Fenomenologia dei gender reveal party, la cafonata che chiunque ha il diritto di fare (o forse no?) | Rolling Stone Italia
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Fenomenologia dei gender reveal party, la cafonata che chiunque ha il diritto di fare (o forse no?)

Gli ultimi ad aver ceduto sono Chiara Nasti e Mattia Zaccagni con la festa all’Olimpico per rivelare il sesso del nascituro: tra polemiche identitarie, incendi e burrate ripiene, breve storia del trend cretino del momento

Cameron French e Johnna Rowe scoprono il sesso del loro bambino attraverso le luci della Capital Wheel a National Harbor

Michael S. Williamson/The Washington Post via Getty Images

Nel caso (fortunato) in cui non sapeste di cosa sto parlando, vi suggerisco di dare una letta veloce alla pagina di Wikipedia dedicata ai gender reveal party, di cui agevolo alcuni passaggi. «Un gender reveal party è una festa organizzata durante la gravidanza per rivelare il sesso del bambino ai futuri genitori, familiari e amici. (…) Il gender reveal party spesso coinvolge stereotipi di genere come l’utilizzo del rosa e del blu per denotare bambine e bambini». E ancora: «La pratica è controversa ed è stata criticata per l’uso di effetti speciali elaborati e pericolosi, che hanno contribuito direttamente a molteplici morti, feriti e incendi boschivi su larga scala, incluso. È è stata inoltre disapprovata per il rafforzamento degli stereotipi di genere e dell’essenzialismo binario di genere».

Come tutti i fenomeni più cretini, pure il gender reveal party è nato negli Stati Uniti – alla fine degli anni 2000 – e se oggi ne stiamo parlando dobbiamo ringraziare Chiara Nasti, influencer nonché compagna dell’attaccante della Lazio Mattia Zaccagni. I due, per rivelare alle persone più care il sesso del figlio in arrivo, hanno preso in affitto nientepopodimeno che l’Olimpico di Roma e pianificato una cerimonia che prevedeva rinfresco a tema, illuminazione dell’impianto, musica e due mascotte con i colori di riferimento, rosa e celeste. Il clou dell’evento ha visto Zaccagni calciare un pallone verso la porta, che – entrando in rete – ha attivato i cannoni con dei coriandoli azzurri: «It’s a boy», urlava il maxischermo. Pensa te se beccava la traversa.

 

 
 
 
 
 
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Partendo dal sacrosanto presupposto che ognuno i soldi se li spende come accidenti vuole, la festa ha azionato immediatamente l’indignazione social(e), al punto che la futura mamma s’è sentita in dovere di replicare alle accuse – chiaramente via Instagram story, ormai meglio di un addetto stampa con tutti i sacri crismi. «Cafonata? Imbarazzante? La verità è che non avete mai visto una cosa simile. Disprezzare perché non potete avere lo stesso vi rende così piccoli che neanche potete immaginare». Il che, detto in altri termini, suona un po’ come «Voi che siete poveri o al limite poco ricchi, vi rode ch’io abbia i picci e la conseguente possibilità di scialacquarli in modi fantasiosi».

«Noi non solo abbiamo vissuto un momento super emozionante e speciale (il più bello della nostra vita) ma siamo stati così originali che probabilmente a certa gente non scende (forse intendeva dire va, nda) giù. Grazie per tutta questa attenzione, sempre. Continuate così», concludeva con uno scivolone vagamente passivo-aggressivo. Da un’intervista pubblicata su Il Messaggero a Eva Presutti apprendo non solo dell’esistenza di Eva Presutti – luxury event & wedding planner, una che «dell’amore ne ha fatto una professione tra matrimoni, bridal propose, baby shower e ha ora messo nelle sue “offerte” da cinque anni oramai anche i gender reveal party» –, ma anche che Nasti e Zaccagni non sono certo i primi. Da Paola Turani, passando per Zoe Cristofoli e Theo Hernandez, Mariano Di Vaio ed Eleonora Brunacci, una generazione stregata dalle feste di rivelazione del sesso del nascituro.

Potrei aprire una parentesi sul fatto che non siamo di fronte a fini esegeti del nostro tempo ma mi tratterrò, ché credo la parentesi si sia spalancata da sé; ciò che ritengo assai più interessante, invece, è l’origine di questa cosa a metà tra l’ennesimo trend inutile e la più assurda delle assurdità. Correva l’anno 2008, e l’allora blogger e giornalista Jenna Karvunidis, reduce da diversi aborti spontanei, decide di annunciare il sesso del feto che portava in grembo attraverso una torta, e di raccontare l’idea – corredata da foto d’ordinanza – sul suo blog su ChicagoNow, High Gloss and Sauce. Inconsapevolmente, Karvunidis dà il via a una moda, al punto che un articolo pubblicato nel 2019 su HuffPost cerca di indagarne la popolarità.

«Con i progressi della medicina negli ultimi anni, i genitori possono scoprire il sesso del loro bambino all’inizio della gravidanza e con maggiore precisione rispetto al passato. Non è un segreto che le persone amino l’opportunità di organizzare una festa a tema. E in un momento in cui il mondo sembra pieno di brutte notizie, i gender reveal party possono essere occasioni per condividere momenti di gioia». Per molti, il gender reveal rappresenta la fine di una battaglia contro l’infertilità, e piattaforme come Facebook, Instagram, Pinterest e YouTube non fanno che amplificare quello che pare un rito collettivo.

«Il gender reveal party non è che un esempio della tendenza crescente nel rendere pubblici gli eventi privati della genitorialità», scrive Carly Gieseler, docente alla City University di New York in un documento accademico (!) sul fenomeno. «Probabilmente, la tendenza del gender reveal nasconde bisogni più profondi di una scusa per organizzare una festa. Questa esigenza può essere correlata alla nostra maggiore capacità di condivisione, al nostro consumismo competitivo o alla nostra spinta ad articolare in modo permanente momenti così insondabili o temporali». Fatto sta che le feste diventano sempre più pazze e pericolose: l’incidente passato alla storia è quello avvenuto nel settembre 2020 in California, quando un dispositivo pirotecnico ha appiccato l’incendio di El Dorado, distruggendo case, provocando evacuazioni, bruciando migliaia di acri di terra e provocando la morte di un vigile del fuoco.

Karvunidis, ossia la madre putativa dei gender reveal party, quello stesso anno fa marcia indietro rammaricandosi per aver contribuito ad avviare la tendenza. Da un lato è spaventata dalla follia dilagante, dall’altro confida che la figlia che aveva annunciato nel 2008 è un individuo di genere non conforme, che pur identificandosi come femmina, indossa abiti maschili (cosa che tra l’altro amo fare anch’io, e qui sono andata in crisi: sono forse non conforme? Ma in che senso? Come? Dove? Perché?).

La distinzione tra sesso e genere è d’altronde alla base di molte critiche ai gender reveal party: il termine “rivelazione di genere” è infatti considerato improprio da coloro che riconoscono la distinzione tra il genere (un costrutto sociale non determinato in modo definitivo da caratteristiche biologiche), e l’identità di genere, impossibile da stabilire clinicamente. Pertanto, per uscire dall’impasse sarebbe opportuno chiamarli sex reveal party, o magari nemmeno, poiché così escluderemmo i bambini intersessuali, che rappresentano l’1% su circa cinquemila nascite. Ultimo, ma non meno importante, uno studio uscito su Pediatrics, pubblicazione dell’American Academy of Pediatrics, afferma che i gender reveal rafforzano l’essenzialismo di genere, precludendo e riducendo al minimo l’identificazione transgender, nonché causando problemi a livello mentale ed emotivo. Morale, non se ne esce.

Giunti fin qui, la festa all’Olimpico di Nasti e Zaccagni sembra insomma un’innocua cafonata da mettere sullo stesso piano dei baby shower e dei prediciottesimi: robe che io non farei mai manco sotto tortura, ma che se uno vuole fare saranno poi anche cazzi suoi. Come sempre in questi casi abbiamo un vincitore: Fabio Vassallo che su Twitter scrive «Ho visto un video di gender reveal fatto con la burrata e dico solo ‘Viva Elisabetta Franchi’». Il video in questione esiste davvero, ed è opera di Pietro Spina, «casaro Pugliese (a cui nessuno ha spiegato l’uso della minuscola per gli aggettivi etnici, nda) che si diverte a creare burrate particolari». Mentre lo guardavo, tra l’estasiato e lo schifato, mi sono ricordata che nemmeno i miei genitori vollero sapere il mio sesso fino alla nascita: pensa se avessero ceduto alla tentazione e avessero commissionato a Tamburini dei tortellini con ripieno rosa, pensa che pericolo enorme che ho corso.