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Mugello: un tempio senza dei, una casa per tutti

La notizia che nessun amante della MotoGP voleva sentire è arrivata: al Mugello non si corre. Dorna e il circuito del Gran Premio d’Italia non hanno trovato il modo di far disputare la gara più affascinante, prestigiosa e epica del calendario

Mirco Lazzari gp/Getty Images

I fumogeni colorano il cielo, le bandiere sventolano a coprire i volti degli spettatori, le urla si mescolano ai rombi di motore che sgasano l’anima dei cavalli fuori dalla Bucine, il curvone finale che immette sul lungo rettilineo. Lì, in quel momento, il cuore si ferma, per un istante. Le palpebre rimangono spalancate. In gola senti come un fastidio. Non riesci a respirare, né a deglutire. Non ci sono dèi qui dentro, ma solo uomini veri che adagiano la loro vita sull’asfalto sorretti solo da due ruote per assaporare un attimo di gloria. Anche se quell’attimo, al Mugello, dura in eterno. Vincere lì, in quei saliscendi toscani, significa salvare una stagione, svoltare un campionato, decidere le sorti di una carriera o il rinnovo di un contratto che altrimenti non sarebbe arrivato.

Mugello è la casa di tutti. Non solo per gli italiani, ma per tutti gli abitanti del paddock che gira il mondo tutto l’anno, ma come al Gran Premio d’Italia non ce n’è. Il calore delle persone, l’aria festosa e soleggiata, le vibrazioni positive che senti quando attraversi la pista e osservi le colline di fronte a te. Quel verde rilassante è un ossimoro rispetto al fuoco presente dentro l’estremità dei cordoli. I piloti non stanno più nella pelle. L’ansia, lo stress, i nervi sono tesi. Qualcuno non dorme nemmeno. L’elettricità del Mugello è imparagonabile. Correre qui è come farlo nell’Olimpo del motociclismo.

Sono tanti i piloti che hanno vinto, dato spettacolo, conquistato la folla, battagliato, sportellato, fino all’ultimo centimetro utile per vincere da quando il Gran Premio d’Italia, nel 1991, si è trasferito in Toscana: dall’americano Kevin Schwantz al fenomeno Mick Doohan, da Capirossi a Barros, da Lorenzo a Marquez, da Dovizioso a Petrucci, fino, ovviamente, a lui: Valentino Rossi che detiene il record di vittorie, sette consecutive in MotoGP (dal 2002 al 2008) e nove in totale. Da Mugello a “Mugiallo”. Le imprese del campione di Tavullia hanno persino portato i tifosi a storpiare il nome del circuito. E che leggende sul dottore.

Una delle leggende che aleggiano su Valentino Rossi è che lui, da giovanissimo, stava lì, nel prato, insieme ai suoi tifosi. Non dormiva. Rientrava nel paddock, warm up e vittoria in tasca. Senza riposare mai, solo per stare vicino al proprio pubblico. Ovviamente nessuno lo ha mai dimostrato, anzi. Ma il Mugello è anche questo. Sacro e profano.

La storia del circuito, però, arriva da molto più lontano del 91, stagione in cui il Gran Premio d’Italia si è trasferito da Monza, Imola o Misano al circuito nei pressi di Scarperia, la località che dà il nome a uno dei curvoni del tracciato. L’Autodromo Internazionale del Mugello nasce nel 1914, un anno prima della partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale. L’attività del circuito, infatti, si interrompe e riprende negli anni Venti. Nel 1921 è Enzo “Drake” Ferrari a vincere una gara stradale che cominciava a Scarperia e terminava a Fiorenzuola per tornare in circuito attraverso il passo della Futa con delle curve che dovevi chiudere gli occhi, mandare giù la paura e pregare.

Poi il buio, tra la Mille Miglia corteggiata e amata da tutti e altre distrazioni motoristiche, il Mugello perde il suo fascino fino a metà degli Sessanta quando rispolvera il vecchio tracciato da 66 chilometri di lunghezza. Ma serve un tracciato fisso, piccolo, un circuito per ospitare i campioni del Motomondiale. Nasce così il Circuito del Mugello come lo conosciamo oggi. Era il 1972 e quattro anni dopo arriva il debutto nel calendario del Motomondiale: in 500 vince Barry Sheene, ma la gioia c’è anche per gli italiani: Walter Villa (250cc con Harley-Davidson) e Pier Paolo Bianchi (125cc con la Morbidelli) vincono le proprie gare. Nel ’78, dopo la pausa ad Imola, il GP d’Italia torna al Mugello e trova la vittoria del primo americano a vincere un titolo iridato, Kenny Roberts.

Il Mugello, però, rimane oggetto di critiche per diverso tempo. La struttura è fatiscente. La clinica mobile angusta, i bagni e gli spalti striminziti. Insomma, manca qualcosa. Quel qualcosa lo sopperisce la Scuderia Ferrari quando ne diventa proprietaria nel 1988. Da lì al 1991, quando entra in maniera fissa nel calendario del Motomondiale, il passo è breve.

Quando non tuonano i motori, riverbera un canto tra le colline toscane: al Mugello non si dorme. Ed è vero. Viverlo da dentro è qualcosa di unico, per i tifosi, per i piloti, per gli addetti ai lavori. C’è quella sensazione di essere all’interno di qualcosa di maestoso, di imperfetto, ma magnifico, dentro a un recinto di emozioni che confonde i sensi e libera l’anima dentro di noi. Il Mugello è quel luogo mistico, unico nel suo genere, entusiasmante nella sua struttura tecnica, dalle curve, alle “S”, al lungo rettilineo dove le MotoGP superano i 350 chilometri orari, quanto nella sua architettura naturale, posta al centro di un campo verde che ti fa brillare gli occhi prima dell’inizio della tempesta.

Pensare che quest’anno, lì, nel tempio senza dèi, nella casa di tutti, non si corra, fa male. Perché le grandi feste capitano una volta l’anno e quando arrivano siamo tutti più felici, più buoni, più motivati, più energici e folli che mai. Prendo in prestito le parole del numero uno di Dorna, Carmelo Ezpeleta: “Nel 2021 questo sarà un Gran Premio MotoGP memorabile.” E allora prepariamo le bottiglie, perché la prossima stagione saranno 30 anni del Gran Premio d’Italia al Circuito del Mugello e chi lo sa, forse anche l’ultimo per Valentino Rossi.

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