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Le nuove strade di Madame: “vorrei solo insegnarvi ad essere felici”

Lavazza ha scelto il nuovo prodigio della trap italiana come voce di Nuove Strade, il brano che, insieme a Gaia, Ernia, Rkomi e Samurai Jay, racconta uno spezzato di un'Italia giovane e coraggiosa. Per festeggiare i cinquant'anni di Qualità Rossa, abbiamo chiacchierato con Madame.

Tra noi comuni mortali c’è questa percezione particolare del mondo fatato della celebrità per cui siamo convinti che gli sportivi siano sempre più vecchi di quanto non lo siano nella realtà. L’esposizione mediatica e la gravità del successo conferiscono una certa aurea di maturità e adultità a questi personaggi. In pratica, è l’opposto di quello che avviene nel mondo del rap in cui, abituati a questi rapper trenta/quarantenni che utilizzano ancora un vocabolario post-adolescenziale, percepiamo i suoi artisti come immaturi ragazzini con la sindrome di Peter Pan. Per questa ragione, trovandomi di fronte all’enfant prodige del rap contemporaneo, la giovanissima Madame, non sapevo cosa aspettarmi. A soli 18 anni, amata da critica e pubblico e colleghi, collezionando milioni di ascolti con una disinvoltura invidiabile, è il nome del momento. Abbiamo chiacchierato insieme a margine di un incontro di Lavazza per cui Madame ha scritto, con Ernia, Rkomi, Gaia, Samurai Jay, il brano Nuove Strade per i cinquant’anni di Qualità Rossa. Lì ho scoperto un’artista che, nonostante la sua giovinezza, ha idee ben chiare su quello che sta succedendo.

Hai partecipato al format di Lavazza, Nuove Strade, che ha come obiettivo quello di raccontare un’Italia nuova, fresca, differente. Senti la responsabilità di essere un modello per il tuo pubblico?

Ho partecipato a questa iniziativa perché ho potuto raccontare la mia storia in un modo differente. Le interviste spesso si fermano in superficie e non scavano dentro limitandosi al gossip. La differenza tra vissuto e gossip è decisiva. Per quanto il mio successo sembra arrivato per caso, io ho fatto un bel percorso prima di arrivarci. Ho iniziato a scrivere cinque anni fa ed è stata un’evoluzione continua. Non sono stata baciata dal Signore che mi ha detto ‘tu farai l’artista’. Mi sono messa ad imparare, mi sono allenata e tolta le soddisfazioni che finora merito. Questi successi portano ad una responsabilità che io accetto, anzi, con cui ci volo. Nel momento che hai una responsabilità vuol dire che la tua parola ha un peso. E cosa c’è di meglio di aver una parola pesante e un pensiero che possa rimbombare alle orecchie di chi ascolta?

Pensi che il tuo modo di scrivere sia cambiato ora che sai di aver un pubblico che ti segue attentamente?

Prima c’era molta ingenuità e una mancanza di consapevolezza. Scrivevo perché mi andava di scrivere. Ora che ho raggiunto i miei primi obiettivi – diventare una cantante, diventare famosa – voglio dare qualcosa in cambio. Che sia una canzone o una fetta di culo, io qualcosa al mondo la devo dare perché secondo me ne ho le capacità. Devo solo impegnarmici. Nella scrittura sto imparando a dare il giusto peso alle parole, anche come posizionamento all’interno della struttura di un brano. Come scegliere una parola, dove posizionare un concetto. Scrivo molto di getto, ma ora ho fatto miei alcuni nuovi meccanismi di scrittura. Per scrivere bisogna avere un motivo, un mal di pancia, qualcosa che ti smuova dentro.

Come ti rapporti alla pressione di essere qualcuno?

Da poco riesco a vivermi tutto con più tranquillità, almeno fino al prossimo mental breakdown (ride)! Non ho ancora perso la naturalezza di far quello che voglio imparando dagli errori.

Il pubblico del rap, essendo anche un pubblico molto giovane, è molto volatile. Un giorno ti ama, il giorno successivo fa hating. Questo è ancora più evidente nel rapporto che hanno con le artiste femminili. Tu che idea ti sei fatta del pubblico del rap e delle tue sue manie?

Per fortuna io sono una artista poco odiata. Forse perché non mi piace creare hating o situazione del genere. Il pubblico è schiavo delle tendenze ancor più degli artisti stessi. Basta che una persona prenda dieci like ad un commento ad un post che – subito – tutti come pecorelle smarrite pensano che questo sia il più furbo da seguire; anche se quel commento è una stronzata. Ma è così che funzionano i social. Il giudizio degli altri è importante, certo, ma quando io lo desidero. Se non lo richiedo, non mi interessa leggere e sapere cosa se ne pensa un estraneo. Questo divario del pubblico che va dalla massima solidarietà all’estrema misoginia penso sia proprio figlio di questa schiavitù del trend. Non do nemmeno troppo peso a questa cosa della misoginia, ti dirò: una persona deve aver dei problemi per non pensare che tutti gli esseri umani sono uguali e che non serve ulteriore odio nel mondo. Quando mi trovo davanti ad un misogino quello che penso è ‘mi spiace per te, mi spiace tu abbia avuto un’educazione di merda e spero che ai tuoi figli tu possa insegnare qualcosa di meglio’.

È in atto un’accesa conversazione sull’utilizzo di un certo linguaggio nel rap italiano. Mi riferisco in particolare all’uso di termini e frasi di certi rapper considerate sessiste e misogine. C’è chi condanna l’uso in quanto offensivo e anacronistico e chi invece riconduce il tutto all’immaginario fittizio del genere. Tu sei una donna di una generazione che non è cresciuta negli stereotipi del genere e per questo voglio chiederti cosa provi quando senti un (t)rapper utilizzare costantemente termini come troia.

Se dici una cosa di questo genere perché devi seguire la tendenza rap, secondo è una cazzata. Stai dando adito ad un messaggio brutto di base che, probabilmente, non hai nemmeno vissuto. Se nella tua vita hai invece trovato solo stronze che ti hanno spaccato il cuore, capisco che tu possa pensarlo, giusto o sbagliato che sia. È il tuo punto di vista e lo rispetto. Naturalmente quando ti approcci a me, io non sono così. Se lo scrive fa solo per essere coerenti con tutto il filone del rap, anche basta, no?

In Nuove strade dici ‘quando il mondo sarà un posto migliore, ci ringrazieranno davvero per intere generazioni’. Per cosa pensi verranno a ringraziarvi?

Rispetto ai millennials, che si sono trovati in una terra di mezzo, noi siamo cresciuti con tutti questi mezzi tecnologici a nostra disposizione. Il problema è che li abbiamo ricevuti senza istruzioni. Il nostro compito è quello di insegnare alla prossima generazione il loro utilizzo. Potremmo così arrivare ad usarli per scopi positivi. Siamo bombardati da informazioni e stimoli; siamo una generazione ansiosa, depressa, bipolare. Un concentrato di energia mentale negativa. Io sto cercando in tutti i modi di essere felice per insegnare agli altri ad esserlo. È quello che voglio lasciare con la mia musica, dire ‘si può essere felici qui’. L’essere umano ha bisogno di essere felice.

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