La vie en pink: perché il rosa è la nuova ossessione | Rolling Stone Italia
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La vie en pink: perché il rosa è la nuova ossessione

Dall’hype per il film su Barbie al ‘pantone’ Valentino, passando per Machine Gun Kelly e i Gorillaz. Storia cromatica di quello che è un modo di vivere e pensare. Che sta prepotentemente tornando di moda… non solo nella moda

Zendaya in rosa Valentino

Foto: Pascal Le Segretain/Getty Images

Se pensavate che il rosa fosse un vezzo fluido ad appannaggio di Sangiovanni, vi sbagliate: la tonalità pink, in tutte le sue sfumature, dal pastello a quello più morbido e cremoso stile bubblegum, sta contagiando le passerelle, il mondo della musica e anche quello del cinema. Basti pensare al “pantone” creato da Pierpaolo Piccioli per Valentino, a Machine Gun Kelly e, già avvolto dall’hype, al film di Barbie in uscita nel 2023. Il minimo comune denominatore è la trasversalità, il superamento dei confini di genere e una squisita, liberatoria, leggerezza.

Partiamo dalla seconda industria italiana per eccellenza: la moda. Da quando Piccioli ha preso le redini creative di Valentino, non esiste star che non abbia indossato, almeno una volta, il suo rosa Pink PP. Dopo il nero più nero di Anish Kapoor o il blu Klein, il suo personalissimo rosa è diventato il protagonista di ogni collezione, viaggiando in parallelo e superando oggi, nell’immaginario, il leggendario “rosso Valentino” del signor Garavani, e affermandosi come nuovo marchio di fabbrica della Maison. Per Piccioli, il rosa è una manifestazione dell’inconscio, una «liberazione dalla necessità di realismo». E in effetti si tratta proprio di un’overdose cromatica, la sua, uno shock visivo – a quanto pare ispirato ai lavori di Lucio Fontana – che esalta la silhouette e amplifica il carisma di chi lo indossa, infondendo eleganza e carattere allo stesso tempo. E tra rouche, fiocchi, ricami e pizzi, sono molte le celebrità che hanno scelto di indossare la palette Pink PP per essere al centro della scena: da Dua Lipa per i suoi concerti a Zendaya e Anne Hathaway per i red carpet, passando per la nostra Laura Pausini, la lista non fa che crescere ogni giorno di più, includendo anche gli uomini. Del resto, fu Machiavelli a scrivere, nel 1556: «Due metri di stoffa rosa possono fare un gentiluomo».

 

 
 
 
 
 
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Un tempo il rosa era, infatti, un colore molto in voga tra i nobili, come si può evincere dall’attuale mostra al Victoria and Albert Museum, a Londra, dedicata all’evoluzione dell’abbigliamento maschile. Si tratta quindi di una riappropriazione (ma di questo parleremo più avanti) e di un ritorno a un romanticismo dimenticato, che ora riaffiora in tutta la sua forza prorompente, influenzando sia gli outfit delle star sia lo street style contemporaneo di tutti i giorni. E a proposito di street style, non possiamo non citare Machine Gun Kelly, completamente ossessionato dal rosa tanto da portarlo anche in testa, con i suoi capelli ossigenati e total pink. Non a caso, il suo ultimo documentario si intitola Machine Gun Kelly’s Life in Pink.

D’altronde, il rosa è sempre stato il colore più punk di tutti. Attrae o allontana, ma di sicuro non lascia indifferenti. Dal guardaroba di Paris Hilton ai giubbotti delle Pink Ladies di Grease, passando per Wes Anderson, Lady D, Harry Styles, Avril Lavigne e pure Fiorello (ricordate la sua giacca rosa quando conduceva il Karaoke?), ogni volta assume significati diversi. Questo lo sanno bene anche i Gorillaz, che lo adottano in abbondanza nei loro visual, oltre che citarlo testualmente nella recente hit Pink Phantom ft. Elton John. E cosa dire di Pink degli Aerosmith? A sentire loro, «it’s not even a question».

 

 
 
 
 
 
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All’avanguardia e rivoluzionario, ma al tempo stesso traccia indelebile della femminilità moderna più pura. Un esempio su tutti è il mondo “perverso” di Barbie, in cui il rosa permea ogni cosa fino alla nausea, dall’automobile alla casa fino ai più piccoli accessori che indossa la bambola. Del resto, il rosa è ancora oggi il colore che identifica le bambine alle feste gender reveal americane e non solo (Chiara Ferragni, ci leggi?). E da quando sono emersi i primi scatti di Barbie – il film di Greta Gerwig con Margot Robbie e Ryan Gosling, in uscita il prossimo anno – in rete si è scatenato il cosiddetto fenomeno Barbiecore, ovvero il ritorno ai capi femminili rosa combinati a un’estetica vintage anni Ottanta un po’ zarra, ma dall’attitudine rilassata: felpe, borse, marsupi, blazer, pantaloni da jogging, foulard e le immancabili stiletto, da esibire come total look (vedi recenti outfit di Hailey Bieber by Versace) o come dettaglio di stile. Ne avevamo bisogno? Chi lo sa.

Eppure, pensando alla Barbie, il rosa non è sempre stato un simbolo femminile. Nel XVIII secolo era perfettamente normale che un uomo indossasse un abito di seta rosa, magari ornato da qualche decoro floreale. I bambini e le bambine fino ai sei anni sfoggiavano abiti lunghi di colore bianco, senza grandi differenze tra maschi e femmine, per motivi puramente pratici: erano più facile da lavare. Solo a partire dal XIX secolo venne introdotta la “moda francese” di identificare i bambini con un fiocco blu e le bambine con un fiocco rosa (uno dei primi riferimenti a questa pratica si trova in Piccole donne), ma prima di allora le associazioni di colore legate al gender erano l’esatto opposto. Il rosa è stato a lungo considerato un colore maschile, perché vicino al rosso del sangue e delle battaglie, mentre il blu era indossato dalle femmine perché ricordava il velo della Madonna. Ma è altrettanto vero che i colori erano spesso intercambiabili, e a volte avevano una connotazione più legata alla sfera sociale che a quella di gender. Secondo Jo B. Paoletti, autrice del libro Pink and Blue, il cambio di passo iniziò negli anni Cinquanta per motivi prettamente commerciali, con la nascita dei beni di consumo e quindi la necessità di schemi cromatici e di semplificazione: dagli elettrodomestici ai giocattoli (e qui torniamo alla Barbie) al mondo della pubblicità, ogni cosa doveva contribuire a creare uno status symbol in cui riconoscersi, senza troppe mezze misure o sfumature. Unica nota stonata erano i Barbapapà negli anni Settanta, in cui il padre era di colore rosa e la madre dipinta di nero: rivoluzionari, nel loro piccolo.

 

 
 
 
 
 
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Furono poi gli anni Ottanta a imporre, definitivamente, il binarismo cromatico a beneficio delle strategie di marketing legate al mondo dell’infanzia e non solo. Insomma, un po’ come il famoso Babbo Natale vestito di rosso della Coca-Cola: un’invenzione geniale e diabolica che ha poco a che vedere con la tradizione. Abbastanza emblematico, in questo senso, è il film Bella in rosa (Pretty in Pink) del 1986, che gira tutto intorno a un’adolescente un po’ naïf (Molly Ringwald) che sogna di innamorarsi e di arrivare al ballo della scuola con il suo bel vestito rosa, che ve lo dico a fare. Altrettanto significativa fu la nascita della cosiddetta letteratura rosa, che nel senso comune identifica quei romanzi leggeri che parlano d’amore e di cui non ci siamo ancora sbarazzati del tutto.

Il rosa, col tempo, diventa anche un modo di pensare. Ricordate il famoso slogan “Think Pink” stampato sulle magliette? Significa “pensare positivo”, e nacque in California non da un gruppo di attivisti omosessuali, ma da una generazione di scalatori che volevano diffondere la libertà di pensiero come valore. Non molto lontano fu il celebre “Think Different” della Apple che, sulla stessa scia, desiderava imporsi come alternativa di mercato attraverso un inno al pensiero libero, autentico e fuori dagli schemi precostituiti. Dunque lunga vita al rosa, ma soprattutto lunga vita alle sue continue evoluzioni, che nel bene o nel male accompagnano i corsi e i ricorsi della storia e del costume.