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Il South Working può rilanciare il sud Italia?

Secondo le stile, con la pandemia 100mila persone si sono trasferite al sud per lavorare da remoto. Se ne è parlato a Make in South, il festival che si è tenuto nella cornice di Palazzo Bischeri a Catania questa settimana

Uno dei temi di cui più si è discusso in questo ultimo anno e mezzo, complice la pandemia che ha costretto chiunque potesse farlo a lavorare da casa, è il South working – ovvero quel fenomeno per cui persone che prima vivevano e lavoravano nel nord Italia, non dovendo più essere legate alla loro città dalla presenza in ufficio hanno deciso di trasferirsi al sud, attirate dal costo della vita inferiore e da quella che è sempre stata la migliore qualità della regione: l’alta qualità della vita.

Secondo uno studio del Politecnico di Milano, in Italia ci sarebbero circa un milione di persone che, in teoria, potrebbero lavorare perennemente in remoto, da qualsiasi angolo del mondo, e altri cinque milioni hanno un lavoro che gli permetterebbe uno smart working limitato, andando in ufficio solo uno o due giorni alla settimana. Numeri importanti, che confermano come il South working possa essere effettivamente una risorsa per il futuro del lavoro nel nostro Paese e – soprattutto – per rilanciare economicamente il Sud. 

Per ora, il fenomeno è ancora limitato. Stando a un indagine condotta Svimez alla fine del 2020, i South worker veri e propri sono ancora solo circa 100mila – un numero ancora piccolo se si pensa che i lavoratori che hanno fatto il percorso inverso, trasferendosi cioè dal Sud alla ricerca di lavoro nel Nord del Paese, sono circa 2 milioni. Ma la chiave è guardare la tendenza: il grande spostamento Sud-Nord si è avuto nel giro di 15 anni, mentre quello al contrario è iniziato con la pandemia. Sono, insomma, i primi segnali di quello che potrebbe essere un tema per il futuro. 

Le storie di South working hanno tutte alcuni elementi in comune. Primo, riguardano per la maggior parte perse che dal Sud sono emigrate per lavoro e che ora cui stanno tornando. Secondo, le motivazioni che più spingono a intraprendere questo ritorno sono il minore costo della vita e la possibilità di mantenere ritmi meno frenetici. Terzo, sottolineano come il Sud non sia poi un posto così isolato: se bisogna tornare per forza a Nord basta prendere un aereo o un treno ad alta velocità e in poche ora si è di nuovo lì. E in generale, al Sud si lavora meno e meglio, e si è molto più produttivi.

Carlo, un lavoro nel settore servizi per l’editoria, si è trasferito da Bergamo a Ostuni nel 2020, senza incontrare nessuna difficoltà. “Anzi, credo di lavorare ancora di più”, racconta. “Credo che a questo punto non ci siano più dubbi su come in certi settori si possa riorganizzare il lavoro usufruendo dello smart working. Credo inoltre che potrebbero esserci anche più opportunità per i giovani di entrare nel mondo del lavoro nei settori che consentono di lavorare da remoto”. 

Ludovica, 29 anni, viveva a Milano da quasi 10 anni quando è scoppiata l’emergenza Covid, lavorando nel settore della moda. Dopo il lockdown che ha passato a Milano, ha deciso di tornare a Lecce, la sua città. “Dopo aver gettato tutto il processo e capito il perimetro d’azione, lavorare da remoto è stata un’ottima opportunità, e lo sarà soprattutto ora. Solo vorrei che ci fosse un po’ più di separazione tra il momento del lavoro e quello privato”.

Di South working si è parlato anche a Make in South, il festival che si è tenuto nella cornice di Palazzo Bischeri a Catania questa settimana, in concomitanza con l’arrivo nella città siciliana dei tavoli su Lavoro e Istruzione del G20. Make in South è stato il modo di inaugurare Isola, un hub di innovazione, formazione e lavoro che guarda al futuro e che punta proprio sul ritorno al Sud di lavoratori del Nord come uno degli elementi chiave per rilanciare la regione. 

“Questi 100mila lavoratori che, stando alle stime, sono tornati nel Sud del nostro Paese sono la nostra più grande risorsa”, ha spiegato a Rolling Stone Antonio Perdichizzi, director di Opinno Italy, tra i partner del festival. “Hanno esperienza, connessioni internazionali e ci possono aiutare con il loro minaste ad andare molto veloci e recuperare il gap con il resto d’Italia”. 

Si tratta quindi di uno scambio alla pari: il Sud ci guadagna una serie di competenze, esperienze, connessioni difficili da trovare. E i South worker ci guadagnano una qualità della vita migliorata – anche dal semplice fatto che, invece di passare ore in metropolitana avanti e indietro dall’ufficio, possono chiudere la loro giornata lavorativa con un bagno a mare.