Lasciarsi fa schifo, lasciarsi a 40 anni è pure peggio (ma ehi, si sopravvive) | Rolling Stone Italia
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Lasciarsi fa schifo, lasciarsi a 40 anni è pure peggio (ma ehi, si sopravvive)

‘All’inizio devi sucare, non ce n’è’, ti dicono gli amici. E quindi: la solitudine. Le lacrime. Le goccine. E, poi, i rimedi per (provare a) stare meglio. Cronache da un break-up natalizio (con Covid)

Foto: Kelly Sikkema/Unsplash

Mi sono lasciata a quarant’anni, dopo sei di relazione, cinque di convivenza e due cani civilmente spartiti tra me e il mio (ex) fidanzato. Mi sono lasciata circa dieci giorni prima del mio compleanno e un mesetto prima di Natale e Capodanno, che ho trascorso a casa, da sola, con uno dei suddetti cani, perché ho avuto il Covid. Date le premesse, sono sorpresa di essere ancora viva. Una cara amica, appena successo il fattaccio, mi aveva messa in guardia: «Mari, all’inizio devi sucare, non ce n’è». Quindi sì, ero preparata, ma certo non immaginavo di dover sucare così tanto.

Con un’aggravante: ovvio che mollarsi – a meno di non trascorrere la propria esistenza sempre con la stessa persona – costituisca un risvolto che è parte integrante del romanzo sentimentale di ognuno. Si molla, si viene mollati e, indipendentemente da chi compia l’azione o da chi la subisca, lasciarsi fa comunque schifo. Ma un conto è se ciò avviene a venti, trent’anni, un conto a quaranta. Che sono i nuovi venti e trenta, sottoscrivo (per quanto mi riguarda, sono molto più serena, risolta e felice ora, e non tornerei mai e poi mai indietro), però accidenti, sono pure metà – se va tutto bene – della mia vita. La metà migliore, quella in cui la faccia ancora non cade, culo e tette sono ancora più o meno sodi, l’hangover si gestisce decentemente, le minigonne non creano disagio e tre scali per andare in Bolivia sono uno sbattimento, ma chissenefrega.

Essere (felicemente) fidanzati alla mia età assicura inoltre un alto coefficiente di presentabilità sociale: diciamo «Guardali, come sono belli insieme», mica «Guardala, quanto è figa da sola». Intorno a te il mondo è accoppiato, fa progetti, affitta case in Costa Azzurra in vista dell’estate, si riproduce, affronta le avversità consapevole di contare su un partner affianco, e tu d’un tratto sei lì, che navighi in solitaria con la tua bagnarola e preghi che il mare non s’ingrossi troppo. Messa giù così pare esageratamente tragica, ma i giorni che ho attraversato erano davvero – come cantava Cristina Donà – «da diluvio universale», e anche se adesso non so se sono propriamente in grado di «scivolare sull’acqua», sento che c’è bisogno di un «glimmer of hope» (passo da Cristina Donà a And Just Like That…, dio delle citazioni perdonami) per accendere una luce in fondo al tunnel.

Elisabeth Kübler-Ross nel 1969 aveva formulato una teoria sulle fasi di elaborazione del lutto che valgono ovviamente pure nel mio caso, perché lasciarsi è, sì, un lutto: negazione, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione. Se ve lo state domandando, credo di essere al patteggiamento e attendo con un misto di ansia e paura la depressione, che immagino come un inferno dopo un piccolo assaggio di purgatorio. Ad ogni modo, ovunque sia arrivata secondo la fondatrice della psicotanatologia, un paio di cosette le ho imparate, e chissà che queste non possano essere d’aiuto a chi malauguratamente è nella mia stessa situazione.

Indispensabile, fondamentale, imprescindibile: dotarsi di un ottimo psicoterapeuta. Se già ce l’avete e le cose vanno bene, continuate; se già ce l’avete e le cose vanno male, cambiatelo; se non ce l’avete, provvedete senza aspettare il bonus del Governo o altri incentivi statali: stendete un bel business plan domestico, rinunciate alle spese superflue, all’aperitivo limitatevi a un paio di birre anziché ordinare cinque vodka sour, mettetevi a dieta. Magicamente, compariranno i sessanta euro alla settimana di cui necessitate.

Sul podio, in un testa a testa al cardiopalma con lo psicoterapeuta: gli amici e un buon ansiolitico per i momenti di crisi e/o panico – che ci saranno e vanno quindi messi in conto. In merito al secondo, non posso mettermi a pubblicizzare brand o principi attivi, però le benzodiazepine sono delle validissime alleate, in qualsiasi maniera esse vengano commercializzate. In merito al primo, «a friend in need is a friend indeed», e se scomodo i Placebo sono dannatamente seria: è il momento ideale per una cernita come si deve, per tagliare i rami secchi e annaffiare con generosità quelli che hanno superato le intemperie.

Chiaro che non è né auspicabile né percorribile asciugare ogni santo giorno gli amici (ecco a cosa serve l’ottimo psicoterapeuta, vedi sopra) perché siamo grandi, vaccinati (si spera) e ognuno ha la sua personale montagnetta di cazzi propri a cui badare, però occorre sapere su chi poter contare. Vale la regola di La verità è che non gli piaci abbastanza, che potremmo virare in un generale La verità è che non ci tiene abbastanza: se vi chiamano raramente, se vi scrivono col contagocce, se non vi tirano in mezzo per uscire, se non gl’interessa come state, be’ la risposta è piuttosto univoca – esattamente come la soluzione –, ossia sforbiciare senza pietà. Il darwinismo vale pure nelle amicizie.

Veniamo al tasto dolente, la solitudine: non perdete tempo e fatevela amica, ché più la scansate e più vi perseguiterà, tipo lo spirito dei Natali passati con Ebenezer Scrooge. È inutile e improduttivo andar fuori tutte le sere, se poi quando siete costretti a casa vi vorreste dare delle martellate nelle parti basse. Non sto dicendo che sia facile, sto dicendo che è necessario: leggete; cucinate; esaurite il catalogo di Netflix; datevi al punto croce; studiate francese; acquisite esperienza con l’eyeliner; lucidate l’argenteria; se dovete piangere, piangete.

Il Covid per me sotto questo punto di vista è stato un inaspettato toccasana (mai avrei pensato di ammetterlo): non potevo fuggire, ero obbligata a stare lì, nell’appartamento dove avevo convissuto cinque anni e dove non ero mai stata da sola. Dunque o mangiavo quella minestra, o saltavo dalla finestra: ho deciso di mangiarla, e in fondo non era poi nemmeno così male. Mentre scrivo è venerdì sera, con i miei amici abbiamo deciso di prenderci una pausa da una settimana di cene-cinema-teatro-birrette: giuro che mi sto pregustando i ravioli che ordinerò dal mio cinese preferito e il libro che mi sta tenendo sveglia fino alle due di notte – e se qualcuno me l’avesse detto un mese fa, gli avrei sicuramente sputato in faccia.

Ultimo, ma non meno importante: battezzate un luogo che vi fa sentire bene, oltre a casa vostra. Per me è stato, ed è tuttora, il cinema. Dal giorno uno che ha segnato la fine della mia relazione, ci sono andata quasi compulsivamente, sola o accompagnata, tanto che di recente un’amica m’ha inviato un whatsapp minatorio: «Basta andare al cinema! Cristo, sei sempre al cinema!». Nel buio della sala, libera finalmente di non interagire con anima viva, in mezzo ad altra gente eppure separata, in silenzio, percepivo una tregua, una sospensione, un attimo di pace che mi permetteva di mettere in stand-by le afflizioni. E ho amato ancora di più il cinema di quanto non l’amassi già, nonostante le mascherine Ffp2, nonostante gli occhiali che s’appannano, nonostante il divieto d’ingozzarsi di popcorn.

Lasciarsi fa comunque schifo, è sacrosanto: anche tagliarsi con un coltello da cucina fa un male del diavolo e devi aver pazienza affinché la ferita si cicatrizzi, però se sopra ci metti la polverina cicatrizzante velocizzi il processo. Ecco, io credo che l’ottimo psicoterapeuta, qualche goccina di ansiolitico alla bisogna, il cerchio magico degli amici fidati (solitudine inclusa) e il cinema siano la mia personale polverina cicatrizzante. Non so quanto tempo ci vorrà per guarire completamente, però sono sopravvissuta seguendo l’esempio degli alcolisti anonimi: con calma, un passo alla volta, inseguendo quella lucetta in fondo al tunnel che di sicuro è una lampadina a led dimmerabile. (Cara Elisabeth Kübler-Ross, non è che sono ormai alla fase dell’accettazione? No, eh? Vabbè, c’ho provato.)

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