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La grande sfida di Margherita Missoni

Dopo due figli e una vita di esperienze in solitaria, la nipote di Ottavio Missoni è chiamata a disegnare la linea giovane del marchio. Che non deve essere trendy a tutti i costi. Ma bello, quello sì.
Margherita Missoni. Foto di Martin Mae

Margherita Missoni. Foto di Martin Mae

Margherita Missoni, nipote dei fondatori Ottavio e Rosita, è il nuovo direttore creativo di M Missoni. Ritorna a casa dopo anni di esperienze in proprio – il brand per bambini Margherita Kids – e per altri marchi. Pur vivendo fin da piccola il mondo multicolor di una delle case di moda più famose al mondo, è visibilmente emozionata per questa nuova avventura. Di una cosa però è sicura: non sarà certo questo a stravolgerle la vita. E neanche i trend passeggeri delle sneakers a 700 euro.

A un certo punto della tua carriera, qualche anno fa, avevi fatto downshifting, occupandoti di progetti più piccoli per poter fare la mamma dei tuoi due figli. Che cosa ti ha fatto cambiare idea?
Sono ancora fermamente convinta di non voler compromettere la qualità della mia vita. Ho anteposto altri valori all’ambizione e al successo, e ancora oggi è così. Per me è importante poter lavorare da Sumirago (dove ha sede l’azienda di famiglia, ndr) e vivere a Varese: se avessi dovuto trasferirmi a Milano non avrei accettato. Mia madre ha lavorato tantissimo in anni in cui eravamo meno strutturati, e l’ho vista spesso tirata come una corda di violino; io oggi per fortuna ho la possibilità di delegare.

Non deve essere facile scegliere di rallentare in un mondo “accelerato” come quello della moda…
Bisogna ricordarsi l’obiettivo finale, fare le cose bene stando bene. E non arrabbiarsi quando non ne vale la pena. Quando mi hanno proposto di diventare direttrice creativa di M Missoni ero spaventata all’idea di dover rinunciare alla libertà che mi ero conquistata. Avevo tagliato il cordone ombelicale dalla famiglia, e ora ci sto tornando. Ma a modo mio, senza tensioni.

Margherita Missoni. Foto di Martin Mae

Sei nata e vivi da sempre dentro al mondo Missoni, dentro quell’estetica.
È il modo in cui vedo il mondo, mi è stato tramandato. È un genere di sensibilità che mi appartiene: lavorando per altri marchi in passato mi sono posta il problema di non fare cose che fossero troppo Missoni, perché mi veniva naturale.

Cosa porterai delle tue esperienze in questo nuovo progetto?
La mia prima collezione sarà la primavera-estate del 2020, quindi in là nel tempo, ma sto facendo ricerca per M Missoni, per creare un’identità, per differenziarla dalla prima linea (la cui direttrice creativa è la madre Angela, ndr) per non essere solo una derivazione estetica di Missoni. Voglio fare uscire degli elementi della storia del marchio che non sono conosciuti al pubblico, una mia ricerca molto personale del passato.

Un’attitudine quasi hipster.
Sicuramente c’è anche quello. Spulciando nell’archivio ho trovato un’intervista di mio nonno Ottavio del 1988 intitolata “Tutti vestiranno con una tuta”. Diceva che non ci sarebbe più stata differenza tra il vestito per il lavoro, la città, il viaggio, la cena fuori e che tutti si sarebbero vestiti in modo pratico. Profezia che poi si è avverata, oggi è un macro trend, è lo streetwear come evoluzione dello sportswear. Voglio continuare, – sempre mantenendo i canoni di eleganza, comfort e nonchalance – rallentando il ritmo: oggi non fai in tempo a vedere una collezione che è già sparita di produzione. Vorrei che una buona parte della mia collezione fosse fatta di capi “senza tempo”. Non mi interessa essere trendy, non ho la presunzione di inventare il new look.

Margherita Missoni. Foto di Martin Mae

C’è qualcuno che ti piacerebbe vestire?
Sparo dei nomi grandi: Beyoncé, Solange, anche l’attrice Tracee Ellis Ross, mi piace molto la sua stylist Karla Welch. Agli American Music Award di quest’anno, che Tracee presentava, ha annunciato di voler indossare solamente designer di origine africana e a ogni cambio di look postava su Instagram la foto con le indicazioni di dove comprarlo. L’ho trovata davvero una cosa nuova.

Anche tu usi spesso Instagram.
Ultimamente sono un po’ in crisi, devo capire come usarlo in questo nuovo progetto. Non potrò più comunicare solo il mio mondo, devo evolvere.

Domanda un filo snob: come fa il “gusto Missoni” a resistere nell’era del cattivo gusto?
Durerà più Missoni o il cattivo gusto? Non penso sia una deriva di lungo termine. Il fatto che un certo tipo di abbigliamento street sia equiparato all’alta moda e quindi costi tantissimo è un segno dei tempi, oggi l’oggetto status symbol spesso è una cosa per ragazzini. Io non farò “lo street” di Missoni, ma cercherò di riappropriarmi del senso originario dello sportswear.

C’è un capo dell’universo Missoni a cui sei più affezionata di altri?
Più d’uno. La maglieria di lurex stampata anni settanta, i capispalla, i cappotti di jacquard anni ’80, i cashmere con le coste grandi anni ’90. Sono cose che non invecchiano mai. Mi fa molto piacere vedere le ragazze giovani che indossano i nostri capi vintage e li fanno rivivere con eleganza.

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