La storia di Akihiko Kondo, l’uomo che ha sposato un ologramma: si può essere felici amando un feticcio? | Rolling Stone Italia
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La storia di Akihiko Kondo, l’uomo che ha sposato un ologramma: si può essere felici amando un feticcio?

Il matrimonio con una popstar virtuale non è che una delle tante storie che popolano il mondo della fictofilia, ossia quel fenomeno che porta a provare passione, infatuazione o desiderio verso dei personaggi di fantasia. Abbiamo indagato

Akihiko Kondo il giorno del matrimonio con Hatsune Miku

Foto: Instagram

La storia di Akihiko Kondo è quella di un uomo di trentotto anni che vive in Giappone, fa l’impiegato statale ed è sposato. Felicemente sposato. Con Hatsune Miku, ovvero colei che gli ha letteralmente salvato la vita quando, qualche anno fa, Akihiko Kondo si è trovato nell’oscuro tunnel della depressione, a seguito del bullismo ricevuto dai colleghi. La stessa Hatsune Miku dai capelli azzurri è una grande popstar: ha aperto i concerti di un tour di Lady Gaga e vanta un merchandise a lei dedicato di tutto rispetto. Anche perché, senza tutto quel mucchio di peluche, bambolotti, figurine (eccetera), Hatsune Miku rimarrebbe solo una cantante pop sintetizzata al computer, che Akihiko Kondo, altrimenti, non potrebbe portare fuori a cena quando ne ha voglia. Men che meno all’altare, come successo quel giorno del 2018 in cui la versione peluche di Hatsune Miku sorrideva in un bell’abito bianco, con tanto di velo.

 

 
 
 
 
 
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Nel caso ve lo steste domandando: no, il matrimonio di Kondo e Miku non ha valenza legale. Neppure in quel Giappone dove, negli ultimi decenni, migliaia di persone hanno contratto matrimoni non ufficiali con personaggi di fantasia, e dove la fictofilia è talmente diffusa da far sì che lo stesso governo giapponese supporti, e in qualche modo sfrutti, il mercato moe (termine che indica il sentimento di amore verso questi personaggi). Al punto che in una città come Tokyo ci sono due distretti (Akihabara e Ikebukuro) con negozi specializzati nella vendita di prodotti sugli anime e sui protagonisti di videogiochi vari, con tanto di lettere d’amore e profumi realizzati per evocare l’amato o l’amata. Il vero boom di vendite e d’amore c’è stato con il Gatebox, ossia una sorta di lampada dove il personaggio preferito appare sotto forma di ologramma, e interagisce sul serio. Per 1.3000 dollari, manda messaggi sul cellulare, guarda la tv, si mette in pigiama, dorme. Insomma, fa sentire corrisposti e, in definitiva, amati. Cosa che, per tornare ai nostri Kondo e Miku, ha portato a un upgrade della loro decennale relazione, fino al matrimonio.

Ma cos’è la fictofilia? E come si relazionano con gli altri, i fictosessuali? Per quanto il fenomeno sia piuttosto diffuso anche fuori dal Giappone, non è facile trovare molti studi al riguardo. Vuoi perché in ambito sessuologico la fictofilia rientra nel calderone dei feticismi, e in quello psicologico… be’: ogni caso è a sé. Vuoi perché, dentro o fuori da internet, una volta usciti dal Giappone c’è una certa difficoltà a trovare persone che ammettano apertamente di amare i fantocci, tanto che un caso come quello di Akihiko Kondo con la sua Miku per noi occidentali diventa un tabù. Tuttavia, un’ottima analisi del fenomeno la possiamo trovare nell’ambito delle scienze sociali e dei media. Per essere più precisi, dalle cattedre finlandesi, dove è nata la ricerca condotta dal professor Veli-Matti Karhulahti dell’Università di Jyvaskyla insieme alla dottoressa Tanja Välisalo dell’Università di Turku.

Nell’articolo, i due ricercatori partono dal presupposto che fictofilia, fictosessualità e fictoromance sono tre etichette che, nel complesso, si riferiscono a quel «sentimento forte e duraturo di amore, infatuazione o desiderio verso un personaggio immaginario» e che non descrivono in alcun modo una patologia o un disturbo, in quanto la fictofilia «non è riconosciuta o associata a una diagnosi specifica dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità». Posto questo, si chiarisce che lo studio è stato condotto prendendo in esame settantuno conversazioni online, estrapolate da forum di vario tipo (discussione generale, salute mentale, asessualità, fandom e hobby) che, pur volgendo ciascuno verso il proprio specifico interesse, davano un’idea di come funziona la fictofilia e in quante e quali chiavi di lettura si può leggere. Spoiler: cinque. Il paradosso, lo stigma, i comportamenti, la asessualità, gli stimoli sopranormali.

Per farla breve, il fictosessuale è colui o colei che ha piena coscienza di provare veri sentimenti per qualcosa di finto (paradosso), ma spesso si vergogna a dirlo in giro (stigma). Inoltre, cerca dei modi di interagire il più possibile con il suo feticcio (comportamenti), provando un’attrazione sessuale che, talvolta, non ha per delle persone vere (asessualità) e trovando il massimo appagamento non tanto e non solo nel sesso, quanto nel fatto di relazionarsi con un partner che è in grado di dargli tranquillità e sicurezza; in generale, benessere (stimoli sopranormali). In altri termini: ciò che non può garantire un vero partner (aka: una persona vera), che si ammala, giudica e, spesso, rompe anche un po’ i coglioni.

Una volta fatta questa panoramica, verrebbe spontaneo affrettarsi a trarre delle conclusioni. Magari riconducendo il tutto solo e unicamente al contesto in cui nasce, cioè quel Giappone dove ci sono rigide norme sociali e di genere, la solitudine è quella degli Hikikomori e la sessualità è (anche) quella dell’artista Hokusai e delle tradizionali stampe erotiche su tavole di legno, con le donne che hanno rapporti sessuali con dei polipi (e molto altro di molti altri, comunque già a partire dal XVII secolo). Oppure, più banalmente, ergendoci a psicologi e sessuologi dell’ultim’ora, e spuntando le caselle del casumanesimo e del feticismo, senza considerare i “ma”, e abolendo i “se”.

Piuttosto, è necessario prendere atto di una cosa. Ossia che, al di là di quanto possa essere inusuale amare un fantoccio, queste persone si dicono felici. Basta leggere l’articolo del New York Times sulla vicenda di Akihiko Kondo e della sua Hitsune Miku per incappare in altre testimonianze di fictosessuali appagati dalle proprie relazioni. Come la ragazza che prende il caffè al bar con spille, peluche e immagini plastificate di Kunihiro Horikawa, un personaggio del videogioco Touken Rambu; oppure Yasuaki Watanabe, l’uomo che dice di aver avuto un vero e proprio colpo di fulmine vedendo in televisione Hibiki Tachibana, la spumeggiante eroina di una serie animata (e nota bene: quest’uomo un tempo era sposato, usciva con gli amici, conduceva una vita del tutto “normale”). Fino al nostro Akihiko Kondo, che giura di essere uscito dal tunnel della depressione proprio grazie a Hitsune Miku, la popstar dai capelli azzurri. Esempi di persone che, in sostanza, dicono ciò che dice il signor Watanabe sopracitato: «Se mi chiedi se sono felice, sono felice».

Certo, non sempre sono rose e fiori, persino nel mondo dei fictosessuali. Perché «ci sono aspetti difficili», afferma sempre il signor Watanabe, mentre abbraccia il suo cuscino a grandezza naturale di Hibiki Tachibana. Tipo non avere il calore di una carezza, o la sicurezza che Gatebox aggiorni il software dell’ologramma della propria amata. Com’è successo proprio ad Akihiko Kondo, che durante la pandemia ha visto la sua Miku sparire dietro la scritta “Errore”. Ma che, nonostante tutto, solo qualche settimana fa ha condiviso su Instagram una carrellata di foto che risalgono al loro matrimonio, e che sono state ampiamente commentate con felicitazioni da parte di molti utenti. Nel post la descrizione è in inglese, di modo che chiunque nel mondo capisca cosa vuole dire.

E cioè che lui si chiama Akihiko Kondo, è un impiegato statale e ha sposato Hitsune Miku, che abita con lui. Che quindici anni fa è stato bullizzato sul posto di lavoro, e ha dovuto assentarsi per qualche tempo, riuscendo infine a ripresentarsi solo grazie al supporto di lei, perché lei lo ha salvato. E poi, a coronamento di tutto, quel che per lui più conta: «Amo Hatsune Miku. Sono molto felice».

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