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Milano, che cosa rimane dopo il Fuorisalone?

Le 5 migliori cose ancora visibili in città più una che avremmo voluto restasse e invece è andata

Gli interni della Fondazione Pini rivisti da Carlos Amorales

Foto di Andrea Rossetti

Dopo questa settimana compulsiva di incontri, eventi, e le molte, forse troppe cose da vedere rimane una sorta di vuoto sonoro e mi chiedo: ma sarà stato tutto consumato in soli sei giorni? Ebbene no, qualche mostra di corpo ed essenza è rimasta in città. Credo che non esista nessuno che abbia avuto il tempo di vedere tutto quello che l’intero mondo del design riunito ha voluto proporre alla città di Milano. Quindi ecco qualche consiglio.

Inizierei con il Palazzo Reale, dove Kartell festeggia i suoi settant’anni di produzione e quindi celebra la sua storia, ma non solo. Infatti la mostra The art side of Kartell, curata da Rita Selvaggio e Ferruccio Laviani, è un racconto immersivo che accoglie tutto il mondo di cui è composto questa importante azienda italiana. Sette i momenti espositivi, come i decenni da raccontare, e il modo è quello di una collezione privata. Nessun ordine cronologico, ma un viaggio dell’Italia dagli anni’50 ad oggi, e la passione per l’arte attraverso le molte collaborazioni artistiche (da Castiglioni a Sophie Calle, passando per David La Chapelle, Maurizio Galimberti e Bob Wilson, per citarne solo alcuni). Visibile fino al 12 maggio a ingresso gratuito.

Dal centro città andrei al Nilufar Depot. Pur essendo leggermente fuori dai circuiti, lo spazio di Nina Yashar in viale Lancetti è una scatola delle meraviglie. Quest’anno ospita una serie di bolle sospese che richiamano alla mente le abitazioni utopiche degli anni’70, e che racchiudono la mostra FAR, una collettiva di 10 emergenti curata da Studio Vedèt, con allestimento di Space Caviar. FAR è la diminuizione di Nilu-Far, come ad indicare una piccola parte, quella bambina, necessaria per aprire le porte ai giovani ricercatori di nuove tendenze. Nello spazio laterale del secondo piano c’è invece New Sculptural Presence curata da Libby Sellers e disegnata da Patricia Urquiola, che mette in dialogo 3 artisti. Gli alti spazi che circondano il pianterreno invece ospitano come sempre pezzi magistrali del design storico del ‘900, simbolo del gran gusto della padrona di casa.

La mostra ospitata al Silos Armani è quella di Tadao Ando, concepita per il Centre Pompidou di Parigi l’anno scorso, e prima esposizione di architettura ospitata in questi ambienti. Una ricca retrospettiva. Oltre cinquanta i progetti presentati accompagnati da disegni, schizzi, foto, carte e documenti che gli fanno da cornice. Quattro i temi principali: Forme primitive dello spazio, Una sfida urbana, Genesi del paesaggio, Dialoghi con la storia. Ed è proprio la purezza di forma che contraddistingue l’architetto di Osaka che ha messo in contatto i due universi, quello di Giorgio Armani e il suo già dal 2001. A detta dello stesso stilista: “Nell’architettura di Tadao Ando vedo la straordinaria abilità di trasformare materiali pesanti, come il metallo e il cemento, in qualcosa di poetico ed entusiasmante. Mi piace come usa la luce, un elemento fondamentale che contribuisce a definire il carattere degli spazi“. Se ancora non conoscete bene il suo lavoro, sicuramente una mostra da vedere e studiare! Visitabile fino al 28 luglio.

Per la Fondazione Adolfo Pini l’artista messicana Amorales ha concepito L’ora dannata, incentrata sull’installazione di dimensioni ambientali “Black Cloud” e su diversi elementi legati al progetto “Life in the folds”. Uno sciame di 15.000 farfalle ci accoglie sin dallo scalone principale per accompagnarci poi in un continuo slittamento tra immagini e segni tradotti in silhouettes nere. Una mostra che indaga i lati oscuri di noi esseri umani, capaci di molta bellezza, ma anche di tante inquietudini. Molto suggestiva e stimolante. La mostra a cura di Gabi Scardi resterà aperta fino all’8 luglio.

Da Martina Simeti invece si può vedere ancora per qualche giorno Supercolla. Nuova formula rinforzata per ogni tipo di modernità, e cioè le 30 rivisitazioni della superleggera di Ponti. Progettata nel ’56, prendendo spunto dalla sedia impagliata di Chiavari, un caposaldo del design italiano. I curatori Guido Musante e Maria Chiara Valacchi hanno chiesto a 31 artisti e designer di riparare, ognuno a suo modo, le 30 Superleggere ormai collassate del Potafiori, bistrot milanese. Ma se i giorni sono brevi e sfuggenti, dopo il 19 aprile e fino al 17 maggio, si potrà piacevolmente scoprire il lavoro di Sylvie Auvray con la mostra “BROOM”. Una geniale interpretazione di scope e scopettine composte di ceramica, fibre vegetali, tessuti e metalli che porta “le ‘bestioles” ad animare in maniera differente gli spazi domestici ravvivando gli angoli dove di solito le cose si assopiscono.

E ahimè una cosa persa e non più rivedibile è la facciata dell’Opificio di via Tortona 31 di Alex Chinneck, con l’installazione IQOS World Revealed. Una riproduzione perfetta di una facciata del ‘400, dove da un angolo pendevano, come un tessuto, finestre e mattoni tenuti insieme da una gigante zip. L’angolo scoperto era una superficie bianca da dove una luce blu creava un nuovo ambiente. Certo il mercato del tabacco ha dato un esempio di grande slancio facendo rifare la facciata dell’edificio all’artista britannico, ma non di grande longevità! Speriamo che la scelta di trasformazione del loro mercato sia più duratura…

Palazzo Reale, Piazza del Duomo 12, 20122 Milano
Nilufar Depot, Viale Vincenzo Lancetti 34, 20158 Milano
Fondazioni Pini, Corso Garibaldi, 2, 20121 Milano
Galleria Martina Simeti, Via Tortona 4, 20144 Milano

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