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Costruire tavole da surf in un mondo maschilista: la storia di Rachel Lord

È scappata dai soldi sporchi dell’arte e s’è rifugiata nello sport. Ha imparato a modellare le tavole da sola, vincendo i pregiudizi. Pensa che Malibu sia un’onda perfetta che accomuna tutti, dai trumpisti ai senzatetto

Rachel Lord

Foto: Rand Sevilla

Un tempo solo gli sfigati compravano tavole da surf a produzione industriale nei negozi. Tutti gli altri andavano da un artigiano, il cosiddetto shaper, che avrebbe costruito una tavola su misura, proprio come il sarto confeziona l’abito perfetto per il suo cliente. Oggi invece pure il supermercato si è messo a vendere la fast fashion delle tavole dalla superficie soffice per principiante (soft top) di cui è invaso l’oceano. È vero, come sosterrebbero le statistiche di vendita, che lo shaper è una figura destinata a scomparire?

Non a Malibu e dintorni, dove Rachel Lord, 33 anni, americana, può ridisegnare con i propri termini un mestiere in via di estinzione e dominato dagli uomini. La sua storia ispira anche per la determinazione che l’ha portata nel giro di pochi anni a essere tra le migliori surfiste di Malibu e tra le più promettenti shaper californiane. Parlare con lei è stato inoltre illuminante per capire l’inaspettato effetto-Covid sulla comunità dei surfisti di tutto il mondo, i cosiddetti credenti della “chiesa del cielo aperto”. Pare infatti che il virus abbia generato una forte impennata nelle richieste di tavole su misura. «C’è stato un netto cambiamento nel consumatore: è divenuto più coscienzioso», sostiene Rachel Lord che come altri shaper è stata costretta a mettere i clienti in lista di attesa, lanciandosi in una carriera a tempo pieno. «La gente sta chiusa in casa e vede cambiata la percezione del tempo: è più paziente e disposta ad aspettare per avere un prodotto migliore». Se questo disastroso 2020 è stato per molti il momento della resa dei conti su cosa è veramente importante nella vita, cosa ci fa alzare ogni mattina dal letto, per la comunità di surfisti la risposta non è mai stata più facile.

Foto: Matt Kolodziejczyk

«Costruire tavole ha significato per me rinascere come artista», sostiene Lord, nata a Washington e cittadina di Detroit, New York, Miami e Los Angeles, prima di approdare a Ventura un paio d’anni fa. Quando mette alla prova i suoi prototipi sull’onda perfetta di Malibu non puoi fare a meno di notarla, vuoi perché è l’unica in acqua a indossare con una certa classe un gonnellino arancione fluorescente, vuoi perché cammina sulla tavola con grazia e carisma non indifferenti. «Gli anni passati ad Aspen, Colorado, a fare gare di sci, mi hanno preparato all’oceano: lì ho imparato a tracciare linee e generare velocità. E quella tutina attillata che indossavo in fin dei conti non è così differente da una muta acquatica», dice l’artista, seduta nell’ampio retro della sua surfmobile nel parcheggio di Malibu. Lanciarsi nel surf e nel mestiere dello shaping è stata per lei una via d’uscita inconscia dal mondo dell’arte. «È una forma d’artigianato molto cerebrale perché ti impegni a costruire qualcosa che porta gioia nella vita della gente, e a differenza del mondo dell’arte la maggior parte dei soldi che circolano nell’industria del surf non proviene dalla criminalità. Non hai come clienti gente che fabbrica bombe lacrimogene; in questo settore, anche l’investitore più orientato al business è amante dello sport».

Ma da dove si inizia? «Per prima cosa serve il posto giusto, uno studio con determinate caratteristiche di luci e geometrie», risponde Lord, che ha imparato a scolpire le sue tavole anche ad occhi chiusi per non affidarsi troppo ai limiti imposti dalla vista. Secondo lei il polistirolo di cui sono composte le tavole (prima di applicarci i vari strati di resina) è il materiale da sogno per ogni scultore. «Puoi modellarlo in ogni direzione, è super leggero, ma anche tossico e dannoso per l’ambiente, per questo è importante creare qualcosa che abbia un certo valore, anche estetico». Secondo Lord se una tavola fa schifo a vedersi, sarà pessima anche la sua performance nell’acqua. Di certo non tutti gli shaper spendono le ore che impiega lei per la fase della decorazione, ma è anche questo che rende le sue tavole speciali, oltre allo studio scientifico e meticoloso della forma da ottenere al fine di ricavarne la migliore prestazione. Di recente si è dedicata anche alla costruzione delle pinne: «Mi divertono un mondo, sono come dei dipinti rimovibili, ogni volta che ne cambi una, è come se cambiassi del tutto tavola». Per ispirarsi osserva gli animali, la forma del loro corpo e il modo in cui usano gli arti, in fin dei conti la pinna oggi più utilizzata nelle longboard è quella a forma di delfino. Per sostenere i suoi standard di estetica riesce a produrre una tavola a settimana, che vende al prezzo di 1200 dollari ciascuna.

Foto: Chiara Meattelli

Ma perché se conosco 100 nomi di uomini shaper, lei è l’unica donna a venire in mente? «Quanti artisti contemporanei donna conosci? Quanti compositori di musica classica donna conosci? Il sessismo non è un problema limitato al surf eppure non sono l’unica, ci sono donne che stanno facendo e hanno fatto la differenza, come Cher Pendarvis», dice della pioniera delle tavole a coda di rondine. Lord ci spiega che ogni volta che ha provato a inserirsi nel mestiere per le vie tradizionali, ovvero facendo gavetta affiancandosi a uno shaper di un avviato negozio di surf, il suo essere donna l’ha svantaggiata. «Sceglievano sempre un ragazzo, anche se con meno esperienza di me». Dunque ha imparato da sola attingendo dal suo background di scultrice e a forza di video su YouTube, guadagnando credibilità con il prodotto finito. «Non mi prendevano seriamente. Quando ero alla ricerca di uno studio dove lavorare, tutti gli uomini a cui chiedevo aiuto, che avessero 25 o 60 anni, pensavano ci stessi provando».

Ora riceve richieste anche da Chris Taloa, l’attore-surfista che riconosci a Malibu perché sfreccia come un pazzo stando in piedi su una minuscola bodyboard. «Quasi mi vergogno a dire di avere iniziato a fare surf poco più di 4 anni fa», rivela l’americana. Ma nulla fa specchio alla vita come quello che succede fra le onde e grazie a storie come la sua si capisce la misura dell’ostinazione umana. «Ci vuole sforzo, determinazione e parecchio imbarazzo per imparare uno sport così complicato in età adulta». C’è infatti chi lo pratica da una vita senza arrivare a metà dei suoi risultati. Cos’è Malibu per lei? «La mia idea di utopia anarchica e funzionale con un interesse comune che non fa affidamento su falsi profeti, ma su qualcosa di autentico come l’oceano. Quest’onda perfetta ha messo insieme un gruppo molto eterogeneo di persone, tutti a loro modo un po’ strambi: trumpisti, senzatetto, hipster teenager, attori e finanzieri. Malibu è la lezione perfetta su come si possa convivere tutti insieme».

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