professione e che forse avrei dovuto aprire un negozio anche io.

Chi sono stati i tuoi primi clienti?
Ho lavorato a lungo in teatro a Marsiglia e ho avuto l’occasione di lavorare presso il tattoo shop di Alain dove i miei primi clienti sono stati soldati della legione straniera, marinai e gente comune alcuni dei quali mi hanno poi seguito a Milano.

Lavori da molto come scenografo, secondo te un tatuatore può essere considerato un perfetto mix tra un artista e un artigiano?
Direi che prima di tutto è necessario dimostrare di essere un buon artigiano e poi forse saranno i tuoi clienti e il tempo a dire se sei un artista o meno.

Con il tuo lavoro hai ispirato e continui a ispirare nuove generazioni di tatuatori, chi consideri essere i tuoi maestri?
Così dicono e dicono anche che ci sia uno stile lombardo milanese “dei miei discepoli” che accomunerebbe tanti tatuatori delle generazioni dopo la mia che sono stati miei assistenti o che comunque sono passati dal mio studio. Per quanto mi riguarda i miei riferimenti sono i tatuatori europei del dopoguerra Christian Warlich, Herbert Hoffann, Tattoo Peter, Jock Liddell.

Gian Maurizio Fercioni - Foto di Marco Annunziata

Gian Maurizio Fercioni – Foto di Marco Annunziata

Cosa rappresenta per te il viaggio? Hai mai pensato di lasciare l’Italia?
In realtà non mi sono mai posto il problema poichè ho sempre viaggiato, ho girato il mondo soggiornando anche per lunghi periodi all’estero e tatuando ovunque.

Esiste, secondo te, il tatuaggio tradizionale italiano?
Il tatuaggio ha uno storia molto antica in Italia, ancor prima dei copti nel bacino del Mar Mediterraneo, infatti, esistevano dei tatuatori professionisti, chiamati marcatori, che tatuavano i marinai, i pellegrini, e gli artigiani con i simboli del proprio mestiere (il segno di Caino, protettore degli artigiani).

E’ possibile essere tatuatori e non sapere tenere in mano una matita?
No. Saper disegnare è una base fondamentale. Ci sono sempre stati e sempre ci saranno tatuatori naif ma ricalcare tre o quattro soggetti e tatuarli non c’entra niente con fare il tatuatore.

Molti tatuatori affermati sembrano annoiati dal fatto che il tatuaggio sia diventato ormai una moda. Qual è il tuo punto di vista?
Una volta il tatuaggio non aveva nulla a che fare con la moda, oggi purtroppo il pubblico è talmente condizionato dalla moda grazie ai mass media a tal punto che per un sacco di gente (non per tutti fortunatamente) è diventato uno status symbol piccolo borghese, insieme alla scarpa o alla borsetta di marca. Per costoro il tatuaggio non è più espressione della propria singolarità ma piuttosto l’omologazione attraverso lo stesso tatuaggio di quel calciatore o di quella attrice. Io continuo a fare il mio lavoro con grande passione e professionalità cercando di non violarne in nessun modo i valori tradizionali.

Dopo essermi tatuato da Queequeg dove vado a mangiare?
Alla Libera, qui vicino al mio negozio! Italo, il proprietario, sotto giacca e camicia ha svariati bei pezzi tradizionali.