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A Malibu c’è un ‘pellicano’ che insegna surf ai bambini autistici

Life on Mali è la rubrica estiva di Rolling Stone dedicata ai personaggi di Malibu. Non alle celebrità, ma a chi preserva lo spirito del luogo. Come Jean Pierre Pereat, che usa l’oceano come medicina naturale

Foto: Jean Pierre Provo

Malibu non è quello che la gente pensa. Va bene, è anche quello: un viavai di Ferrari e Lamborghini, attori di Hollywood e musicisti strafamosi che mangiano indisturbati nei café del Village, case sulle spiaggia da milioni di dollari. Ma c’è dell’altro. L’energia trasmessa da quest’area che si estende per una quarantina di chilometri lungo la Pacific Coast Highway, (la cosiddetta 1), è impossibile da descrivere a parole. È mistica come i cimiteri indiani che cela nel sottosuolo, potente come la natura che la governa. Malibu è la comunità di gente che ci vive tutti i giorni preservandone l’autenticità, sono gli hippie che coltivano cannabis sulle montagne di Santa Monica e i senzatetto che vivono dentro furgoni per una semplice scelta di vita o dopo avere perso la casa con un incendio. Malibu è la sua comunità di surfisti; Surfrider Beach, il point break più ambito di tutti: l’onda perfetta che dura per goduriosi, interminabili attimi. Per sette settimane, racconterò le storia di alcuni dei personaggi che rendono ancora più speciale questo luogo.

L’espressione di gioia stampata sul volto dei bambini che cavalcano un’onda in tandem con Jean Pierre Pereat, è abbastanza per farti scoppiare il cuore. «L’oceano è il parco giochi che ci rende tutti uguali; lì vado a curare me stesso prima ancora dei miei clienti» dice l’atleta losangelino che da più di 20 anni pratica la terapia del surf in aiuto di bambini autistici o con disturbi di vario genere. «La parola autismo compie una curva simile a quella di un arcobaleno: da un estremo all’altro esistono vari livelli di funzionalità, ma tutte le persone affette sono molto intelligenti. Io li chiamo i bambini dotati perché sono sempre felici e sanno vivere nel presente». Ci spiega che un bambino con cui ha lavorato per 5 anni e che per tutto questo tempo non ha mai proferito parola, un giorno d’inverno dopo una sessione nell’acqua gelida, l’ha guardato negli occhi e ha improvvisamente esclamato: happy. «Una parola sola può significare più di mille altre» commenta Pereat, detto Peli, il pellicano di Malibu, che ha conosciuto il surf da bambino grazie a un’amica della madre, una campionessa di tandem surfing nel 1969 insieme a Richard August (protagonista del cult movie The Endless Summer).

Con il papà che se ne è andato di casa quand’era ancora ragazzino, Jean Pierre era alla ricerca di una figura di riferimento quando ha incontrato per la prima volta l’oceano. «Non posso dire che mi abbia fatto da padre, ma lì ho senz’altro trovato una famiglia». Se il surf è il suo stile di vita da oltre 40 anni, da 21 è coinvolto con l’aspetto terapeutico dello sport. A inspirargli l’idea è stato il nipote affetto da autismo: «Non volevo rimanesse escluso da quello che potevano fare gli altri ragazzini e così l’ho portato dove la società non riesce a incollarti etichette; nell’acqua sei te stesso al 100%». È stato allora che zio e nipote sono riusciti a comunicare per la prima volta su un piano differente. «Fuori dall’oceano era William il bambino autistico ma quando abbiamo iniziato a surfare, era solo William» dice Pereat, aggiungendo che la terapia del surf insegna a diventare più forti e ad avere fiducia in se stessi.

Foto: Jean Pierre Provo

Insieme a Tim Hazelip (lo riconosci tra le onde perché assomiglia a un Brad Pitt con i capelli da rastafarian), Jean Pierre forma The Mighty Underdogs (in principio Malibu Underdogs), un’organizzazione no profit finanziata da donazioni. Oggi sia Tim che Jean Pierre collaborano per una moltitudine di fondazioni simili, come A Walk on Water, organizzando eventi sempre più popolari dalla California al Messico che includono anche adulti bisognosi di aiuto. Nel costante tentativo di migliorare l’efficacia dei suoi metodi, da poco Pereat ha conseguito alla UCLA di Los Angeles anche il titolo di consigliere per chi soffre di dipendenze da droghe e alcolismo. E devo ammettere di non avere mai conosciuto così tanti giovani iscritti a gruppi di alcolisti anonimi come in questo Paese. «spesso sono teenager», conferma Jean Pierre. «Ora sto studiando anche per diventare un consigliere per chi ha subito lutti: vengono da me per discutere dei dolori che gli pesano sul cuore: entriamo nell’oceano, ne parliamo e lì scarichiamo tutto».

Con la terapia del surf aiutano dunque anche i ragazzi nei centri di riabilitazione per via di traumi, tendenze suicide, dipendenze da sostanze, disturbi da stress post traumatico e altro. La cosa interessante è che l’oceano è in grado di curare ogni tipologia di disturbo, come sostiene Pereat: «Lì puoi connettere con il posto da dove provieni che è l’utero materno; dopotutto la vita inizia nell’acqua. Non c’è nulla in questo pianeta in grado di avvolgerti come l’oceano. Che tu sia muto, paralizzato o cieco, quando esci dall’acqua ti senti addosso la sensazione di essere stato in qualche modo amato». Antidoto alle dosi massicce di psicofarmaci prescritti dai medici come fossero Zigulì nonostante creino dipendenza, la terapia del surf diventa geniale anche perché altera la chimica della mente in maniera naturale. «Quando entri nella sala del dottore ti fanno esami e domande mentre l’oceano agisce in maniera diversa: prima ti mette paura e poi ti costringe ad affrontare i problemi. Vengono su naturalmente, senza forzature».

Se il cervello è un enigma quando si tratta di capire quali elementi lo accendano e quali lo blocchino, secondo Pereat l’oceano sarebbe in grado di stimolarlo aprendo parti ignorate, «perché a nessuno piace affrontare i propri problemi di ansietà o paure. In questo senso vedo l’oceano come un grande gabinetto dove andiamo a scaricare tutti i detriti della mente». Di certo c’è un potente e inspiegabile fattore catartico che spinge noi surfisti a tornare in acqua ogni volta, come una pulsione necessaria da acquietare anche quando le condizioni del mare non sono granché. Ma per chi lavora con i bambini che hanno problemi, l’oceano va oltre, eliminando gli handicap e creando un’opportunità: «Siamo tutti astronauti lì dentro, galleggiamo. Mi accorgo che avvertono sensazioni molto diverse da quando sono sulla terra ferma, vogliono ascoltare l’acqua». Per questo mi capita di notare che i bambini in tandem con Jean Pierre si stendono sulla tavola e ci appoggiano l’orecchio come se volessero ascoltare i segreti dell’oceano.

Foto: Jean Pierre Provo

«Lavorare insieme alle famiglie diventa cruciale», insiste Pereat, osservando come all’interno del nucleo familiare tutta l’attenzione ricada verso il bambino che soffre di disturbi e di come tutte le azioni nei suoi confronti siano mirate al controllo per proteggerlo. «Ma questo controllo crea un’abbondanza di energia che poi il bambino deve gestire e in questo senso l’oceano li aiuta». Secondo Pereat, che spesso riconosce forme d’autismo prima ancora dei genitori dei bambini affetti, è fondamentale compiere una terapia parallela applicata a tutta la famiglia, ma il segreto della riuscita è farlo solo per mezzo di azioni, senza che questi se ne accorgano. «Sia chiaro, l’umanità è immensamente più grande del surf, ma possiamo comunque usarlo come strumento per addentrarci in noi stessi, dentro la nostra mente, nel tentativo di creare un cambiamento naturale».

Anche quando non è insieme ai bimbi che aiuta, Pereat gravita sulla spiaggia di Surfrider con le sue mille tavole, in attesa dell’onda migliore della giornata. Cos’è Malibu per lui? «Il posto dove mi sento libero e dove posso prendere le distanze da quello che la gente pensa sia davvero importante nella vita».

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