Cronache dal Papeete Beach, regno del Paese reale dove il tempo sembra essersi fermato | Rolling Stone Italia
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Cronache dal Papeete Beach, regno del Paese reale dove il tempo sembra essersi fermato

Ovvero: un tempo di tamarraggine senza vergogna che se ne frega delle politiche identitarie. Un tempo di culi al vento, tatuaggi cafoni, mani alzate al cielo e divertimento spensierato. Un tempo in cui, forse, la sinistra è già stata sconfitta a mani basse

Foto: Marianna Tognini

Al Papeete Beach di Milano Marittima hanno messo la security. Leggi: se la tua voglia di un cocktail non conosce limiti, o ti spari una coda capace di uccidere la voglia di vivere all’unico bar aperto, oppure fai il furbastro e ordini uno spritz Campari al bagno di fianco. Attenzione però, perché se l’omarello ti becca ad attraversare il confine munito di bicchierone di plastica pieno, ti nega l’ingresso. «Vorrà dire che ce lo beviamo alla goccia», affermano gaudenti un paio di ragazzi a cui sottoponiamo l’incognita del giorno. Quattro salti al Papeete valgono bene una sbronza, ancor di più se questa si concretizza alle sei del pomeriggio, col ciocco del sole che pesa ancora sulla testa, la sabbia appiccicata addosso e circondati da una densità umana pari solo a quella di Manila.

Noi optiamo per lo sgamo, ossia circumnavigare la spiaggia e arrivare nel regno della famiglia Casanova – nonché di Matteo Salvini – dal bagnasciuga; nessuno può d’altronde stabilire se il nostro drink sia stato fatto al Flamingo Beach: non solleviamo sospetti, quindi tre, due, uno… su le mani! Breve parentesi biografica: io il Papeete Beach l’ho visto nascere – che epitaffio, vedendolo scritto ora: «Era sopravvissuta a Bologna negli anni Novanta, aveva visto nascere il Papeete Beach». Avevo vent’anni (anzi, diciannove), correva l’anno 2000 ed era la prima estate a gestione Massimo Casanova, che aveva acquistato la licenza dello stabilimento dall’ex proprietario, l’imprenditore Massimo Natali. Lì avrei incontrato colui che m’avrebbe maciullato il cuore, lì avrei trascorso una delle estati più belle di sempre, lì avrei conosciuto alcune tra le mie più care amiche.

Il Papeete Beach, in un certo senso, è come dicono sia l’eroina: la prima volta indimenticabile, il resto solo pallide repliche dell’irripetibile esperienza iniziale. Non rinnego nulla di quegli anni felici in cui avevo la fortuna di dormire dieci, dodici ore filate sia che andassi a letto a mezzanotte, sia che posassi la testa sul cuscino alle sei del mattino. Nella mia personale epica, finì negli annali quella volta che ci vedemmo tutte al Papeete poco dopo le cinque del pomeriggio, e – appena sveglie – ordinammo degli americani: ci vennero portati i cocktail anziché i caffè (dagli torto) e noi li bevemmo senza fare una piega, inaugurando un nuovo modo di consumare la colazione.

Ciò che oggi è normalità all’epoca veniva considerato pura fantascienza: una spiaggia dove, dalle sei del pomeriggio, si suonavano le hit del momento – Lady (Hear Me Tonight), Groovejet, Vamos a bailar, Corazón espinado, Sex Bomb, Un giorno migliore – e si poteva ballare su una pedana verde di fronte al bar. Eravamo una compagnia di circa venti persone se non di più («Le ragazze del Papeete», ci chiamavano) e la sera le porte di qualsiasi discoteca si spalancavano per noi: dal Pineta alla Villa delle Rose, dal Byblos alle Indie, dallo Shaky Makaky al Fragole Amare, bastava presentarsi all’ingresso e ripetere le parole magiche («Tavolo Papeete» o «Tavolo Casanova») per poi osservare dall’alto i comuni mortali mentre sbocciavamo champagne o trangugiavamo generosi coca e rum pagati chissà da chi.

Il primo anno funse da rodaggio: già l’estate successiva la pedana verde era scomparsa, rimpiazzata da una consolle di tutto rispetto che guardava il mare. Davanti, una marea – no pun intended – di lettini progettati ad hoc, sui quali si poteva saltare squarciagolando «Su di noi nemmeno una nuvola, su di noi l’amore è una favola» senza temere di romperli miseramente. Tutto era cambiato, il concetto si era evoluto e aveva attirato un pubblico nuovo per Milano Marittima, che fino all’avvento del 2000 si era mantenuta un gradino sopra, a livello di snobismo delle frequentazioni, rispetto alla vicina Riccione. Il Papeete Beach ormai si era posizionato come la spiaggia più divertente e rumorosa d’Italia, un vero e proprio place to be in cui beccavi i Lùnapop e il loro entourage, Francesco Coco, Bobo Vieri, Luca Toni, Matteo Cambi, tronisti, starlette, modelli e modelle di vario calibro.

Foto: Marianna Tognini

Non esistevano ancora i social, non esisteva ancora Instagram, bastavano le copertine di Chi, Novella 2000, Eva 3000 e compagnia cantante. La voce si sparse in fretta, e la rinomata tranquillità del paesino tra il mare e la pineta venne turbata dalla comparsa all’orizzonte di una nuova specie pronta a prendersi tutto quello che riteneva suo: i tamarri. Un po’ come gli Unni di Attila, i tamarri invasero le pensioni, gli hotel, i ristoranti, le piadinerie, i bar del centro, che vennero prontamente transennati. I tamarri non conoscevano nessuna legge all’infuori dell’happy hour danzereccio al Papeete, che iniziava alle 18 e andava avanti almeno fino alle 21; giravano in canottiera o, peggio, a petto nudo; riempivano il Pineta o Villapapeete, la versione notturna (una villa a Savio riconvertita a discoteca) che prolungava l’esperienza dell’aperitivo fino a notte inoltrata.

Il Papeete Beach, insomma, s’era trasformato in un business a trecentosessanta gradi comprensivo di merchandising e compilation, un business in grado di dare una sferzata incredibile al turismo di Milano Marittima e Cervia, nonché di plasmare una mitologia intorno a professioni come il vocalist, colui che campa inventandosi coretti da stadio – «Milano non vi sento, su le maniii» – e agitando le masse veneranti. Noi, dal canto nostro, non eravamo più «le ragazze del Papeete», spodestate brutalmente da veline ed escort d’alto bordo: ne prendemmo coscienza in maniera graduale, anno dopo anno, consapevoli d’aver fatto il nostro tempo, lasciando libero il campo alle stangone dalle gambe chilometriche e dagli zigomi rimpolpati. I gestori dei bagni limitrofi furono costretti a levarsi le fette di prosciutto dagli occhi e, nonostante si lamentassero puntualmente del casino, dovettero ammettere che era in corso una rivoluzione: stava a loro adeguarsi in qualche modo per soddisfare la domanda venutasi a creare, pena il rischio di non sopravvivere. That’s evoluzionismo, baby, e meno male che i romagnoli sanno bene come affrontare le sfide, altrimenti non avrebbero tramutato il tratto di costa più brutto d’Italia in meta vacanziera d’elezione.

Ogni rivoluzione che si rispetti ha il suo fautore, e nel caso del Papeete Beach è appunto Massimo Casanova, classe 1970, proprietario di quello che oggi è una sottospecie di impero – pian piano, ma nemmeno troppo, il divertificio s’è allargato inglobando alcuni stabilimenti confinanti – e dal 26 maggio 2019 eurodeputato della Lega nella circoscrizione elettorale Italia Meridionale. La cosa ha del curioso: nella regione più rossa della penisola, la stessa estate irrompe la politica più destrorsa e zotica grazie a (o a causa di) Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’Interno e leader della Lega, che scelse il Papeete come luogo non solo di villeggiatura, ma anche come palco dei suoi proclami. Ci sarebbe molto da scrivere su un Ministro che fa proselitismo in spiaggia, fatto sta che durante la sua permanenza – tra conferenze stampa e comizi dalla postazione del deejay – si svolgono le fasi più concitate della crisi di governo, che portò all’uscita della Lega dalla coalizione di maggioranza, alla caduta del primo governo Conte e alla nascita del secondo governo Conte.

Visto così, il fatto di mischiare politica e bikini non sembra aver dato i suoi frutti né all’uno (Salvini) né all’altro (Casanova), che dal canto suo vanta «tre stabilimenti balneari, due alberghi, una discoteca, 450 dipendenti» e che nel 2020 tuonava dalle pagine di Repubblica:«Nelle ultime ore centinaia di albergatori e gestori di stabilimenti mi hanno contattato, vogliono protestare a Roma. E ci andremo. Siamo incazzati neri». Nessuno ha marciato su Roma e men che meno occupato il Parlamento, ma tornare dopo più di dieci anni in quella spiaggia in occasione dell’inaugurazione della stagione 2022 conserva comunque il sapore amaro di una sconfitta che, prima o poi, è destinata ad avvenire e a bruciare come l’acqua di mare su una ferita aperta.

Foto: Marianna Tognini

Dalla Sicilia a Milano, passando per Napoli, Firenze, Bologna, Modena, la pancia del Paese reale era tutta lì: un tripudio di culi, tra brasiliane, tanga e fili interdentali sfoggiati indipendentemente dalla forma o misura del didietro; tatuaggi enormi e cafoni esibiti come un vanto; boxer arrotolati (uomini, in separata sede vorrei mi venisse spiegato il motivo) e slippini aderenti per esibire pacchi prepotenti; camperos e sandali allacciati fino alla coscia; sudore; tette; labbra; muscoli; beveroni; «Sei in forma?», domanda lo sprovveduto, «Be’, non si vede?», replica la tigre del ribaltabile poggiando la gamba in avanti. L’unica diversità che ci si può permettere è tricologica – «Evviva le bionde! Ma anche le more! E le rosse!» –, la divisione del mondo è ancora tra uomini e donne fermamente eterosessuali, tra ricchi e poco ricchi. Il Rolex al polso e le Golden Goose ai piedi, la shopper di Dior personalizzata o la Louis Vuitton, il costume di Pin-Up Stars o di Tezuk, i sandali di K. Jacques contrapposti al pataccone farlocco, alle Drudd, al borsone monogram di Elisabetta Franchi, al due pezzi di Calzedonia, all’infradito Gioseppo.

Ci sono le hit del momento – Blanco, Sfera Ebbasta, Rkomi, Ana Mena (all’appello manca Ghali, sarà un caso?) – sapientemente mixate ai successi del passato – Freed from Desire, pure una Bohemian Rhapsody buttata lì un po’ a caso tra la commozione generale – perché il pubblico è economicamente e anagraficamente trasversale. Il minimo comune denominatore resta lo smartphone da mille e rotti euro con cui immortalare le prodezze odierne, il che ha un sentore bizzarro: pare di essere rimasti ai primi anni Duemila ma con la tecnologia attuale, d’aver imboccato una specie di tornello di Tenet che ha riportato indietro il tempo e le coscienze, mantenendo però internet, i social e il telefonino. La mia amica e io lo prendiamo come un esperimento tra il sociale e l’antropologico, e per i primi quindici, venti minuti, quasi ci divertiamo – fino a renderci conto che quel divertimento è figlio dello sfottò e lascia un senso sfuggente di tristezza e inquietudine. M’ero illusa che il Papeete Beach sarebbe stato la mia personale madeleine, e invece è stato la conferma di un fallimento morale, culturale e politico.

Mi sono accartocciata su me stessa così come s’è accartocciata su sé stessa la sinistra, siamo diventate entrambe autoreferenziali, ci rivolgiamo esclusivamente alla nostra bolla e pretendiamo di attirare consensi parlando un linguaggio respingente, elitario, perdendoci spesso in seghe mentali che la massa – il Paese reale – non sa manco cosa siano. È troppo tardi per recuperare? Forse, ahimè, sì, a meno di non prendere esempio proprio da Salvini: andare in posti come il Papeete Beach non per fare proselitismo, bensì per osservare l’uditorio e (magari) aggiustare il tiro. L’hanno capito a Milano Marittima quindici anni fa, non mi capacito del perché non possa capirlo una classe politica. E ora: su le maniii!

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