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Franco Morbidelli: «La morte di mio padre mi ha cambiato la vita»

Campione del mondo in Moto2 e primo pilota a firmare per la Academy di Valentino Rossi, l'italo-brasiliano – ieri quinto in Moto GP – racconta la sua storia, dalla prima volta in sella fino alla perdita che ha cambiato tutto

Foto di Mirco Lazzari gp/Getty Images

È veloce, è sereno, ama il relax e ama stare con la sua compagna, la Franci, «mi piace che qualcuno si prenda cura di me e che mi faccia staccare dallo stress delle gare». Franco Morbidelli è stato il primo pilota ad entrare nella Academy di Valentino Rossi ma per lui non è stato una sorpresa: «È stato un passaggio dal punto di vista contrattuale, ma io era da tempo che mi allenavo con Vale e anche con Simoncelli, sia in palestra, sia nella cava».

L’anno del cambiamento, umano e sportivo, Franco lo sente, lo vede, lo ha vissuto e quando ne parliamo si ritrova a ripercorrere quei momenti con commozione. Nel 2013 Franco accusa la scomparsa di suo padre, colui che all’età di due anni gli ha fatto provare per la prima volta una minimoto, e allo stesso tempo trova la forza di ottenere la vittoria nel campionato europeo superstock 600. «È stato un anno strano. Mi ha fatto stare bene da una parte e malissimo dall’altra. Però mi ha cambiato la vita».

Franco arriva all’appuntamento in ritardo, siamo a Tavullia, casa della sua Academy ma non la sua vera casa. Infatti Franco è nato nella capitale, da papà Livio e da mamma Cristina, sangue brasiliano, più avanti, nell’intervista mi racconterà di quanto nel suo DNA ci sia la svogliatezza tipica dei sudamericani «che si lasciano andare finché non sono nella merda. Ma per fortuna ho un po’ di testa italiana e tendo a recuperare tutto all’ultimo». Tutto sempre all’ultimo. L’ultima curva, l’ultimo secondo, l’ultimo sorpasso.

Mi descrivi la sensazione di vincere una gara?
«Indescrivibile. Vincere è una droga.Ti piace e non vuoi smettere, ne vuoi sempre di più, sempre di più. In Moto2, quando ho vinto il mondiale, avevo vinto otto gare. È stato bellissimo, mi sentivo felicissimo».

Cos’hai pensato quando hai vinto il Mondiale nel 2017?
«È strano perché ho ricevuto la notizia di aver vinto il mondiale quando era ancora domenica mattina e mi stavo recando in auto al circuito. Mi arriva un messaggio che mi avvisa che il mio avversario per il titolo, Tom Luthi, non avrebbe corso per infortunio e quindi ero aritmeticamente campione del mondo. Lì per lì non ci ho ragionato. Volevo vincere in gara e dimostrare che comunque sarei diventato campione del mondo. Alla fine sono salito sul podio e solo allora ho festeggiato con il team, i miei amici e la mia ragazza».

Hai pensato a tuo papà in quel momento?
«Certo – Franco guarda per un attimo fuori dalla finestra, respira, è visibilmente commosso – in realtà ci penso sempre».

È stato lui che ti ha messo per la prima volta su due ruote.
«Sì esatto. Avevo solo due anni»

Foto di Mirco Lazzari gp/Getty Images

Due anni? E cosa ti ricordi?
«Nulla – scoppia a ridere, sdrammatizzando il momento. Ci sono dei video, altrimenti non mi ricorderei nulla di quei tempi. So che mio papà aveva tentato con mio cugino prima che con me. Voleva trasmettere la sua passione per la moto ma mio cugino saliva in sella e cominciava a piangere. Aveva paura. Poi quando sono nato io, aveva già tutto l’occorrente: minimoto, casco, tuta, eccetera. Mi ha preso e mi ha messo in sella a due anni. Io non piangevo, anzi. È stata una scelta scellerata».

Magari è grazie a quella scelta che sei diventato campione del mondo…
«A vederla così, non è affatto male in effetti. Non ci avevo mai pensato. Ero piccolo… »

Ma qual è il primo ricordo che hai di te in moto?
«Avevo circa quattro anni e mi ricordo che dei ragazzini mi prendevano in giro perché non ero ancora bravo come loro. Questo è il primo ricordo che ho sulle due ruote. Per fortuna sono cambiate le cose».

Tu sei un tipo tranquillo. Ma sei così sempre?
«Alle gare no. Mi incazzo spesso perché mi piacerebbe che tutto andasse per il meglio, ma non succede quasi mai. In questo mondo si ha a che fare con mille piccoli problemi ogni weekend e se non li risolvi la moto non va come quella degli altri. Fuori dalle corse invece amo il relax. Cerco di allontanare qualsiasi tipo di stress, voglio stare bene. È forse qui che entra in gioco il mio sangue brasiliano».

In che senso?
«Che i brasiliani si lasciano andare, se la godono, lasciano scorrere i problemi senza affrontarli e poi si ritrovano immersi nella merda. Per fortuna che mi rimane un po’ di lucidità e un po’ di sana preoccupazione italiana e riesco a recuperare le situazioni all’ultimo momento».

Voi piloti siete attenti alla linea, soprattutto le nuove generazioni. Ma se potessi mangiare qualcosa per sempre, cosa mangeresti?
«Pane e Nutella, tutta la vita».

E la crema Pan di Stelle?
«Macché, sei matto?! Rimango fedele».

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