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Antonio Dikele Distefano, “bisognerebbe insegnare ai ragazzini cos’è il rap”

Ci siamo trovati con Antonio Dikele Distefano, uno degli autori più prolifici della sua generazione, per farci raccontare il percorso da cui è nato Nuove Strade, il format scritto per Lavazza per i cinquant'anni di Qualità Rossa in cui si racconta una nuova Italia attraverso alcuni suoi formidabili talenti

Dikele Distefano e Ylenia Baccaro

Antonio Dikele Distefano insieme ad Ylenia Baccaro durante il lancio di Nuove Strade

Antonio Dikele Distefano è un autore e scrittore italiano di origini angolane. Si è fatto un nome raccontando il mondo del rap italiano in maniera inedita, andando oltre la patina del rap game e del bling bling. Esse Magazine ne è la dimostrazione: le sue interviste e i suoi approfondimenti lavorano nel tentativo di indagare le narrative e le personalità del genere da un taglio privilegiato. Con cinque pubblicazioni edite da Mondadori e una serie tv prodotta da Netflix in uscita nel 2021, a soli 28 anni, Antonio Dikele Distefano è anche un autore davvero prolifico. Lo abbiamo incontrato per il lancio di Nuove Strade, format televisivo di Lavazza per i cinquant’anni di Qualità Rossa per il quale Distefano ha intervistato rampanti personalità giovanili italiane come Madame, Sara Gama, Fumettibrutti, Phaim Bhuiyan, intraprendendo una conversazione davvero interessante su una serie di temi delicati.

 Con gli ospiti di Nuove Strade affronti temi come l’inclusività e il razzismo. Credi sia più o meno difficile parlare di certi argomenti in questo periodo storico? E come pensi se ne possa parlare senza finire negli stereotipi?

Spesso si sbaglia a pensare che in determinati periodi sia più complicato parlare di certe cose. È proprio in questi frangenti che è facile aprire a certe conversazioni. Quando si hanno politici e persone influenti che si sentono liberi di esprimere certe idee è normale che si venga a creare un’opposizione. Perché c’è qualcuno che non è d’accordo e sente il dovere di dirlo. Il difficile è non cadere nella banalità perché quando si apre un discorso in maniera banale si reagisce in maniera banale. Penso che la forza sia semplificare, non banalizzare.

Oltretutto il tranello è quella di utilizzare la voce di una persona e renderla ambasciatrice universale di una categoria. Immagino che questo capiti spesso anche a te. Come ti ci poni?

Ognuno è responsabile di quello che dice. Bisogna essere consapevoli di questo. Quando decidi di esporti per tutti, stai parlando anche a nome di persone che non conosci e che non ragionano come te. E queste persone possono essere d’accordo con te, o no. Penso che sia un grandissimo errore parlare a nome di tutti, preferisco quando si fanno cose per tutti. Io parlo di me e per me perché non ho studiato quali metodologie, terminologie e strumenti siano necessari per cambiare davvero qualcosa.

Proprio per questo sono interessato alla tua opinione su alcuni temi che in questo momento stanno scaldando la conversazione attorno al mondo del rap, ambiente che tu conosci molto bene. Partirei da un fatto di cronaca che abbiamo trattato da poco. Emis Killa e Jake La Furia hanno pubblicato un album assieme. In una storia sul proprio profilo, Margherita Vicario ha commentato il testo di un loro brano definendolo misogino ed anacronistico. Questo commento è stato ripubblicato da alcune pagine legate al mondo rap e la Vicario è stata vittima di un’ondata di hating del pubblico del rap. Vorrei chiederti se hai un’opinione a riguardo.

Non penso che ci sia cosa più banale di cercare di decifrare un genere come il rap come ha fatto Margherita Vicario. Cercare di addossare colpe ad Emis Killa per quello che dice nei suoi brani è assurdo. Viviamo in un paese che non ha mai capito il rap. E nemmeno lo ha mai amato. Il rap domina la classifica, ma se noti a farcela è solo un certo tipo di rap, diluito, annacquato, fatto per radio e ragazzini. In Francia stanno processando Freeze Corleone accusandolo di antisemitismo per alcune sue barre. In un brano dice, arrivo determinato come Hitler negli anni ’30. Ora il ragazzo ha perso il contratto con Universal e vogliono togliergli i brani dalle charts. Ma quello è il linguaggio del rap, è un modo di dire. Come faccio a spiegare a Margherita Vicario un genere su cui sono cresciuto? È impossibile spiegare il rap senza la musica, prendendone solo il testo. È tutt’altro. È come quando qualcuno dice, non fare il ne*ro; ecco, quella è un’immagine. È un’immagine difficile da spiegare a Margherita Vicario. Credo che stiamo dando troppa attenzione a parole che non hanno quella importanza.

Una foto dell'evento Nuove Strade organizzato da Lavazza per i cinquant’anni di Qualità Rossa

Una foto dell’evento Nuove Strade organizzato da Lavazza per i cinquant’anni di Qualità Rossa

Poco prima, nell’intervento per Lavazza, hai detto che le parole sono le nostre armi. Ma se le parole sono le nostri armi, è normale che gli diamo un certo peso, non credi?

Sì, ma è il dialogo la nostra anima. Se do così tanto peso alla ne*ro, do potere ad un certo gruppo di persone di offendermi e ferirmi ogni volta che la pronunciano. L’arma migliore per andare avanti ed essere felici è la consapevolezza. Quando sono in metro, io sono consapevole di chi sono e se la signora che mi vede stringe a sé la sua borsa perché ha questa immagine in testa di me, è problema suo. Se la FSK, o chi altro, utilizzano la parola ne*ro nei testi, quella è una cosa che non fermi, nemmeno demonizzandola. Per questo sorvoli e cerchi di andare a risolvere problemi maggiori.

Quindi non credi che il rap, o il sistema rap, sia misogino, ma che solamente una parte del suo pubblico lo sia.

Il pubblico del rap non è il rap, è bullismo. Come bullizzano la Vicario, bullizzano la ragazza grassa; per quello dico che ci sono problemi maggiori. Quei ragazzi non sono così per una qualche colpa di Emis Killa, i cui testi sono fiction, ma perché i loro genitori sono assenti. Viviamo in un sistema che ci rende ansiosi dove le persone sono aggressive e cattive perché piuttosto che guardarti negli occhi stanno a sfogare sullo schermo di uno smartphone. Questo è il tema, non il rap. E secondo me a volte sottovalutiamo molto questo pubblico. Molti di questi ragazzi capiscono che è fiction e non vengono direzionati da un artista. I ragazzi sono più intelligenti di quello che crediamo. Ogni cosa è parte di un bagaglio personale e individuale. Io da piccolo son cresciuto con Ken Shiro e Rocky, ma non è che sono andato in giro a fare a botte o a far esplodere teste.

È vero che i rapper sono personaggi ed è altrettanto vero che certo rap è fiction, però i modelli si evolvono con la società. La tv, come il cinema, sono cambiati, hanno lasciato alle spalle certe narrative obsolete, cosa che un certo rap sembra restia a fare in favore di triti e ritriti modelli anacronistici che nel 2020 non sembrano adatti. Emis Killa potrebbe continuare il suo filone fiction, ma non facendolo suonare come fossimo a vent’anni fa, no? Non sei dell’idea che il rap, le case discografiche, gli uffici stampa, la stampa – perché io credo sia un problema sistemico – debbano tentare di fare un passo in avanti e trovare il modo di responsabilizzarsi là dove le situazioni familiari non riescono?

Per me è rischioso. Ho sempre visto e vissuto il rap cercando di decifrare quello che mi dicevano e capendo che gran parte di quello che mi veniva detto era fiction. È per quello che ti citavo opere come Rambo o Terminator. Ora la società annacqua la realtà. Nei film non muore più nessuno, nelle canzoni si parla solo d’amore. Il rovescio della medaglia è siamo come il sole a mezzogiorno. Io penso che il filtro sia personale ed io codici del rap li ho imparati a decifrare da ragazzino.

Però la differenza tra me e te e il ragazzino di oggi è proprio quello smartphone. Se nessuno aiuta i ragazzini di oggi a capire come utilizzare quella cosa che hanno tra le mani, continuiamo a palleggiare la situazione finendo a de-responsabilizzare tutti, non credi?

 Hai ragione quando dici che se tutti noi non ci responsabilizziamo, poi la palla rimane in mano a nessuno, ma credo che la responsabilità sia su coloro che quei ragazzini li vivono tutti i giorni. Anche se è anche vero che ci sono ragazzi che non hanno un parente che li educhi e in un certo senso una parte dell’educazione arriva diretta dai rapper.

Probabilmente il punto è che nessuno sta provando a spiegare a questi ragazzini cos’è il rap.

Vero, bisognerebbe spiegarglielo. Noi gli stiamo dando qualcosa che non conoscono, utilizzando un linguaggio che arriva da lontano e che è già stato decifrato dall’altra parte del mondo, ma che qui ancora non è stato ancora capito. È vero: bisogna spiegare ai ragazzini cos’è il rap. Quello che ci viene raccontato nel rap è romanzato. Leggevo Storie di ordinaria follia di Bukowski in cui c’è una scena in cui un signore stupra una bambina. Quello è il suo linguaggio, è fiction narrativa. Leggendo ho avuto il dubbio che l’avesse davvero compiuto lui quello strupro. Ma non penso che Margherita Vicario, leggendo quel libro, scriverebbe le stesse cose che ha scritto su Emis Killa. Per me la strada raccontata dai rapper in Italia è solo entertainment. Dovremmo prendere le cose per quello che sono: fiction. E smettere di sottovalutare chi ascolta.