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La vostra vita da adulti è una recita patetica

Lauree, master, una famiglia e un lavoro più o meno rispettabile: tutto inutile nei weekend in cui rimarrai sempre un quindicenne

Hai preso una laurea, un master, sopportato umiliazioni, fatto la gavetta, ti sei finalmente trovato un lavoro accettabile. Magari hai messo su famiglia, tua moglie ti guarda con rispetto, sei un esempio per tuo figlio, il portiere ti chiama dottore, collezioni le bollette in un quadernone ad anelli. Parti per un weekend con gli amici, quelli che ti conoscono dall’infanzia. E tutta la recita se ne va a puttane. Via una maschera, sotto un’altra: quella che ha inciso sulla fronte il tuo antico nomignolo, quella che pensavi di non indossare mai più. Ormai sei grande per quella lì, ti dicevi. E invece no: torni quello che eri. Quello che sei, forse. Quello che sarai? Ancora, domani, e poi ancora, per sempre? Una pena di Sisifo.

Eri cresciuto come un animale gregario, come una bestia da branco. La scuola, la squadra, la strada. C’era una gerarchia, c’erano dei ruoli e dei nemici. Tutta una ritualità – chi salutare per primo, con quale tipo di stretta –, tutto un gergo ben definito che vi differenziava dalla città vicina, dalla compagnia vicina. Qua una sigaretta si chiama così, così si chiama un pugno, così una donna: paglia, cartone, figa. Avevi appreso un linguaggio codificato in anni di bighellonamenti pomeridiani, dopo spietate lotte tra neologismi – creature di poeti in botta da marijuana: solo le parole accolte dai tizi più carismatici, dai capibranco, resistevano all’usura di tempo e neuroni. Tra queste c’era il tuo soprannome: a volte cretino, spesso umiliante, sempre veridico.

Per quanto possa essere veridica – tanto Georg Wilhelm Friedrich Hegel sarebbe stato ribattezzato Scacciafiga – una parte sull’intero. Quel nomignolo sottolineava una sfaccettatura della tua personalità, quel pezzo di te che meglio si incastrava nel puzzle sociale: se c’era bisogno di un buffone, ecco a te ruolo e nome da buffone; stessa cosa se mancava un picchiatore, uno che scappava veloce, uno con gli occhiali, uno che si incendiava le scorregge.

E poi ti sei ritrovato a essere una partita IVA che comunica con il resto del mondo ticchettando con indici lisci da colletto bianco precarizzato. Da lupo, ti sei evoluto in paguro bernardo eremita. La tua inventiva linguistica si è appiattita sui titoli di studio. Ti sei ritrovato a cominciare le email con Buongiorno, quindi virgola, a capo, eccetera, e poi a firmare con nome e cognome per esteso, belli decifrabili, anangraficamente impeccabili. Qualche anno fa i tuoi amici ti avrebbero preso a pernacchie. Avevi imparato a ignorarne gli echi e, di colpo, un venerdì sera fuori città: prrrrr. All’antipasto ridi: non sarà qualche scherzo a incrinare la tua identità riconosciuta da svariati contatti lavorativi con tanto di firma elettronica in calce. Alla bistecca sopporti: sai, il vino, ah, i vecchi tempi. Al dessert sprofondi in uno psicodramma totalizzante, profondissimo, capace di polverizzare le tue certezze da correntista degno di mutuo, che proseguirà per i due giorni successivi (e i cui strascichi ti accompagneranno per settimane).

Chi sei, tu? Sei Marco Rossi, o il Culacchia? Quella sera stessa, in un locale, ordini da bere come farebbe Marco Rossi, col ditino in alto, bello diritto, poi il gin procura i suoi effetti e ti dici, ma sì, chissenefrega, dopo tutto, se per i miei amici sono il Culacchia, se per loro, che mi conoscono meglio di chiunque altro, io sono il Culacchia, allora sì, vada per il Culacchia. Quindi, al centro dei resti di una compagnia decimata da fidanzate severe e impegni seriosi, balli fino a sudare roteando la giacca: sei parte integrante di questo grandioso progetto di conservazione della specie.

Il sabato mattina, intorpidito dall’alcol, indebolito dai postumi, quel ruolo ti sta stretto come un grembiule delle elementari, ma non hai più la forza di cavartelo di dosso. Speri ci sia un’urgenza, che qualcuno da quell’altro mondo, quello dei grandi, ti telefoni, magari dandoti del Lei, perché tu possa accettare la chiamata al tavolo della colazione, parlare forte e chiaro, farglielo vedere, a quei debosciati dei tuoi amici, che razza di professionista affermato s’è fatto, là fuori, il Culacchia.
Ma una volta che hai acconsentito a tornartene buono buono dentro lo stereotipo di te stesso non c’è più nulla da fare, il weekend, l’ennesimo, è compromesso: l’eterno ritorno del banale. Avevi solo un’alternativa: appena un amico si rivolgeva a te come tu fossi ancora quell’altro, quel quindicenne insicuro, tirargli un pugno alla mascella. Non cartone, dovevi ringhiargli in piedi sopra di lui, pugno si dice, si dice pugno nel mondo dove io sono qualcuno.

Invece le mani te le sei tenute in tasca, perché tu sì che sei una persona civile. E hai arrancato fino alla domenica sera trascinandoti dietro, come un carro di cianfrusaglie, i ricordi dei tuoi traguardi recenti, delle attestazioni ricevute da quando sai annodarti la cravatta, cianfrusaglie sempre più pesanti. Per tornare alla serenità dovrai aspettare di ricevere almeno una dozzina di richieste di contato su LinkedIn.

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