Rolling Stone Italia

Make Instagram Great Again. O anche no

Lo dice lo slogan della campagna sottoscritta anche da Kylie Jenner, ma ieri Adam Mosseri, a capo del social, ha fatto intendere che ci dovremo abituare ai video, più che alle foto. Il che ci fa chiedere: a chi danno davvero fastidio i reel?

Foto: Callie Morgan/Unsplash

Se ne stava facendo un gran parlare, di cose come il cuore pesato all’etto (che faccio, lascio? Lasci, lasci), del banchiere Mario Draghi, della crisi di governo con annesse scuole alberghiere a Massa Lubrense e connesse questioni di salsicce e sudori. Se ne stava facendo un gran parlare, dicevo, ma poi c’è toccato lasciare il carrello al reparto gastronomia per fare una capatina verso gli scaffali dei social, che, da qualche giorno a questa parte, hanno lì in bella vista la vera promozione dell’estate: la discussione sull’amara sorte di Instagram.

Come ogni grande battaglia che si rispetti, la cosa è partita dagli Stati Uniti con tale fotografa Tati Bruening, auto-promossasi paladina della causa che vuole il social delle foto – Instagram – tornare a essere quello che era: il social delle foto. Altro che questa roba qua di adesso, con le sponsorizzazioni che saltano fuori nel nostro feed e, quel che più è evidente, un’overdose di video (leggi anche: reel) che, spesso e volentieri, sono un riciclo di TikTok. Che diamine, siamo ancora pur sempre sull’Instagram della Ferry, guys, mica sul TikTok della D’Amelio. Così, sul profilo della fotografa californiana, la campagna è stata inaugurata e lo slogan messo lì, pronto: fate tornare Instagram… Instagram. E smettetela di costringerci a fare i video: noi tutti, qui, vogliamo solo vedere le foto carine dei nostri amichetti e dei loro gattini (ché i gattini ci stanno bene sempre, si sa).

Chiedere è lecito; condividere il post di @illumitati quantomai opportuno; firmare la petizione su Change.org vero atto di cortesia. Così scendono in campo sua maestà Kylie Jenner – aka: la regina di Instagram, dall’alto dei suoi 361 milioni di sudditi – e la sorella Kim Kardashian, a mettere in moto la fucina delle visualizzazioni del post a suon di stories che, ça va sans dire, fanno il giro del social e delle redazioni. Quasi due milioni di utenti iniziano a lasciare cuoricini d’approvazione, e quasi duecentomila firmano la petizione online, perché in tutto ciò, se c’è una cosa che è chiara a chiunque, è che le Kardashian sono tanto magnetiche quanto gli utenti dell’Instagram (che fu) sono pieni rasi di tale scimmiottatura di quell’altro (che è), Tik Tok.

Morale della favola: a quattro giorni dall’inizio della protesta, ieri Adam Mosseri, CEO di Instagram, ha condiviso un video (per l’appunto) dove, in sintesi, risponde a quel «Make Instagram Instagram again» con un sonoro: «Ve lo potete scordare». Tutto ciò, nonostante piovano commenti di disappunto da parte di influencer e creatori di contenuti più o meno noti, così come di vere celebrity e di vere persone qualunque, a cui il video di Mosseri sembra più un necrologio del social che era, piuttosto che la definizione di ciò che è e sarà. Ma lasciatemelo dire: che Mosseri non si facesse infinocchiare da Jenner & Co. era quantomeno prevedibile.

Altro che l’epidemia di colera della Mei-tan-fu di Somerset Maugham: Instagram è affetto da un morbo che miete più vittime e senza meno trambusto. Come definireste, d’altronde, quella malsana predisposizione delle persone a passare ore e ore a fare uno scrolling infinito pure tra i video più scemi che certuni si sono messi nella condizione di fare e, quel che è peggio, condividere? Se non malattia, la definirei meschina dipendenza. O forse silenziosa prigionia, che ci priva della capacità di uscire (e riuscire) ad afferrare il nostro tempo. Non saprei, e sono aperta ad altre legittime letture in merito.

Quello che so, tuttavia, è che i video brevi a mo’ di TikTok, che su Instagram si chiamano reel, funzionano talmente bene come catalizzatori di attenzione da rappresentare più del 20% del tempo che gli utenti passano sull’app. Dato, questo, che è stato reso noto da Mark Zuckerberg durante il resoconto dell’aprile scorso agli investitori di Meta, ma che per noialtri è un fatto tanto più evidente quanto più ci troviamo, forse nostro malgrado, a scorrere un video dietro l’altro nelle nostre pause caffè. Mettiamoci poi che di recente sono scesi in campo pure gli artisti, a fare la faccia corrucciata e a dire che le etichette discografiche li costringono a fare video su TikTok (e reel su Instagram, va da sé), pena la mancata pubblicazione di una loro canzone, che la spirale di video-dipendenza in cui siamo più o meno risucchiati diventa più tangibile del corpo di Mark Caltagirone.

Posto che anche io rientro tra le nostalgiche dell’Instagram che fu, e posto che Adam Mosseri ha messo fine alle nostre illusioni, a questo punto la vera domanda è: a chi, sul serio, danno fastidio i reel? Chi, sul serio, ne ha da perdere dal loro potenziamento a Super Saiyan della comunicazione digitale? Noi semplici utenti che non vediamo più la foto-gattino del nostro ex compagno di classe ma una marea di video di gattini in giro per il mondo, oppure chi, con Instagram, fino adesso aveva portato a casa la pagnotta con le foto, e che dunque ora si trova a dover necessariamente fare un ulteriore (e più impegnativo) sforzo nella creazione dei propri contenuti?

Risposta breve: entrambi. Solo che, a vedere milioni di video di gattini sconosciuti, noialtri comuni utenti non abbiamo poi granché da perdere; forse, se proprio, da sbuffare. Mentre agli altri, quelli che su Instagram sono riusciti a farsi una fortuna, e talvolta senza neanche chissà quale grande qualità comunicativa o interesse da condividere, ancora non gli pare vero che la condanna ai video sia ormai definitiva. Parlano di forzatura, loro. Ma averne – in un lavoro qualunque – di forzature così: ci sarebbe da metterci la firma. Ovviamente, mentre ne facciamo un reel.

Iscriviti