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Volodymyr Zelensky: uno, nessuno e centomila

Zelensky ha avuto tante vite: il comico nazional-popolare, il populista in cerca di facili consensi e, infine, la profezia che si auto-avvera, l'attore che interpretava il presidente ucraino in una sit-com e che poi lo è diventato per davvero. Un po' Beppe Grillo, un po' Checco Zalone: storia di una figura complessa

Foto di Anadolu Agency via Getty Images

Non è facile tracciare un resoconto biografico che possa rendere giustizia a una figura complessa e stratificata come quella di Volodymyr Zelensky.

In un arco temporale brevissimo – appena 44 anni – Zelensky ha vissuto tante vite: il comico nazional-popolare, l’anti-divo per antonomasia, il leader populista in cerca di facili consensi e, infine, la profezia che si auto-avvera, l’attore che interpretava un insegnante stufo della corruzione e dello strapotere degli oligarchi che accidentalmente diventa presidente in una sit-com di discreto successo in patria e che, per uno strano scherzo del destino, poco tempo dopo lo diventa per davvero; un po’ Beppe Grillo, un po’ Checco Zalone.

La sua parabola ha intersecato perennemente il terreno dell’imprevedibile, ricalcando la trama di uno di quei bildungsroman dai contorni schizofrenici e dagli sviluppi talmente inattesi che pare possa obbedire unicamente alle regole della finzione: eppure, anche se può suonare bizzarro, nel caso di Zelensky, è tutto vero.

Prima di aprire le pagine di uno dei romanzi di formazione più sorprendenti della storia europea recente, partiamo con qualche breve cenno biografico: nato il 25 gennaio 1978 a Kryvyi Rih, una città nella regione di Dnipropetrovsk, nel sud-est del Paese, al tempo Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, da una famiglia ebrea e di lingua russa, figlio di Oleksandr (professore e capo del Dipartimento di cibernetica del locale Institute of Economics) e Rymma (che lavorava come ingegnera), prima di iniziare la scuola elementare Zelensky visse per quattro anni nella città mongola di Erdene, dove i genitori si erano trasferiti per via di alcuni impegni professionali.

All’età di 16 anni vinse una borsa di studio per frequentare l’università in Israele, ma suo padre gli impedì di partire. Completò quindi la propria formazione in Ucraina – che nel 1991, dopo la dissoluzione dell’URSS, conquistò l’indipendenza –, laureandosi in giurisprudenza presso lo stesso ateneo in cui insegnava Oleksandr, ma decise sin da subito di riporre la toga nell’armadio per inseguire la sua vera passione: la recitazione.

Fin dal 1997 lavorò come attore e sceneggiatore nello studio cinematografico “Kvartal 95 Club” – un omaggio al nome del quartiere in cui viveva a Kryvyi Rih – diventandone poi nel 2003 direttore artistico. Nel 2008 prese parte alle commedie Love in the Big City e Love in the Big City 2, continuando la sua carriera con due ruoli da protagonista nei film Office Romance. Our Time e Rzhevsky Versus Napoleon. Nel mezzo è stato anche direttore di Inter, uno dei canali televisivi più visti in Ucraina, dimettendosi dalla carica nel 2012 – appena due anni dopo, la stessa emittente fu accusata a più riprese di diffondere propaganda filo-putiniana e di appoggiare, di fatto, il progetto di annessione della Crimea da parte della Russia.

Durante la Guerra del Donbass ha aiutato l’esercito ucraino, contribuendo a fondare un battaglione di combattenti volontari; ma l’arco di trasformazione di Zelensky subì un’impennata decisiva e insperata nel 2015, grazie alla fortunata sit-com Sluha Narodu – letteralmente “Servitore del popolo” – in cui interpretava Vasyl Petrovych Holoborodko, un professore di storia del liceo sulla trentina che viene inaspettatamente eletto presidente dell’Ucraina grazie a un video virale girato da uno dei suoi studenti, che lo mostra mentre mette in scena un severo  j’accuse nei confronti della corruzione endemica della classe politica locale.

Capitalizzando il trionfo di ascolti di Sluha Narodu, nel marzo del 2018 Zelensky e lo staff di Kvartal 95 diedero vita all’omonima creatura politica, con l’obiettivo dichiarato di imporsi nelle elezioni dell’anno dopo. L’attore annunciò la propria candidatura durante lo spettacolo serale di Capodanno di quell’anno, ovviamente organizzato da Kvartal 95, in un coup de théâtre destinato a rimanere negli annali della storia televisiva nazionale.

In quei giorni cominciarono anche a circolare le prime ombre sul passato e i legami non proprio edificanti del “Servitore del popolo”: diversi articoli e inchieste, infatti, portarono alla luce sua vicinanza con Igor Kolomoisky, oligarca ucraino tra i più ricchi del Paese, proprietario del canale televisivo 1+1 – quello che mandava in onda Sluha Narodu e dove, forse non casualmente, fu trasmesso l’appena citato speciale di Capodanno. In quel periodo in molti si chiedevano quali fossero le posizioni del neo candidato presidente sui rapporti tra il suo Paese e Mosca, accusandolo di essere filorusso anche per via di alcune speculazioni giornalistiche sulle sue origini – una circostanza che, oggi, fa quasi sorridere.

I toni e le strategie impiegati da Zelensky durante la campagna elettorale strizzavano l’occhio a quella retorica e a quei metodi non proprio ortodossi che, in Italia, abbiamo imparato a conoscere nel 2013, con l’inaspettato exploit del Movimento 5 Stelle: scelse di comunicare con gli elettori attraverso i suoi canali social, demonizzando i giornalisti e riducendo all’osso la sua esposizione mediatica sui canali tradizionali, con la promessa di voler sradicare un establishment politico e mediatico ormai lontano dalle pulsioni della piazza e dalle esigenze del cittadino comune e un programma politico all’insegna della lotta alla corruzione e del giustizialismo più radicale. Un piano che, alla fine, ha pagato: il 21 aprile 2019 è stato eletto presidente dell’Ucraina con il 73,22% dei voti, spodestando una vecchia colonna della politica domestica del calibro di Petro Oleksijovyč Porošenko. L’anno successivo ha dato inizio inizio alla sua personale battaglia contro i “poteri forti” dell’Ucraina, anche con provvedimenti parecchio eclatanti e ambigui: ad esempio, ha proposto di riformare le norme nazionali sui media con l’intento di aumentare la concorrenza e allentare il predominio degli oligarchi ucraini sulle emittenti televisive e radiofoniche; un progetto di legge che, secondo alcune voci critiche, dietro i buoni intenti celava una stretta sulla libertà d’espressione e, di fatto, un invito alla censura, dato che prevedeva l’introduzione di un procedimento atto a rilasciare una “licenza radiofonica e televisiva” guidato da un’apposita commissione statale che, di fatto, avrebbe potuto esercitare un controllo sull’informazione. 

Oggi il volto di Zelensky è ovunque: sulle prime pagine dei giornali, nei lanci di agenzia che ci tormentano a intervalli di minuti, nei video che i nostri cari ci mandano su WhatsApp mettendo in mostra il ritratto di un uomo stanco e abbandonato a sé stesso, costretto a resistere all’offensiva di una superpotenza contro cui il suo Paese, nel lungo termine, è destinato per forza di cose a perire.

Eppure, il fu comico nazional-popolare oggi sembra quasi aver abiurato la sua stessa natura: ha scelto di svestire i panni del giullare per calarsi nell’archetipo del leader resistente con la massima serietà, ora chiamando la sua gente alle armi, ora spingendo l’Unione Europea all’assunzione di responsabilità, ora coordinando le operazioni di un esercito che, in un futuro non troppo lontano, potrebbe voltargli le spalle.

Forse doveva essere questa, l’ultima trasformazione di Zelensky: il simbolo di un popolo oppresso.

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