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Carlo Nasi, il produttore nato alla Fiat e cresciuto nell’olimpo dell’R&B

Faccia a faccia con il talent scout che dagli uffici di Gianni Agnelli finì in quelli di Warner: dai primi giorni a Los Angeles fino all'apparizione di Prince, il manager che fece incontrare Mingus e Joni Mitchell si racconta

Carlo Nasi ritratto da Alfredo Sabbatini

Nascere Agnelli significa avere Fiat e Juventus incisi nel proprio destino. Ma non tutti hanno seguito il tracciato. La vita di Carlo Nasi, classe 1951, è stata scandita dalla musica. «Unico caso in famiglia, che mi risulti». E che musica: una carriera americana alla Warner, prima. Da indipendente, poi. Produttore, talent scout, manager. Se la musica latina, contaminata con il rock, ha iniziato a sedurre il mercato, sin dagli Anni 70, buona parte del merito è suo. Poi ci sono state Marta Sanchez, certo. E Paulina Rubio: Yo no soy esa mujer, il suo più grande successo, editore da Nasi, fu classificato dalla Bmi, la Siae americana, come il pezzo più suonato in radio e Tv di quell’anno, era il 2000. Ma occorre riavvolgere il nastro per cogliere i suoi incontri con i mostri sacri della musica.

Da Torino a Los Angeles il passo non è breve. «Mio padre morì nel 1970: aveva 42 anni, io appena 18, fratello maggiore di tre sorelle. Decisi di prendere la mia strada. Ma in quel frangente la rete familiare fu determinante». Gianni Agnelli di suo padre era cugino. E capofamiglia dei discendenti del Senatore, che fondò la Fiat nel 1899.

«Mi prese sotto la sua ala protettiva. Dopo avermi fatto, a suo modo, un discorso sulle responsabilità, mi spedì in giro per l’Europa a fare una serie di stage in ambito finanziario. Poi un giorno successe che un collaboratore del dottor Gabetti, storico uomo di fiducia della famiglia, mi chiese: “Ma non ti divertirebbe fare un colloquio con quelli della Warner?”. Così iniziò tutto». Fortuna, certo. Ma l’inclinazione ha giocato un ruolo determinante. «Avevo una mia formazione musicale. Sono cresciuto ascoltando What’d I Say di Ray Charles. A 15 anni avevo già messo su un mio complesso, mi esibivo nei locali più malfamati di Torino, fu uno scandalo tra i parenti. Al Chatham, cabaret di spogliarelliste, andavo in scena a mezzanotte e, per un’ora, cantavo R&B. I miei genitori sapevano. E tolleravano. L’importante era che lo studio non ne risentisse. Stavo sui libri fino alle 8 di sera, dormivo, andavo al night, cantavo, dormivo qualche ora e poi a scuola».

Nasi ha anche inciso: Let’s the sunshine, tratta da Hair. In versione italiana. «Si intitolava Sorge il sole. Non mi convinceva per niente. Eppure vendette parecchio. In Tv cantai due volte, ma quel mondo non mi interessava: tutto playback». L’occasione in Warner arrivò nel 1976. «Primo colloquio a New York. Questi signori capirono la buona volontà: volevo imparare il mestiere di discografico. “Ti mandiamo a Los Angeles”. E di certo non obiettai. Mi si aprì un mondo».

Gli inizi furono di pura manovalanza. «Conobbi Jackson Browne perché servivano due braccia per scaricare un amplificatore dal camion. Le braccia erano le mie. La fortuna fu, nel tempo, quella di mettermi alla prova in tutte le divisioni della società: la distribuzione, il marketing, la parte artistica e il repertorio. E poi Warner significava diverse etichette: l’Elektra/Asylum, che era la casa discografica dei Doors, la Atlantic. E la Wea International, il braccio che distribuiva in tutto il mondo. I miei mentori furono certamente i fratelli Ertegun, turchi americani. Ahmet scoprì i Led Zeppelin, gli Yes e fondò la Atlantic Records. Si portò Ray Charles e tutto quel suo R&B. Nesuhi, suo fratello, grande produttore di jazz, ha fondato la prima università di musica in America. Resta certamente la persona con la più vasta cultura musicale che abbia mai conosciuto. Fu un periodo leggendario: frequentavo George Benson, i The Manhattan Transfer. Ero molto amico di Jimmy Guercio, produttore dei Chicago, passati alla storia come la band che faceva rock con i fiati. E poi ricordo con affetto Marvin Gaye: presi casa accanto alla sua».

Nasi era nel gruppo di manager che ascoltò Prince, la prima volta. «Era il ’77-’78. Ricordo un ragazzo timido, compìto. Ci portò una cassetta. Al primo ascolto la gente intorno a me cominciò a darsi di gomito. “Bene”, disse qualcuno, “adesso ti diamo produttore, autore, arrangiatore e…”. Lui stoppò tutti: “Cari signori, io scrivo, canto, suono, arrangio e produco. Se volete, è così. Altrimenti arrivederci”. È rimasto. A quei tempi scoprivi le perle aprendo la casella della posta, non elettronica: i Doobie Brothers inviarono un demo e furono presi».

Fu in quel periodo che capì il potenziale degli autori sudamericani. «Da responsabile artistico per la parte internazionale, uno dei primi con cui lavorai fu il brasiliano Gilberto Gil. Poi, alla fine degli Anni 70, Videla prese il potere in Argentina. Molti musicisti furono costretti a fuggire. Se non fuggivano venivano sì imbarcati su un aereo, ma poi scaraventati nel vuoto. Alcuni vennero a bussare alla nostra porta. Il mercato stava cominciando a conoscere la musica folk sudamericana, ma questi erano rockettari incazzati. Tra loro c’era Gustavo Santaolalla che poi vinse due premi Oscar, per la migliore colonna sonora (i film sono I segreti di Brokeback Mountain nel 2006 e Babel, dell’anno seguente). Dopodiché la mia più grande soddisfazione fu l’incontro tra Charles Mingus e Joni Mitchell».

Carlo Nasi riceve un riconoscimento dalla Bmi (la Siae americana) per ‘Yo no soy esa mujer’ di Paulina Rubio, 2000

Il genio pazzo e arrabbiato del jazz americano e la cantautrice canadese. «Una sera feci sentire un disco di Joni a Daniele Senatore, produttore cinematografico di capolavori come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e Todo Modo. Impazzì. “Dobbiamo farla ascoltare a Mingus”. Il quale decretò: “Bisognerebbe che Joni musicasse Quattro quartetti di T.S. Eliot”. Joni ne fu entusiasta, nacque un feeling speciale e finì che scrisse lei i testi sulle musiche di Charles. Mingus non era una persona facile. L’ho visto sbattere fuori da uno studio Dexter Gordon, forse il più grande sassofonista che abbia mai conosciuto. Però il lavoro riuscì. Mingus, il nome dell’album, fu cresciuto come un bambino per tre anni, ma senza che Charles potesse suonare: in quel periodo era nella fase terminale della sclerosi laterale amiotrofica che lo affliggeva. Andammo un mese a Cuernavaca, in Messico, dove c’era uno stregone che lo curava. Poi la Mitchell mise insieme il suo gruppo di musicisti: Jaco Pastorius, Wayne Shorter, Herbie Hancock. E incise. Charles non suonò, ma i suoi pezzi più famosi hanno trasformato la carriera di Joni».

Nasi ha forgiato alcuni talenti poi diventati veri pezzi da novanta. «Erano gli anni della New Wave. C’era un gruppo che spaccava, in California: gli Oingo Boingo. Da lì uscirono Danny Elfman, che ha scritto colonne sonore memorabili per Tim Burton, e Richard Gibbs: i primi lavori, a loro come a Vinnie Colaiuta, a mio giudizio il più grande batterista di tutti i tempi, li ho dati io. E poi ho vinto qualche scommessa. C’era questo filippino, Freddie Aguilar: il suo manager, quando seppe dell’interessamento della Warner, chiese una cifra assurda. Io lavorai ai fianchi, con l’artista: “Facciamo che l’accordo lo troviamo”. Pubblicammo Anak, un singolo. Vendette 6 milioni di copie». Dall’America un altro passo inaspettato: Sanremo.

«Accompagnai Patty Brard, la mia terza moglie. Nel 1985 calcò l’Ariston come valletta di Baudo. Patty, metà indonesiana e metà olandese, era reduce da certo successo discografico con le Luv’, il trio di cui faceva parte. A Los Angeles frequentavamo Alberto Testa (paroliere e storico autore televisivo per la Rai) che un giorno invitò a casa mia un produttore di Domenica In, del giro di Baudo. Alberto, che era un vulcano di idee, gli propose di portare Patty in Italia: cantava con successo, in Olanda era un personaggio televisivo, parlava cinque lingue. Insomma, Sanremo poteva essere il trampolino di lancio per una sua carriera nel nostro Paese. Ma andò malissimo. Ma non per i motivi che poi raccontò Baudo. Non è vero che non riusciva a vederla, non è vero che si è presentata poco prima della messa in onda, non è vero che parlava a stento l’italiano. La prima sera è stata poco bene e si è giocata male l’ingresso sul palco. Le dissi: “Fottitene della scaletta. Grida: ciao Italia, ciao mondo! Poi girati verso Baudo e urla: Ciao Pippo!”. Gli italiani vogliono questo a Sanremo. Lei invece tentennò, parlò con voce flebile. I critici se la mangiarono. Da quel momento il nostro rapporto cominciò a sgretolarsi. Un manager ha il dovere di dire al suo artista: stavolta hai fatto schifo. Un marito non può. Non ho mai più mischiato i due ruoli».

Come non ha mischiato parentele e affari. «Pur mantenendo rapporti di grande amicizia con molti cugini, in primis con l’Avvocato». Ma non chiedetegli se gli abbia mai regalato un disco. «Gianni detestava la musica».

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