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Espolòn ha trasformato Milano insieme a Ozmo

L'iconico brand di tequila ha contattato uno tra gli street artist più apprezzati della scena contemporanea, per un'opera gigantesca in cui gli scheletri danno vita a una festa messicana

Foto di Davide Dusnasco

In corso di Porta Ticinese campeggiano – a partire dall’inizio in Colonne per finire sulla Darsena – enormi cartelloni pubblicitari. Per mesi un Gué Pequeno in scala 1:5 ha osservato i baracchini dello street food sulle sponde della Darsena, mentre Coez vigilava sulle Colonne. In generale quelle gigantografie che sponsorizzano brand o tour di cantanti caratterizzano anche il mood della via. Oggi, se a metà guardassimo verso l’alto, vedremmo una festa di scheletri, che è la personalissima visione di Milano di Ozmo. C’è il rapper, lo chef, il dj, il writer. E tutto questo ieri sera è stato ritoccato e terminato davanti ai nostri occhi, proprio da Ozmo.

Il frutto di questa collaborazione, l’oggetto tangibile del tutto, è un murales che sovrasta Corso di porta Ticinese, in prossimità di uno dei negozi di streetwear più caratterizzanti del circondario. Tutta la creatività milanese in pura veste messicana – no, non quel Messico stereotipato col sombrero– che si incontra ai piedi di Ramon, il gallo tipico della cultura centroamericana e simbolo di Espolòn Tequila.

È l’inizio della Revolucion Creativa, nel Barrio che la creatività un po’ a Milano l’ha vista nascere. L’unione, dunque, tra il cuore di Milano e l’essenza della tradizione messicana avvolgerà Milano sud per tutto il mese di ottobre, grazie a Espolòn Tequila. il tequila premium prodotto artigianalmente con il 100% di Agave Blu che celebra la storia e la cultura del Messico.

Quando mi permettono di parlare con Ozmo, rivedo quella che fino ad allora era stata la mia concezione di esigenza comunicativa. Quando incontro l’artista, dunque – prima ancora dell’uomo – è tutto un muoversi, ballare, scherzare, sfogliare il libro che racchiude la sua opera, la sua vita. «Il mio problema è che tratto la street art come se fosse arte contemporanea. Perché è arte contemporanea. Ma in mezzo al marasma di gente che fa Einstein, che ride, Jimi Hendrix… Sono un pesce fuor d’acqua».

Nel momento in cui mi siedo di fronte a Ozmo sono passate poco più di 48 ore dal momento in cui ho potuto osservare il suo contributo a On The Wall, l’iniziativa per riqualificare le zone del Ponte Morandi ed è la prima cosa di cui parliamo: guardando il disegno per Espolòn e quello per Genova si evince prima di tutto una forma di elasticità, che non è così scontata: «È la mia rovina (ride, ndr). La cosa che non mi ha reso mainstream. Se io fossi Mr. Brainwash o qualche altro artista del genere a quest’ora sarei più commerciale, sarei lo street artist colorato. Io per sette anni ho lavorato solo in bianco e nero, per me lavorare per un brand come Espolòn che ha gli stessi codici visivi e lo stesso immaginario è stato sfondare una porta aperta. Io mischio quello che è l’aspetto formale del fumetto, del graffito con un approccio che è quello dell’arte contemporanea e dell’underground».

Ozmo è un fiume in piena nella sua voglia di rompere gli schemi e andare oltre le barriere attraverso la creatività , il che lo rende ai miei occhi un artista ancora più grande di quanto lo immaginassi già solo vedendo le opere.
Sul finire della nostra chiacchierata sfogliamo il suo libro: «Se vedi un teschio oggi non è strano, per molto tempo questo è stato il mio logo, una sorta di tag 2.0. Ho smesso di firmarmi OZMO con la tag e ho apposto un logo. Il teschio ha una simbologia pazzesca, dai pirati ai tarocchi, dal teatro all’arte in generale. A me piace questo dell’arte, non la scimmia che dipinge con i colori dietro»

Da lì è un attimo passare agli influencer: «Sì questo converte esclusivamente i numeri da un campo all’altro. Per me la figura dell’influencer inteso come mediatore culturale però è fondamentale. Il 99% della gente non può capire cosa è arte e cosa no. Ci vorrebbe qualcuno che filtrasse questa cosa».

A rendere ancora più grande l’artista è però l’aspetto umano. Come raccontavo in apertura, al termine del nostro incontro Ozmon attende il camion che lo isserà nuovamente all’altezza del murales a ridefinire l’opera. Questo momento di attesa è probabilmente un happening, un’esibizione ancora migliore di come dovrebbe essere vedere Ozmo con gli strumenti in mano. Mi sfotte per la felpa, sfotte il mio essere pacchiano, ma al contempo si guarda intorno, sperando che qualcuno lo riporti alla sua comfort zone. La caducità dei mostri è qualcosa di tremendamente umano, il suo smarrimento ben celato rende il suo ego qualcosa di sincero, non una posa per fare l’artista maledetto.

Ozmo è grande proprio perché dietro il suo IO c’è ancora la ricerca di conferme, e quando lassù ridefinisce lo scheletro più grande, lo fa con una naturalezza che quel camion sembra lì da sempre, che lui sembra lì da sempre.

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