BeReal: può un nuovo social promettere di “farci stare bene”? | Rolling Stone Italia
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BeReal: può un nuovo social promettere di “farci stare bene”?

Il nuovo social “senza filtri” si basa sulla condivisione di foto con un unico imperativo: l’autenticità. Le premesse sono buone, ma rimane un dubbio: continuando a confrontarci con la realtà degli altri, non siamo forse destinati a sentirci sempre più soli?

Lily Collins in 'Emily in Paris'

Foto: Netflix

Avete presente, su Instagram, quei filtri che fanno il nasino alla francese e le labbra da Angelina Jolie? Oppure l’occhio truccato e il viso senza brufoli? Per non parlare di quelli che ci rendono tanto perfetti da renderci però anche tutti uguali? Vi sarà capitato almeno una volta di sbottare con un «Ma com’è possibile! Tizio e Tizia non sono affatto così!». Bene, ora che avete davanti agli occhi le suddette immagini e i suddetti filtri, fate una bella cosa: scordateveli. Perché su BeReal – il nuovo social non a caso definito l’anti-Instagram – la parola d’ordine è solo una: autenticità. Oltretutto, alzando pure l’asticella sull’obiettivo finale, che non è più quello di renderci influencer, ricchi, chiacchierati; bensì, di farci stare bene con noi stessi e con le nostre vite. Chiedendoci in cambio di dimenticarci persino che esistano, quei filtri là. Ma andiamo con calma, ché il funzionamento di BeReal è più facile a farsi che a dirsi, e mi sono decisa a provarlo con mano.

In sostanza, la dinamica è la seguente: dopo aver scaricato l’app, mi sono registrata e ho accettato che la app mi mandasse le consuete notifiche. E fin qui, nulla di nuovo rispetto agli altri social. Quello che è nuovo (e che mi ha pure spiazzata) è che a quel punto sono subito entrata in gioco-social: senza alcun preavviso, mi si è aperta una schermata su ciò che inquadrava la fotocamera posteriore del cellulare, mentre un timer era già partito in un conto alla rovescia piuttosto ansiogeno. Avevo infatti solo due minuti per scattare una foto del contesto in cui ero e, subito dopo, una foto della mia faccia. Ma attenzione: che non si parli di “selfie”. O, almeno, non come siamo abituati a intenderlo. Non appena ho dato il via al primo scatto di quanto mi stava di fronte, BeReal si è preso la libertà di inquadrarmi tramite la fotocamera anteriore, senza darmi la possibilità di vedere sul momento come venivo, né tantomeno di scattare quando volevo io.

«3, 2, 1… say cheeeese»: e così fu il risultato finale. Ovvero: una foto grande del mio studio e, in alto a sinistra, una più piccola di un abbozzo di viso umano in movimento, con la possibilità di invertire l’ordine di grandezza delle due, schiacciando sopra la più piccola (aka: la macchia rosa). Insomma, una vera schifezza, ma per fortuna la doppia-foto si può rifare tutte le volte che si vuole. Peccato che il timer intanto va avanti e, se si supera il tempo, BeReal tiene conto di quante volte si è riscattata la foto, rendendolo noto ai nostri amici. Della serie: come essere più infame del compagno di classe che faceva intendere che avevo copiato un pezzo di versione di greco.

D’altronde, ciò che nel 2020 ha mosso Alexis Barreyat e Kévin Perreau – e tutto l’entourage francese – a fondare BeReal è stata proprio l’idea di creare un social che premiasse l’autenticità, la vita stessa, il momento. In altri termini: tutto quello che Barreyat non aveva trovato nel mondo patinato degli influencer quando, in quel periodo, ne era venuto a contatto in qualità di produttore di video per GoPro – il noto brand di videocamere indossabili –, amareggiandolo al punto da prendere la decisione di creare un nuovo social: BeReal, per l’appunto. Dove i sopracitati tentativi di selfie fuori tempo massimo vengono messi alla gogna pubblica nell’echeggiare dello slogan che recita: «BeReal è vita, vita reale, e questa vita è senza filtri» (leggi anche: senza troppi selfie). E dove non ci si può stupire del fatto che non sia possibile caricare foto già presenti nel rullino del cellulare e, per l’appunto, utilizzare filtri di qualsiasi sorta. Sono colpevole, lo confesso: quando ho visto il mio selfie ho pensato che sarebbe stato bello avere uno di quei filtri. Perché se il naso alla francese non mi interessa, sono comunque la prima vittima dei diabolici artifici che ti fanno l’occhio truccato senza il minimo sbattimento. Però non disperate, la nota positiva c’è: gli altri non possono vedere quanti brufoli avete se non hanno mostrato anche loro le proprie occhiaie. In altri termini: se si vogliono vedere i post degli altri, su BeReal bisogna condividerne almeno uno proprio. E addio puro voyeurismo.

O forse no? Già, perché scorrendo la sezione Discovery con i post pubblici di gente in tutto il mondo, mi sono sentita più guardona che mai. Complice forse questa dimensione real che porta a scattare foto ovunque e in qualsiasi momento della giornata, solo rispondendo alla notifica della app che ti chiama all’azione. Così sono finita in non so quante camere da letto, scoprendo che le luci al neon colorate vanno forte negli Stati Uniti, che esistono sul serio degli adulti che dormono ancora coi peluche, e che c’è chi vive più in disordine di me. Ho sbirciato poi sui laptop di alcuni ragazzini e negli armadi lasciati aperti da altre ragazzine; ho condiviso le risate di un gruppo di amiche e il brindisi di altri amici. Insomma, mi sono immersa nella vita degli altri, lasciando qualche real emoji – una classica emoji, ma con allegato un nostro selfie a riprodurla – giusto per sentirmi meno in colpa e divertirmi un po’. Tanto che, dopo una serie di selfie buffi (non solo miei) e di squarci di “vita così reale”, alla fine della mia prima esperienza sul social ho pensato che era vero: BeReal fa stare bene.

Ciononostante, quel pensiero è durato poco. Mi è bastato far passare qualche giorno e l’ennesima foto di un gruppo di amici che si divertono (è evidente) in un qualunque posto nel mondo per farmi sorgere un dubbio: non è che chi è già solo lo si sentirà ancora di più di fronte alla realtà degli altri? E soprattutto, qual è la promessa finale? Farci stare bene, sì, ma perché riusciamo a vedere i brufoli e la cellulite di quell’altra, nella testimonianza finale che siamo tutti imperfetti e, per di più, non così fotogenici? Potrebbe essere, ma per qualcuno non sarebbe comunque quello, il punto. Se magari per il giovane John Doe il problema sta tutto negli addominali di Mariano Di Vaio su Instagram, per sua sorella Jane, forse, nulla è peggio di rispondere alla chiamata di BeReal e confrontare sé stessa, sola e tristanzuola, nella sua cameretta, con la realtà delle proprie coetanee sempre a spasso con gli amici e felici all’aria aperta.

«Seconda stella a destra, questo è il cammino», cantava Bennato. Ma per chi ha gli occhi sul cellulare, quali sono le indicazioni per raggiungere quell’isola (social) felice per tutti? Da qualunque parte la si voglia guardare, la promessa di BeReal di farci stare bene, per quanto lodevole, non potrà mai essere mantenuta. Né da BeReal, né da nessun altro (futuro o presente) social. Perché l’idea di un social che fa stare bene tutti è utopia pura, e lo è nella misura in cui è, esso stesso, l’ennesimo meccanismo di invidia sociale, dove l’appagamento di John nel veder venir meno quei filtri che ci fanno tanto belli va di pari passo con la frustrazione di Jane nel constatare quanto sia più entusiasmante la realtà di un altro. Sarà che nessuno di noi sarà mai del tutto soddisfatto dalle proprie esperienze social?

Forse la risposta migliore la dà Charles Bukowski, che, ironia della sorte, è anche lo scrittore più citato nelle famose “foto di culo” sui social. Sotto c’è sempre scritto qualcosa come: «L’uomo è vittima di un ambiente che non tiene conto della sua anima». E scusate se alla fine è ben più facile far fede a questo, che perdersi alla ricerca di un’isola che no, davvero non c’è.