Nicolò Caimi, in equilibrio tra onde e alligatori

Il campione italiano di wakeboard ci racconta la sua vita tra le onde.

“Motore”, di quelli che fanno un rumore infernale e increspano l’acqua. “Ciak”, sulla corda che stringe un campione di wakeboard, per rimanere aggrappato ai suoi sogni. “Azione”, che nella vita di Nicolò Caimi rappresenta da sempre una specie di formula magica. Una costante, una filosofia, una parola chiave. Se a qualcuno venisse in mente di realizzare davvero un film su di lui, avrebbe già pronto il titolo.
La scena iniziale si scrive da sola: un bambino di appena tre anni si infila impaziente dei mini-sci e inizia a scivolare sul lago di Como, al fianco di un motoscafo. «All’epoca sapevo a malapena camminare», sorride Nicolò, ripensando alla sua prima volta. «A quell’età si rimane vicini al pilota, e c’è una persona dell’equipaggio che ti sorregge, mentre la barca va molto lenta». Che per uno scalmanato come lui può sembrare un paradosso: «In realtà, già a cinque anni ho cominciato a sciare dietro la barca, tenendomi alla corda. Ricordo alla perfezione cosa provai in quel momento: mi sono sentito finalmente grande».

Buona la prima, insomma. Anche se, per raccontare le origini di un simile talento, servirebbe anche uno spin-off sulla vita dei suoi genitori: «Mia mamma gareggiava nelle categorie femminili di sci nautico, nella disciplina velocità, mentre papà faceva il pilota per suo fratello. Si sono conosciuti praticando questo sport». Se a questo quadretto si aggiunge che Nicolò e il wakeboard sono nati entrambi nel 1996, la congiunzione astrale è completa. «Il mio debutto con la tavola ai piedi è stato pazzesco. Una sensazione stranissima, un amore istantaneo: ho capito che da lì sopra non sarei sceso mai più».

Video realizzato da Videogang Production, powered by Land Rover. Foto Giampaolo Vimercati, Styling Federica Meacci

GOOD VIBES
Per dirla con un’espressione di Ralph Samuelson, l’impavido inventore dello sci nautico, che nel 1922 montò su due assi di legno e iniziò a farsi trainare da un’imbarcazione sul Mississippi, spinto dalla visionaria certezza che si potesse fare sull’acqua ciò che già si faceva sulla neve. Gli esordi furono tutt’altro che esaltanti, ma nel giro di poco tempo riuscì ad apportare le modifiche giuste per realizzare il suo sogno. «In realtà il wake- board è diverso. Scivoli di lato, e per i trick sfrutti le onde che il motoscafo lascia dietro di sé: il campo è delimitato da due boe e ogni run di gara prevede cinque figure all’andata e cinque al ritorno». A ben guardare, sono tante le differenze anche con lo snowboard: «Tutti mi dicevano che sulla neve era uguale, ma ho scoperto che di simile c’è soltanto la tavola. Cambia proprio la tecnica: la prima capriola l’ho tentata imitando quelle che faccio in acqua, e sono atterrato di schiena».

SUL LAGO È UN’ALTRA COSA
Nicolò a soli 12 anni inizia a gareggiare e la sua vita svolta, nonostante in famiglia qualcuno storca il naso: «Un po’ di titubanza in casa, soprattutto da parte dei nonni, era comprensibile. Pochi mesi prima che nascessi, mio zio era morto in un tragico incidente, mentre faceva sci nautico. Alla fine, però, la passione ha vinto sulla paura, e i risultati sono arrivati presto». Già nel 2009 si piazza secondo ai campionati italiani, gli osservatori della Nazionale ne intravedono il talento e lo convocano per un raduno. Nella stessa stagione lo spediscono con la selezione azzurra agli Europei e ai Mondiali. Anche i titoli non si fanno attendere: nel 2012, a 16 anni, sale sul gradino più alto del podio nel torneo continentale, e bacia quella tavola che ormai sente cucita sotto ai piedi. Come lo scudo per Capitan America, o gli artigli per Wolverine. Un universo ristretto, quello dei supereroi, al quale Nicolò si avvicina anche grazie a surreali acrobazie e a un’innata predisposizione a non mollare.
Ogni sceneggiatura che si rispetti prevede che, a un certo punto, il protagonista finisca a un passo dal baratro, e il suo film non fa eccezione: «Mi sono disintegrato un ginocchio poche settimane dopo aver trionfato agli Europei. Capsula, menisco, legamenti: quando i medici mi hanno comunicato che secondo loro non sarei tornato a fare wakeboard, mi è crollato il mondo addosso». Un altro atterraggio sbagliato e si sarebbe ritrovato con una specie di protesi al posto dell’articolazione. «Mi hanno detto che, se avessi subito un altro infortunio allo stesso ginocchio, mi sarei potuto scordare persino il calcetto con gli amici».

CHI SE NE FREGA DEL CALCETTO
Nicolò trascorre una settimana in ospedale, poi scappa a Forte dei Marmi, perché di guardare i compagni dal letto proprio non se ne parla. «Il problema è che sono un tipo impaziente, appena ho visto la tavola da surf non ho resistito e ho ricominciato a prendere le onde».
Nel frattempo la mamma, che lo osservava dalla spiaggia, era al telefono con il medico della nazionale. «Voleva sincerarsi che non facessi sforzi». L’etichetta di incosciente Nicolò non se la sente addosso, di sicuro, però, se ami il wakeboard, qualche pazzia devi essere disposto a farla. «Già scendere in acqua a dicembre, con la neve sulle montagne e la temperatura sotto zero, è una missione tosta». Una volta, prima di una gara in Messico, ha visto un alligatore entrare nella laguna dove avrebbe dovuto esibirsi. «Non soddisfatto, il pilota ha rincarato la dose, rivelandoci che in quel punto erano stati avvistati alcuni squali».

UNA COMBO PERFETTA, CHE LO CARICA, INVECE DI SPAVENTARLO
D’altronde fermare Nicolò è quasi impossibile: finita la scuola lascia la sua Cantù e vola negli States, da un caro amico che vive a Orlando, per dedicarsi esclusivamente al wakeboard. «Alla prima gara con i professionisti stavo per eliminare una leggenda di questo sport, Rusty Malinoski». Gli sponsor che bussano alla sua porta diventano sempre di più e in America, nell’ambiente, si comincia a parlare di lui: «Sono un tipo che non sopporta perdere, qualsiasi cosa faccia. Fin da piccolo, con la nazionale, quando sciavo male, ero inavvicinabile». Rimaneva da solo con la sua tavola: «In realtà amo l’atmosfera del gruppo, far serata con compagni e rivali. Ma, quando si tratta di competere, preferisco le specialità individuali. Non mi piace condividere le sconfitte, né tantomeno i successi».

EPPURE C’È CHI È RIUSCITO A FRENARLO
Nonno Antonio, che a 85 anni lavora ancora nel mobilificio di proprietà. «Lo scorso anno sono tornato dagli Stati Uniti per trascorrere il Natale a casa con la mia famiglia e, quando l’ho visto faticare in azienda, ho capito che il mio posto era lì, tra lui e mio papà».
Nicolò si è ritrovato così al centro di una bilancia, dove su un piatto pesavano la passione per il wakeboard e l’ambizione personale nello sport, mentre sull’altro l’industria di famiglia e la fidanzata Anna, conosciuta poco prima di partire per Orlando. «I miei genitori mi hanno sempre insegnato che lo sci è bello fino a quando è un divertimento. Quindi proseguo, mi alleno duro e rispondo alle convocazioni in azzurro, ma nel frattempo ho iniziato a lavorare nel mobilificio». È tutta una questione di equilibrio, nella vita come sulla tavola: per quello sì, che Nicolò Caimi meriterebbe l’Oscar.

POTENZA HI-TECH AL SERVIZIO DELLO SPORT
Spirito d’avventura, tecnologia e potenza assicurata dai propulsori Jaguar Land Rover: sono le doti della Discovery, che ci ha accompagnato sul lago di Como assieme a Nicolò Caimi. La capacità di carico del modello, giunto alla quinta generazione, è l’ideale per portare l’attrezzatura che non può mancare per le nostre evoluzioni sull’acqua. Dopo essere usciti dall’auto già stracarichi di materiale, ci viene incontro la tecnologia della Activity Key (che si va ad aggiungere alle 9 porte USB e all’hot spot Wi-Fi con 8 dispositivi collegabili), con il bracciale elettronico impermeabile: basta accostare il polso alla “D” del distintivo Discovery sul portellone per bloccare il veicolo, dimenticando tranquillamente il telecomando all’interno. E nulla potrà più mettersi in mezzo tra noi e una spettacolare giornata di sport all’aria aperta.