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Peter Dundas lascia Roberto Cavalli: l’intervista di Rolling Stone

Dopo appena un anno e sette mesi, le strade di Peter Dundas e Roberto Cavalli si dividono. Al momento, non è stato nominato nessun nuovo direttore creativo. Questa è la nostra intervista sul numero di ottobre 2016

Peter Dundas - Artwork Paolo D'Altan

Peter Dundas - Artwork Paolo D'Altan

Dopo appena un anno e sette mesi, le strade di Peter Dundas e Roberto Cavalli si dividono. Gian Giacomo Ferraris, CEO del marchio ha ringraziato “da parte di Roberto Cavalli e degli azionisti” il lavoro dello stilista, parlando di un periodo di trasformazione del brand. Al momento, non è stato nominato nessun nuovo direttore creativo.

Qui di seguito, l’ultima intervista concessa a Rolling Stone, sul numero di ottobre 2016

Aspetto Peter Dundas per colazione a Milano, nel pieno centro del Quadrilatero della Moda, una calda mattina di settembre. Dundas è il direttore creativo di Roberto Cavalli e, da quando è arrivato, ha portato una sventagliata di energia su tutti i fronti. Anche nel campo delle fragranze, visto che ha appena firmato il nuovo profumo Roberto Cavalli Uomo, accompagnato da una campagna pubblicitaria che inneggia ai dandy del rock, tra Jimmy Page e gli Stones. Che sono i preferiti di Mr. Dundas.

Da dove è nata la scelta di adottare questo tipo di estetica?
È la continuazione naturale della mia visione per la collezione moda. Mi piace ispirarmi alla musica rock, alle sue icone e ai loro costumi da palco. Ho sempre ammirato superstar come Keith Richards, Mick Jagger o Jimmy Page: si abbinano bene con l’idea che ho io dell’estetica, mescolano il glamour con la carica portata dalla musica. E quando fai una campagna come questa, è logico cercare la stessa carica.

I nomi dei musicisti che hai fatto sono anche quelli che ascolti?
Sono cresciuto con il violino, mia madre era una violinista, quindi ho una visione musicale molto ampia…

E sai suonarlo?
Sì, voglio dire, non lo faccio da davvero tanto tempo. Ho molti violini a casa che ho ereditato da lei che non suono mentre, invece, dovrei. Uno di quelli l’ho anche venduto di recente, mi sentivo in colpa, pensavo che qualcuno avrebbe dovuto usarlo. Per lavoro, però, mi piace ascoltare musica che mi possa regalare una vibrazione positiva, quindi ti direi Led Zeppelin, George Harrison, i Rolling Stones, ecco, quel tipo di musica mi porta delle emozioni. Ho sempre qualche canzone che va quando lavoro, è molto difficile che non ci sia. Piuttosto, mi fanno notare quando non c’è.

Magari ti dicono anche di abbassare…
A volte dicono che è troppo, sì. Ma mi aiuta a stare nella mia bolla, nella mia bolla creativa, chiamiamola così. È anche una cosa che ti serve per stare meglio.

Tra tutti i musicisti che hai nominato chi vorresti vestire?
Facile, dico gli Stones.

Hai visto la mostra Exhibitionism a Londra, ci sono un sacco di loro costumi…
Certo! È molto molto bella, ma già sapevo che lo sarebbe stata. Vesto già dei musicisti ora, più donne che uomini in realtà. E vorrei averne di più.

Ma pensi che sia ancora importante il mondo delle celebrities? Oppure gli influencer, i social e simili hanno mangiato tutto?
Credo che basti guardare sulle pagine di qualsiasi fashion magazine per vedere che la maggior parte dei nomi coinvolti sono celebrities. Sono ancora molto importanti, ma è vero, i social stanno guadagnando terreno. Ti devo dire che mi piace lavorare con i personaggi, non è una forzatura per me, mi viene molto naturale.

Ma li segui tu personalmente?
Sì, un po’, finché riesco soprattutto. Devi avere una connessione, devi divertirti con loro. Penso che ci siano cose che devono succedere organicamente. Non sono io che li vado a cercare, tutto si sviluppa quasi in autonomia.

È stato un anno difficile per il mondo della moda, in tanti designer hanno mollato o hanno cambiato poltrona, dicendo che in questo mondo ormai c’è troppa pressione. È vero, secondo te?
#theStruggleIsReal! (Ride) Sì, penso che il nostro sistema stia per cambiare, che sia diventato tutto più veloce e che tra poco dovremo ripensare il modo in cui abbiamo lavorato fino a ora. I designer stanno cambiando, e quindi sto cambiando anche io. Mi piace molto il mio lavoro, posso farlo per 7 giorni alla settimana, 12 mesi all’anno. Ma per continuare a far qualcosa sul lungo periodo è necessario rivedere tutti i ritmi. Reset the clock.

E poi è un peccato, per chi come te ha sempre avuto un sacco di passioni, soprattutto in campo sportivo. Riesci ancora a prenderti del tempo?
No, non come mi piacerebbe. Riesco ad andare in palestra al mattino, ma non riesco a fare sport in modo serio. È difficile oggi, ti ritrovi costantemente diviso tra il lavoro e la tua vita sociale, e sono tutti aspetti che devi seguire. Scio ancora, faccio tuffi, il kitesurf però l’ho dovuto mollare un po’. Magari l’estate prossima riuscirò a organizzarmi meglio. Per me è una sorta di psicoterapia. Ti senti meglio con te stesso, quando fai esercizio. Ti ripulisce il corpo e la mente. Anche dalle cose cattive che fai.

L’intervista è stata pubblicata in versione integrale su Rolling Stone di settembre.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
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