Tra le stelle più brillanti del beach volley azzurro

I campioni del beach volley tricolore approdano all'ombra (si fa per dire) del Castello Sforzesco, terza tappa del campionato italiano sponsorizzato da Emporio Armani. È solo l'inizio dello spettacolo, ne leggerete sul prossimo numero di Rolling Stone in edicola ad agosto.

È mega-spontanea, trasmette emozioni senza freni. Solo che ogni tanto russa». Laura Giombini spalanca la bocca: non vuole credere a quello che ha appena sentito dire alla sua compagna Marta Menegatti. «Ma è quando sono raffreddata. E allora tu sei una precisetta». Torna seria. «Scherzo, sei fantastica». Tra le risate, si ricompone subito il dissidio tra le stelle più brillanti del beach volley azzurro. E meno male, perché pochi giorni dopo le due erano attese all’appuntamento con il campionato europeo a Apeldoorn, in Olanda.

Pantaloncini e t-shirt della nazionale addosso, sono sedute attorno a un tavolino, un enorme sole alto nel cielo e la Torre del Filarete come unica chimera d’ombra. Siamo a Milano, a pochi passi dal Castello Sforzesco, che dal 6 all’8 luglio ha ospitato la terza tappa del campionato italiano di specialità, organizzato dalla Federazione Italiana Pallavolo con EA7. «Wow, questo sì che è un muro», dice Laura Giombini, che ogni tanto si volta per gettare un occhio al campo alle sue spalle. I match si susseguono senza tregua, maschili e femminili, con l’aria tremula per l’afa. Lei e Marta sono le super ospiti dell’evento, così come il collega che ci ha raggiunto. Alex Ranghieri solleva per un istante gli occhiali da sole, prima di fare le presentazioni, prendere un po’ in giro le amiche e accomodarsi. «Sono fermo da aprile, ahimè. In Cina ho fatto un salto e sono andato per terra: mi sono rotto il tendine rotuleo, ora non vedo l’ora di tornare».
Il suo compagno, Marco Caminati, si è «riaccoppiato» ed è volato in Olanda con Enrico Rossi a comporre il secondo team azzurro, dopo Daniele Lupo e Paolo Nicolai, straordinari argento a Rio 2016. «Figurati, non sono geloso. Questo sport funziona così».

Gli atleti indossano divise EA7 - Foto Giampaolo Vimercati

Gli atleti indossano divise EA7 – Foto Giampaolo Vimercati

D’altra parte anche Alex, fino a poco fa, aveva un altro «socio», come lo chiama lui. L’italo-uruguaiano Adrian Carambula – «una scommessa vinta. L’avevo visto solo su YouTube, perché viveva a Miami: aveva qualcosa di speciale» –, con cui ha preso parte agli ultimi Giochi, finendo eliminato proprio dai connazionali Lupo e Nicolai. «C’erano 15mila persone, dopo quelle di Bolt le gare di beach erano le più attese. Non credo solo per i fondoschiena delle ragazze». Sulla spiaggia di Copacabana c’erano anche Marta – «ricordo la tensione nel tunnel, la voce dello speaker e la visione di quel delirio di gente sugli spalti» – e Laura, riunite in maniera rocambolesca a poche ore dal via della competizione a cinque cerchi. Ora le due proveranno la corsa a Tokyo, divise.
«La sintonia con chi ti sta accanto è uno degli aspetti che rende unico questo sport», dice Ranghieri. «Bisogna essere psicologi, non colpevolizzare il partner. Io sono sempre stato uno impulsivo, ma con l’età capisci quanto sia nocivo. Mai abbattersi per un giocata. Il segreto è lo studio maniacale degli avversari, provare a stupirli».