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Matteo Perucchini, 52 giorni in solitaria nell’Atlantico

Unico italiano a parteciapare alla Talisker Whisky Atlantic Challenge

L'arrivo di Matteo Perucchini dopo 52 giorni. Foto: Ben Duffy

L'arrivo di Matteo Perucchini dopo 52 giorni. Foto: Ben Duffy

La Talisker Whisky Atlantic Challenge è la competizione di canottaggio più dura del mondo. È una traversata completa dell’oceano Atlantico, dalle Canarie ad Antigua, 3000 miglia in mezzo al mare. Ci sono due modi di partecipare alla sfida: in team o in solitaria. E Matteo Perucchini, unico italiano in gara, ha scelto la seconda opzione. Attraversare l’oceano da solo vuol dire spingersi ai limiti della resistenza, vuol dire più di 52 giorni di traversata.

Matteo Perucchini è arrivato primo tra tutti gli equipaggi il solitaria e tredicesimo (su 26) tra tutti quelli che hanno deciso di partecipare alla Talisker Whisky Atlantic Challenge. «L’idea di mollare è sempre in agguato soprattutto nelle prime settimane. Ma non ha mai preso il sopravvento», ha detto, in un’intervista esclusiva a Rolling Stone.

Cosa ha significato per te affrontare questa sfida?
Ho sognato di prendere parte a questa gara per più di dieci anni. Per me non è stata una semplice sfida sportiva ma un percorso interiore che mi ha aiutato a riflettere e a riprendere contatto con me stesso. Gli ostacoli che ho dovuto superare durante i 52 giorni in mare mi hanno spinto ai limiti della mia resistenza fisica e mentale ma mi hanno permesso di conoscere me stesso sotto una luce nuova. È stato un privilegio prendere parte a questa gara e trovarmi solo tra le onde dell’oceano. Ho provato sensazioni che rimarranno con me per il resto della mia vita.

Che tipo di preparazione devi seguire per una prova del genere?
La preparazione per una gara di questo tipo dura anni. Bisogna prepararsi a livello fisico, mentale e tecnico. In aggiunta a questo, bisogna mettere a punto la barca, gestire tutto quello che è la logistica e cercare di promuovere il messaggio e le attività della ONLUS con la quale si collabora. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, il programma di allenamento ha integrato varie discipline come la bicicletta, la boxe ed il CrossFit e anche lunghe sessioni, a volte di più di 24h, sul remoergometro sono state necessarie, questo tipo di allenamento mi ha permesso di prepararmi in modo ottimale ed allo stesso tempo gestire tutti gli altri aspetti di questa avventura.

L'arrivo della traversata. Foto: Ben Duffy

L’arrivo della traversata. Foto: Ben Duffy

Comunque è molto importante capire che in una sfida come questa la preparazione fisica anche se molto importante, non è essenziale. Lo è invece quella psicologica, ed è questa che è stata cruciale per raggiungere il mio obiettivo. Per questo mi sono preparato attraverso lo yoga e la meditazione. Sessioni brevi che ho potuto continuare a fare anche in barca nonostante ritmi elevatissimi di remata – 18/20 ore al giorno – e che mi hanno permesso di trovare il giusto equilibrio mentale per affrontare i mille ostacoli di questa avventura.
Per quanto riguarda la preparazione tecnica e la messa a punto della barca, ho partecipato a numerosi corsi di navigazione e di sopravvivenza in mare e la barca è stata per più di 12 mesi al Cantiere Costantini sul Lago Maggiore dove è stata allestita e preparata.

Quali sono stati i momenti più difficili?
Ci sono stati momenti molto difficili e negativi nei quali non è stato facile trovare la forza mentale di reagire e continuare a remare. Le tempeste, soprattutto quelle che mi hanno colpito di notte, hanno lasciato il segno. Anche dopo 10 giorni sulla terra ferma, quando tramonta il sole, non mi sento a mio agio e continuo a provare le sensazioni che provavo in mare: la paura delle lunghe ore al buio dove non riesci nemmeno a vedere le pale dei remi ma devi continuare a remare e combattere contro la stanchezza e l’oceano.

C’è mai stata l’idea di mollare?
L’idea di mollare è sempre in agguato soprattutto nelle prime settimane. Ma non ha mai preso il sopravvento, sai che anche nei momenti più duri l’unica opzione è quella di continuare a remare. Quando non mi sentivo al meglio, a ogni remata cercavo di pensare a tutte le persone che mi hanno aiutato e sostenuto durante i mesi di preparazione, una ad una. Questo mi ha aiutato a rimanere motivato ed a continuare a remare anche durante le tempeste e le notti più buie.

privazione estrema del sonno e 18-22 ore al giorno ai remi

Quale è stata la tua spinta più importante in mezzo all’Atlantico?
La sera del 19 gennaio mi è arrivato un aggiornamento gara che ha cambiato questa avventura personale nella competizione sportiva più dura della mia vita. Ero a più di 60 miglia dal primo singolista ed erano ormai giorni che perdevo dalle 3 alle 5 miglia ogni quattro ore. La gara per il primo posto era cominciata, i primi singolisti avevano cambiato marcia e io non riuscivo a tenere il passo. Le ore successive sono state molto difficili ma verso la mezzanotte ho deciso che non avrei ceduto così facilmente. Ho smesso di remare per una ventina di minuti durante i quali mi sono preparato mentalmente a quello che avrei dovuto affrontare nelle settimane successive: privazione estrema del sonno e 18-22 ore al giorno ai remi. Mi sentivo pronto. Questa decisione, assieme alla lotta che si è andata a sviluppare durante il resto della gara, mi hanno spinto a non mollare mai.

Cosa significa aver raggiunto questo traguardo per te?
Mi ha lasciato delle sensazioni ed esperienze uniche che hanno un enorme valore e mi faranno crescere, sia personalmente che professionalmente. Non mi sento diverso da nessun altro; con perseveranza, dedizione e concentrazione sono riuscito a coronare il mio sogno. Questo dimostra che dentro di noi abbiamo la capacità e la forza di raggiungere traguardi incredibili. Bisogna solo definire il proprio obiettivo, grande o piccolo che sia, e cercare dentro noi stessi la forza per raggiungerlo. Mi auguro che la mia avventura possa contribuire a motivare altre persone ad uscire dalla loro comfort zone ed a seguire i loro sogni.

Per quanto riguarda l’aspetto professionale i prossimi anni saranno sicuramente una avventura. Dal 2014 sono uno dei proprietari di una ditta di consulenza strategica (Cambridge Healthcare Research) che lavora nei settori farmaceutico, delle scienze biologiche e biotecnologiche. I miei due soci sono stati fantastici e mi hanno permesso di mollare tutto ed affrontare l’oceano. Ora devo tornare in ufficio ed aiutarli a crescere la nostra ditta e continuare questa avventura che abbiamo deciso di affrontare insieme.

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