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Uniqlo, la moda del futuro sarà essenziale e a portata di tutti

In occasione dell'apertura del primo store italiano del marchio giapponese, abbiamo intervistato il brand manager Alessandro Poggi, che ci ha spiegato la filosofia "LifeWear" e perché anche la moda deve pensare all'ambiente

L'inaugurazione dello store milanese di Uniqlo

Foto via Facebook

Il 13 settembre, a Milano, a due passi dal Duomo, ha aperto il primo flagship store di Uniqlo, colosso giapponese della moda diventato famoso in tutto il mondo grazie alla filosofia “LifeWear”, che guida tutte le attività del brand: design essenziale e studiato, produzione di alto livello, stile unico e accessibile per persone di tutte le età. Il negozio, 1500mq distribuiti su tre piani, ospiterà le collezioni per uomo, donna, bambino e neonato, e sarà il punto di partenza delle attività italiane del brand. In occasione del debutto milanese, Uniqlo ha organizzato una campagna di lancio intitolata Todays Classic, che intreccia i simboli dell’architettura della città con le immagini degli ambassador del marchio. Abbiamo approfittato dell’occasione per fare due chiacchiere con il brand manager Alessandro Poggi.

Uniqlo è stata fondata in Giappone nel 1984. Oggi conta più di 2mila punti vendita nel mondo. La domanda che sorge spontanea è: come ha fatto?
Sicuramente ci sono svariate ragioni per questo successo. Due sono per me i punti principali. Inannzitutto avere una visione a lungo termine di cosa si vuole fare. Dal priincipio, dal primo negozio ad Hiroshima (che ai tempi anche si chiamava Uniqe Clothing Warehaouse), Mr Yanai aveva un’ossessione, una mission, soddisfare i propri clienti. Per questo ha adottato una serie di iniziative dalla produzione del prodotto, al visual in negozio, ai servizi per i clienti, al customer care di una qualità incredibile per quell’epoca, che ancora oggi sono tratto distintivo di tutte le attività del brand; chiaramente in chiave contemporanea, ma sempre in linea la stessa mission. Altro fattore di successo è lavorare su un concetto come quello di LifeWear. Non seguiamo trend, non facciamo prodotti stagionali, ma seguiamo una filosofia. Quella di creare prodotti per tutti, per tutti i momenti della nostra vita – e attraverso questi vorremmo cambiare la visione del mondo. Potrebbe sembrare utopistico, ma in questo momento non c’è nulla di più attuale pensando alla sostenibilità dei processi produttivi o alla cura con cui scegliamo i materiali per i nostri capi.

I vostri capi sono sempre curati, ma essenziali. Less is more resta una buona regola, dunque, anche in un mondo che tende a voler strafare?
Less is more è parte del successo di Uniqlo. Non cavalcare trend momentanei, ma voler creare qualcosa di innovativo, funzionale ed essenziale che possa durare nel tempo. Non è tanto una pura scelta estetica, ma filosofica. E sopratutto in questo momento storico assume un valore inestimabile.

La scorsa settimana avete aperto il primo negozio in Italia. Perché avete scelto Milano?
Milano in questi ultimi anni, sopratutto dopo l’Expo, sta crescendo in maniera incredibile. A differenze delle altre capitali europee sta puntando sull’innovazione, architettura e design – non solo sul fashion. Questo ha fatto in modo che al momento sicuramente Milano sia la città più innovativa più ricettiva in Italia. Non solo in termini di business; probabilmente è il momento ed il luogo giusto per raccontare al meglio il concetto di LifeWear e innovazione/funzionalità che abbiamo dietro i nostri prodotti.

Se doveste aprirne un secondo, che città scegliereste?
Essendo nato a Roma, come consumatore, mi piacerebbe veramente tanto portare questa ondata di novità e innovazione nella capitale il prima possibile. Sicuramente al momento in vogliamo consolidare questo primo negozio a Milano, poi per il futuro vedremo. Siamo partiti veramente bene, ma vogliamo essere sicuri prima di pensare ad un’ipotetica espansione.

Se Uniqlo fosse un cantante (o una band) chi sarebbe?
Uniqlo riesce a creare dei prodotti che sono di altissima qualità e ricerca, rendendoli però accessibili a tutti. Quello che faceva la scuola di architettura del Bauhaus basandosi su razionalismo e funzionalismo. In questa direzione Carl Brave racchiude tutti questi concetti; riesce a fare poesia e creare emozioni, attraverso un linguaggio semplice e funzionale. Ha reso accessibile una forma a mio parere di poesia, mantenendo un livello alto di scrittura, ma trasformandola in un prodotto pop e appetibile per tutti. Proprio come facciamo noi. E poi Carlo è mio grande amico; sono fortunato ad incrociare il mio cantante preferito al mio brand preferito da sempre.

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