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Tra Toy Story e Oronzo Canà: storia dell’incontro tra i Custom Toys e la commedia all’italiana

Dopo il successo della serie ‘The Toys That Made Us’, il fenomeno della “toy customization” è arrivato ovunque. Anche in Italia, con le action figures anni ’80 di Eightyverse. L’abbiamo intervistato

Alcune action figures di Eightyverse

Foto via Instagram

The Toys That Made Us (in Italia I Giocattoli Della Nostra Infanzia) è una docuserie su Netflix creata da Brian Volk-Weiss, un pacioccone di mezza età letteralmente ossessionato dai giocattoli con cui trascorreva la maggior parte del proprio tempo nella sua casa di famiglia nel Queens. Nel 2010 decise di raccogliere informazioni sulla storia dietro alla creazione della popolare linea di giocattoli Transformers (in seguito ispiratrice anche di un popolare franchise cinematografico). Scoperto con un certo sconforto che non esisteva quasi nessuna documentazione in materia, decise di farsela da solo: così nacque l’idea per la serie che in tre stagioni passa in rassegna le più significative e iconiche linee di giocattoli che dalla fine degli anni ’70 arrivando ai giorni nostri hanno allietato le giornate di migliaia di bambini, preadolescenti e non solo: dalle action figures di Star Wars ai Mio Mini Pony, dalla Barbie ai Masters of The Universe. The Toys That Made Us ha generato un discreto cult following che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, quanto la nostalgia sia un mercato redditizio anche nel settore dei toys. Ho 46 anni, uno di più di Volk-Weiss e abbastanza incredibilmente mi sono accorto di passare una considerevole quantità del mio tempo libero a sgranare gli occhi davanti ai profili Instagram di diversi costruttori di “boutique custom toys”, esponendomi all’impietoso dileggio di mia moglie e mia figlia (mia figlia ha 3 anni).

Il fenomeno della “toy customization” è iniziato meno di 10 anni fa negli USA e ha registrato una crescita esponenziale che non accenna a fermarsi. Un risultato sorprendente per un mercato che definire “di nicchia” è un eufemismo. Tutto inizia da indomiti pionieri del DIY con una sindrome di Peter Pan allo stadio terminale e tantissimo tempo libero. Gente come Pete Goral che sotto il moniker “Killer Bootlegs” ha creato diverse linee di action figures dall’innegabile sapore retrò conquistandosi in breve tempo una clientela che include nomi del calibro di Millie Bobby Brown, Jerry Seinfeld e il Wu Tang Clan; o come Brian Flynn, creatore della “designer house” Super7, responsabile di aver dato nuova forma tridimensionale a tanti eroi di un’indimenticabile stagione del pop/horror/metal/punk con action figures che spaziano da Rob Halford dei Judas Priest a Pizazz, l’antagonista glam-metal di Jem del cartone Jem & Le Holograms; o ancora come Dan Polydoris, che ha abbandonato una redditizia ma infelice carriera di copywriter per dedicarsi a tempo pieno alla sua ossessione ovvero realizzare “anti-figures” (così le chiama) sotto l’etichetta “Death By Toys”, divenuti veri e propri cimeli per collezionisti grazie al mix di elementi retro e di sarcasmo affilatissimo, come dimostra il suo pezzo più venduto, l’action figure del “padre assente”: il cartoncino del blister mostra la cucina incasinatissima di un appartamento americano con una scritta “aveva detto che sarebbe giusto uscito a prendere le sigarette…”. Il blister è ovviamente vuoto, “padre non incluso”. Costa 20 dollari. Dadaismo puro.

Uno degli aspetti più affascinanti di questo nuovo movimento è il fatto che praticamente tutti i suddetti produttori siano artigiani autodidatti che lavorano nel salotto di casa in modo assolutamente fai da te, spesso senza autorizzazione dei detentori dei diritti sull’immagine. Prendiamo il già citato Pete Goral: frugando in cantina o in uno di quei mercatini periferici dove la gente, senza una ragione precisa, si ammassa scandagliando bancali come coyote nel deserto alla ricerca di un pezzo della propria infanzia a un dollaro, entra in possesso di una action figure di Isaac, il barista afroamericano di Love Boat (ebbene si, esistono delle vecchie action figures di Love Boat). Cambiando i colori, scolpendo una testa nuova, ha creato un pupazzetto non autorizzato del popolare comico Larry David. Ricavati i calchi dal prototipo ne ha realizzati 50 che ha venduto a 65 dollari l’uno. Oltre al già citato Jerry Seinfeld anche Nathan Hammill, figlio del celebre Mark “Luke Skywalker” Hammill, ne ha acquistato uno, autografato dal Larry David originale (che gli ha lasciato un messaggio sulla confezione: “per favore gettalo nella spazzatura, Larry David”).

Sto pensando al fatto che non conosco nessun produttore di “pupazzetti bootleg” italiani, nonostante il nostro paese vanti un esercito di nerd dediti al culto dei gadget più superficiali e una tradizione artigiana di tutto rispetto quando mi imbatto in un post su Instagram di tale Eightyverse che, in una semplice foto sintetizza magistralmente tutta la mia infanzia: si tratta della crasi perfetta tra He-Man, protagonista positivo dei Masters of The Universe, e Luke Skywalker, l’eroe per antonomasia di Star Wars. Vedo il blister su cui campeggia la programmatica scritta “STAR MASTERS”, il corpo da wrestler anni ’80 avvolto nell’outfit da contadino di Tatooine del giovane Jedi e non capisco più niente. Ci sono anche altri personaggi: Dark Bones (Darth Vader + Skeletor), Han Zolo (Han Solo + Zodiac), Or-Ko Dee O (il preferito tra gli amanti della linguistica, Orko + Artoo Detoo). È un’idea talmente oltraggiosa e semplice che mi meraviglio nessuno l’abbia ancora avuta (dati i potentissimi franchise coinvolti è evidente che questa linea non è destinata alla vendita ma solo ad “uso personale”). In preda a un’esaltazione febbrile scrivo subito ad Eightyverse facendogli i miei più sentiti complimenti. Il suo profilo (stiamo parlando di un mese fa) conta solo 800 followers circa. Mi risponde subito, ringraziandomi e aggiungendo che gli sembra che io sia italiano e dicendo che dato che anche lui è italiano forse possiamo parlare nella nostra lingua madre. A quel punto mi esplode il cervello: allora lo vedi che esistono anche Toy Customizers italiani? Lui si chiama Max Ambrosini, è di Roma ma da oltre 10 anni vive e lavora a Dubai e quella per i giocattoli è una passione che, come per me e il già citato Brian Volk-Weiss, lo divora dagli sbiaditi tempi dell’infanzia.

Poco dopo lancia la sua prima vera collezione di action figures destinate alla vendita: COMMEDIA ALL’ITALIANA. Un packaging il cui font è chiaramente debitore dei Masters of The Universe, ma i personaggi sono quelli resi leggendari dalla stagione d’oro della commedia sexy e scollacciata degli eighties. Oronzo Canà da L’allenatore nel pallone, il commissario Nico Giraldi e Venticello (i leggendari Tomas Milian e Bombolo), Donato Cavallo (l’incarnazione più folk e indimenticabile di Abatantuono) e i mitici Salud e Plata (da …Più forte ragazzi!). Ambrosini ha realizzato una prima batch di 400 pupazzetti (tutti prodotti artigianalmente a casa sua) vendendoli a 30€ l’uno. Risultato: sold out in meno di 24 ore (e ora i follower sono 4300). Dopo una veloce serie di scambi in cui la mia mente mulina vorticosamente pensando a mille linee di action figures che mi piacerebbe vedere realizzate decidiamo di fare una chiacchierata su Zoom per conoscerci meglio, prima ancora di sapere che sarebbe diventata questa intervista.

Max, mi piacerebbe iniziare citando uno dei miei generi letterali preferiti pre-pandemia, quegli articoli che spesso pubblicava Il Fatto Quotidiano in cui intervistavano expat, giovani italiani che nel loro paese natio a stento riescono a fare gli stagisti ma una volta all’estero divengono professionisti di successo. Anche per te è stato così quando sei andato a Dubai?
Beh, insomma… la mia storia ha un twist. Perché io sono di Roma, ho 43 anni ma sono cresciuto a Santo Domingo perché mio padre aveva un’attività di Import-Export di frutta tropicale. Ecco qual è la cosa buffa: su Instagram mi chiamo Eightyverse e con le mie action figures celebro gli anni ’80, ma io ho perso la contaminazione culturale che è avvenuta nel nostro paese in quel decennio. Mi hanno sradicato dalla mia cultura e impiantato in un’altra che però mi ha dato molto, perché Santo Domingo è filo americana e quindi arrivavano Star Wars, i Masters etc. Quando sono tornato in Italia io mi sentivo più americano che italiano e quindi ho subìto quel gap culturale enorme che ho cercato di colmare ricercandolo ossessivamente.

Beh tu non sai quanto io ti capisca. Perché ho 46 anni e anche io all’età di 6 anni mi trasferii con la famiglia a Caracas dove trascorsi una considerevole fetta d’infanzia e successivamente a Riyad in Arabia Saudita. Quando tornai in Italia i miei temi erano zeppi di sgrammaticature e quando i miei compagni parlavano di serie animate giapponesi come Babil Junior, Astroganga o Arbegas (che spadroneggiavano qui nei primi anni 80) facevo scena muta. Però avevo visto i Thundercats, i cartoni di Mr. T e quelli die Beatles… io per i miei amici milanesi ero sempre “quello che veniva da fuori”.
Esatto, anche per me a Roma è stato lo stesso. C’è quel momento formativo che se perdi, anche se successivamente diventi un’esegeta, poi non colmi mai davvero. E non è un male eh, anzi. Gli anni ’80 sono stati comunque incredibili. Viste adesso certe cose suscitano il classico commento “beh forse si poteva fare meglio”… ma sono fondamentali per il coraggio che hanno mostrato. Non è nostalgia: è semplicemente una constatazione. Gli anni ’80 erano incredibilmente coraggiosi.

Quindi dopo l’infanzia a Santo Domingo sei tornato a Roma?
Sì. Ho perso un anno anche se a scuola sono sempre stato bravo, il secchione della classe. Ma spesso in certi paesi gli anni all’estero non vengono riconosciuti. Sono diventato romanista (appena Mourinho è stato nominato nuovo tecnico della squadra Max ha realizzato una action figure su di lui, nda), mi sono cioè aggrappato a qualunque cosa mi desse un’identità. Poi al momento di scegliere le superiori i miei mi dissero “il futuro sarà nell’informatica” e quindi mi hanno iscritto al tecnico industriale. Ma io sono sempre stato molto orientato all’arte. Quindi all’università ho fatto Design Industriale, laureandomi in Comunicazione Visiva. Divenni direttore creativo alla Leo Burnett a Roma, poi a Losanna, poi a Milano. È stato molto formativo e pagava bene. Però diciamo che quello che ci hanno raccontato nella serie Mad Men è un pò una cazzata (ride). Sono tornato a Roma, in un piccolo studio: gente che fa cose strafiche anche a fronte di piccoli budget. Conobbi gente come Zerocalcare, che era agli inizi. Stavo bene a Roma, avevo trovato la mia dimensione ma non ero pienamente soddisfatto. A quel punto arriva un’offertona di lavoro a Dubai. Un progetto di comunicazione di circa 3 mesi. Sono arrivato con la valigia di cartone pensando di lavorare qui due mesi/tre mesi. Sono passati 10 anni e sono ancora qui.

La tua passione per le action figures come si inserisce in tutto questo? Ha un’effetto abbastanza rassicurante fare questa domanda a qualcuno che ha la tua età.
Guarda io sono partito coi Masters, la mia prima epifania: quando apri il blister e senti quell’odore… la magia era già nell’odore. Io poi amavo inventarmi storie usando le action figures. Per me poi quei giocattoli rappresentavano la possibilità di essere parte di qualcosa che amavi. Con Star Wars, per esempio: avere il pupazzetto di Luke o di Darth Vader era come “possedere” un pezzettino di Star Wars, continuare a viverlo anche finiti i film, di non dimenticarlo mai. La mia passione nasce da questo, al di la del collezionismo in se. Sono sempre stato un collezionista, sai com’è, per la nostra generazione pre social collezionare quei pupazzetti significava definire la propria identità.

Certo, io sono cresciuto giocando praticamente solo con gli omini di Star Wars della Kenner, ne ho almeno 190 tutti originali. Qual’è stata la prima action figure che ti hanno regalato?
Sai che banalissimamente credo sia stato He-Man? Ero a Santo Domingo, sarà stato il 1983/84. Il pack era grosso era tutto lucido, profumato. Poi quando apri il pack e senti la rigidità differente dei vari materiali, il torso in plastica dura, la testa in gomma più morbida, lì è stato proprio un colpo di fulmine. Lì ho capito: io voglio raccontare storie, io voglio far parte di questo mondo che non è il nostro ma è li fuori, da qualche altra parte.

E quando hai capito che i corpi venivano da uno stesso stampo, erano tutti uguali, come le gambe, e magari cambiavano le teste e le braccia a seconda del personaggio ti sei esaltato? Io me lo ricordo bene quel momento!
Sì! Io poi ero ossessionato dallo smontare tutto per vedere com’era dentro. Una volta disassemblato un pupazzetto poi non riuscivo più a metterlo insieme. Comunque negli anni ’80 già sognavo di costruire i miei personaggi… uscivano continuamente action figures nuove, una grande ispirazione. Grazie al documentario The Toys That Made Us ora sappiamo la storia dietro ad aziende tipo la Kenner, che un giorno rischiavano di fallire e il giorno dopo ricevevano talmente tanti preordini che dovevano vendere i cartonati che valevano come prova d’acquisto per quanto le action figures sarebbero state pronte. E’ una bella storia: nel dramma produttivo ci trovi il successo più estremo.

Di quel documentario parlo proprio all’inizio di questa intervista. Immagino tu l’abbia divorato.
Guarda è stato proprio quel documentario, in particolare i primi due episodi, che mi hanno fatto venire voglia di realizzare le mie action figures, in quello stile old school. Quelli di Super7 perché sono bravi? Perché i loro pezzi sono volutamente imperfetti, così com’erano negli eighties. Anche io le mie action figures le faccio così. Potrei farli mille volte meglio ma toglierebbe la magia. Oggi ci sono un sacco di aziende che fanno action figures super realistiche e perfette con tutti gli snaps e i joint giusti, potresti girarci un film e penseresti che sono attori in carne e ossa. Ma quelle cose uccidono la magia. L’idea è quella di semplificare le forme al punto da renderle riconoscibili ma non troppo, perché quella non è una “statuetta”. E forse è questo il processo creativo più bello.

Certo, le vecchie action figures erano magiche proprio perché il possessore doveva metterci la sua componente immaginifica. Doveva giocare. Quindi hai iniziato a fare le tue prime action figures durante il lockdown?
Sì, a Natale mia moglie mi ha regalato una stampante 3D, dicendo “così ti inventi qualcosa per passare il tempo”. La mia è una stampante a resina, diciamo che non è un prodotto entry level, c’è la temperatura, la consistenza, mille variabili. Tutti mi hanno detto: “preparati che avrai mille fallimenti di stampa”. Ci credi che al mio primo tentativo il risultato è stato perfetto? Così ho iniziato e ogni cosa mi è sembrata andare al suo posto.

Parlami di come li realizzi. Fai tutto tu in casa giusto?
Sì. La moderazione che tu vedi sui personaggi è fatta a mano da me. Io sono scultore, uso la creta eccetera. Però ho scoperto un app per iPad semplicissima di sculpting digitale ma non ha features, è un programma molto limitato: il bello è stato appunto capire come sfruttare la massimo quelle limitazioni per ricreare un volto con pochi ma distintivi tratti. L’app è collegata direttamente alla stampante, che produce il master in resina. Una volta che hai fatto quello, fai il polish e a quel punto fai lo stampo, con la colata di silicone e le resine. Faccio tutto da solo, in 2 mq di casa adibiti a “laboratorio”. Sto lavorando anche per fare dei vestiti. Comunque sono resistenti, ci puoi giocare.

Ma i packaging come li fai?
Gli americani sono fuori, hanno creato una macchina che fa i blister, nata per sigillare il cibo. L’ho comprata e uso quella. Faccio ovviamente anche le grafiche sui cartoncini, volutamente fatte male. Perché quella è la filosofia. Trash, come le Kenner degli anni ’80.

Io ti ho conosciuto scandagliando i profili di Instagram di vari toy customizers e il tuo lavoro mi ha colpito molto. Come ti è venuta l’idea (geniale) di riproporre i personaggi cardine della commedia all’italiana?
Era natale, io avevo un coinquilino che viveva qui con me che è più giovane di noi, è dell’84 ma conosce tutti i film del filone, recita a memoria intere scene di Banfi, Abatantuono, Bombolo. Quel genere lo adoro perché è pura follia, è un linguaggio totalmente nuovo rispetto al reale, dinamiche pazzesche. Per me quella è l’Italia o almeno vorrei che lo fosse. E siccome io e il mio coinquilino abbiamo questo amore viscerale per Lino Banfi, per la sua capacità di essere camaleontico ma sempre se stesso, ho fatto lui. Il mio coinquilino poi ha rilanciato dicendo “fai Donato Cavallo! Fai Bombolo!”. Una cosa tira l’altra e sono arrivato a fare tutti e cinque i personaggi che hai visto. Ora è come una droga, non riesco a fermarmi (ride).

E l’idea di fondere i Masters con Star Wars?
Quando ho iniziato a produrre action figures ovviamente non sapevo nulla della “scena”. Cioè, conoscevo un pò il fenomeno della toy customization ma poi mi sono imbattuto in qualcosa di ancora più fico, i bootleg toys: praticamente ci sono tipi in America che trovano in cantina vecchie action figures e ne ricavano il calco ma modificandolo. Così ho conosciuto Sucklord, un ragazzo gay che ha inventato il Suckadelick Gay Empire con una linea di stormtroopers gay in rosa shocking (su Ebay una sua singola action figures viene venduta tranquillamente per 250 dollari). Lui ha reso il confine tra action figure e art toy più labile, ha anche esposto le sue creazioni al MOMA. Fa cose incredibili. Allora ho pensato di fare Star Wars + Masters, perché pensa che stronzi quelli della Mattel a rifiutare l’offerta di George Lucas di produrre i giocattoli di Star Wars nel 1978, credo si stiano ancora mangiando le mani. Per quanto riguarda l’aspetto legale ho messo in mezzo un mio amico avvocato che sta lavorando per capire quali sono i limiti all’interno dei quali possiamo muoverci. In ogni caso per me non è un business, è un atto d’amore.

E il mio cuore, Massimiliano, batte forte all’unisono col tuo.