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Il tweet più ritwittato del 2019 è un uovo che chiede di essere ritwittato

Quale creatura uscirà da quell’uovo? Nessuna. Non uscirà mai un bel niente, da quell’uovo. Quell’uovo contiene se stesso.

Il tweet più ritwittato del 2019 è l’immagine di un uovo che chiede di essere ritwittato per battere il record dei tweet più ritwittati della storia di Twitter. E gli esseri umani giù a cagare uova nel cyberspazio. L’uovo ha vinto. 957 mila retweet. Siamo disposti a rinnegare l’evoluzione, a rinunciare alle conquiste biologiche, alla placenta e alla dignità, a tornare ovipari come lucertole e scarafaggi, pur di prendere parte alla grande epopea della popolarità. 

Vada pure per il ruolo di comparsa, una di quelle che scoppiano nei film di guerra o che passano sui marciapiedi nelle commedie romantiche, ma fatemi partecipare a questo kolossal. Quando un giorno i libri di storia parleranno del tweet più ritwittato del ventunesimo secolo, parleranno anche di me. Rimarrò anonimo, certo, ma non sono forse rimasti anonimi i primi agricoltori, i cittadini della Rivoluzione francese, i soldati dello sbarco in Normandia, i muratori che costruirono l’antica Roma? Io stesso sono soltanto un mattone di un edificio immenso e glorioso, così alto da sfondare il cielo della fama: il record del tweet più ritwittato di Twitter. Ma senza i singoli mattoni non si costruisce nemmeno un camino, no? Ecco cosa devono aver pensato, a qualche abissale livello di coscienza, le migliaia di utenti che hanno ubbidito al comando dell’uovo. 

Se la gallina è l’entelechia dell’uovo, però l’uovo è l’entelechia dell’Influencer, lo stato in cui la sostanza dell’Influencer è pienamente realizzata. I talenti di cui alcune stelle dei social sono dotate appaiono ormai come degli epifenomeni, dei danni collaterali, degli accessori ingombranti di una forma che non ha ancora raggiunto la sua perfezione: la popolarità per la popolarità. Liscia, ovale, senza irregolarità, senza appigli. Gli influencer sono uova in potenza. Quell’uovo è l’ipostasi della contemporaneità, la metafora della tautologia che ci governa. Quale creatura uscirà da quell’uovo? Nessuna. Non uscirà mai un bel niente, da quell’uovo. Quell’uovo contiene se stesso. Quell’uovo contiene un uovo che contiene un uovo che contiene un uovo che contiene un uovo. È un uovo periodico. Oggi la fama è una matrioska, una bambola che si contiene. Superata una certa soglia di interazioni, cioè di numeri che ne attestino il successo, i nostri like si appiccicano al contenuto o al personaggio come i fiocchi di neve a una valanga. Come resistere a questa foto? È così…famosa! E il pollice scatta per riflesso pavloviano. Non si sogna più di diventare rockstar, astronauti, registi, imperatori della galassia. Si sogna di diventare uova. Ci scervelliamo per capire come innescare questo meccanismo, questa metastasi di approvazione. Perché quell’uovo e non io? La verità è che forse solo i proprietari dei social network hanno la risposta. Il nome del primo motore immobile dell’ovificazione universale è Algoritmo.   

Fino a qualche tempo fa si credeva che la profezia di Andy Warhol, “in futuro ognuno sarà famoso in tutto il mondo per 15 minuti”, si fosse effettivamente avverata grazie alle infinite declinazioni e interpretazioni di un solo, singolo gesto: togliersi le mutande in pubblico. E si immaginava che sotto quelle mutande ci fosse un fallo, una vagina, uno scandalo di peli e di carne. Nel 2019 ci abbassiamo ancora le mutande in piazza, ma sotto c’è solo un altro paio di mutande.

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