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Come indossare accessori da uomo mi ha fatto sentire più femminile

Il mocassino con calzino bianco, le Birkenstock, il foulard a nastro e il double denim. L’unisex può assurgere a operazione erotizzante?

Un paio di numeri fa il bimestrale di moda inglese Gentlewoman pubblicava “gli atti di una di tavola rotonda” tenutasi a proposito di Iso E Super, composizione chimica meglio conosciuta come Escentric Molecule 01. Profumieri, accademici e stilisti raccontavano la storia di questo profumo sintetico, creato agli inizi dei Duemila dal naso berlinese Geza Schoen e celebrato in seguito dalla stampa come afrodisiaco. Tra i vari aneddoti veniva riferito quello di un critico di moda che si spostava sempre in taxi. Da quando aveva cominciato a usare quella fragranza riceveva quotidiani apprezzamenti dai tassisti: “Ehi, non sono gay, ma di che marca è il tuo dopobarba?”.

Come ricordava la giornalista Bibi Lynch, inizialmente scettica, “mi piaceva che avesse un profumo sexy, non unisex”. All’epoca il termine usato era gender-neutral, anche perché il creatore del profumo non era d’accordo con la nozione di unisex. Come tutte le cose leggendarie, ne venni a conoscenza perché me ne parlò un convertito. È un profumo neutro—dicono i più fricchettoni—la cui unicità risiede nel “potenziare” l’odore naturale di chi lo indossa. È un profumo per eletti—sostengono i più vanitosi—perché il mondo si divide in nasi che lo riconoscono estasiati e in nasi che, per difetto delle proprie mucose olfattive, non annusano alcuna differenza.

Sebbene abbia molte riserve sull’effettiva delizia del profumo in questione — in alcuni casi è inebriante come una zaffata di benzina, in altri restituisce l’esperienza olfattiva di essere mummificati con strati di cellofan — il caso Molecule illustra in un certo senso il fascino discreto dell’abbigliamento unisex. E cioè come, ugualmente a quella fragranza, un vestiario privo di connotazioni particolari può funzionare come una sorta di tela bianca su cui imprimere la propria identità. “Ciò che caratterizza profondamente l’abbigliamento attuale è evidentemente la presenza di un vestito unisex.

C’è una perdita della differenziazione sessuale a livello del vestito,” asseriva Roland Barthes in un’intervista del 1978 sul concetto di corpo. Mentre la stagione estiva riafferma il dilagare di capi-bestseller come le Birkenstock, che calzano in modo identico uomini e donne, marchi come Uniqlo, Arket, Études, Arthur Arbessser o Sunnei promuovono uno stile ibrido, viaggiatore e super-classe (se non per i prezzi elevati di alcuni). In aeroporto come al matrimonio, spetta al corpo definire il contesto; non viceversa. Quello che amici frequentatori del Berghain avevano ribattezzato ironicamente “tubolare nero” — canottieroni informi che fasciano pettorali scolpiti come seni femminilissimi — è oggi declinato, ben oltre la pista della discoteca berlinese, in marsupi cingi-spalle, casacche da lavoro milletasche o pantaloni dal taglio dritto, rivelatori di forme solo se si ha voglia di mostrarle.

Ma esporre la propria identità con l’abbigliamento senza distrarla con loghi o mode particolari diventa anche un’azione erotica. Contro l’affermazione di Barthes o chi assimila l’unisex di Molecule ad un’assenza di sensualità, se ti racconto chi sono tramite il gesto che imprimo su un abito ibrido piuttosto che su un vestito cucito con una precisa idea di donna o uomo, compio anche un’operazione erotizzante, se non erotica. Perché esprimere la mia femminilità (o mascolinità o commistione delle due) con una semplice t-shirt bianca implica uscire allo scoperto con il mio fisico e comunicare — attraverso un mutuo riconoscimento di tic, comportamenti, idiosincrasie estetiche — la mia personale idea di sensualità, anche se questa è genericamente neutra o ambigua. Paradossalmente è stato proprio appropriandomi di accessori o capi storicamente “maschili” che ho acquisito una più soddisfacente (e a me confacente) idea di femminilità.

Tutti, a modo nostro, usiamo vestiti e oggetti d’uso quotidiano che sono diventati correlativi di “gender in divenire”. A cominciare dal mocassino con calzino bianco. Da figlia degli anni Ottanta, ho sempre associato questa combinazione alla virilità e al potere, complice forse “l’uniforme del successo” indossata da mio padre prima che nascessi: baffi gonfi, mocassino nero e calzino chiaro. Per anni ho evitato di scoprire le caviglie con tonalità tenui; un giorno però avevo finito i calzini neri e l’unico paio di mocassini che posseggo mi strizzò l’occhio dall’angolo della scarpiera. Da quella volta, indossandoli così, non mi sono più sentita mio padre. Al massimo una scolaretta giapponese travestita da Michael Jackson. Poi c’è il foulard a nastro, legato con nodo morbido come un collier lungo: se da una parte ricorda la professionalità formale della cravatta, dall’altra possiede un guizzo frivolo più vicino a Prince che Coco Chanel. Anche lo zoccolo, impensabilmente, unisce l’efficenza del cardiologo in Doctor Scholls con la sfrontatezza delle femministe diventate presto mamme.

Filosofeggiava fastidiosamente Nanni Moretti in Bianca: “erano belli quelli neri, semplici, un po’ consumati, li portavano ragazze con i capelli lunghi e biondi sciolti sul pullover, pantaloni blu a tubo, e calzettoni rossi. Ora li vedo solo (…) quando vado davanti agli asili.” A proposito di scambio generazionale, tra gli oggetti che mai avrei pensato di usare come rivendicazione di genere c’è il fermacarte: mio nonno ne aveva a bizzeffe, con marine, insetti, dettagli botanici — sempre dall’aspetto più prezioso e importante dei fogli su cui erano appoggiati. Ne ho ereditato uno e ci fermo gli scontrini dei rimborsi spese… e gli elastici per capelli. Ma l’accostamento simbolo del fascino discreto dell’unisex è anche il più facile da realizzare: il double denim. L’ecumenico stile mari & monti indossato da marinai e cowboy tipo Paul Newman in Hud il selvaggio, adesso avvolge Solange nell’ultima campagna Calvin Klein, accompagnata da Kindness e Blood Orange. Eccolo, blu su blu: il colore che sta bene con tutto, su tutti.

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