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Viktor Tsoi, il Jim Morrison sovietico che ha scritto l’inno delle proteste in Bielorussia

33 anni fa, una star del rock russo scriveva ‘Peremen’, una canzone che parla di cambiamento e che adesso è diventata la colonna sonora delle rivolte dei giovani di Minsk. Ecco la sua storia

Le proteste a Minsk il 20 agosto

Foto: SERGEI GAPON/AFP via Getty Images

La rivolta non violenta e non compiuta che attraversa ormai da giorni le strade e le piazze della Bielorussia si muove al ritmo marziale di un pezzo uscito dalle cantine di San Pietroburgo quando ancora Pietroburgo si chiamava Leningrado. Il pezzo è conosciuto come Peremen, che vuol dire “Cambiamento”, e già questo sarebbe sufficiente a spiegare per quale ragione i ventenni di Minsk abbiano deciso di suonarlo proprio adesso, giorno e notte, nei raduni che tengono sveglia la città, mentre si danno da fare contro il presidente, Aleksander Lukashenko, e i cani da guardia delle squadre antisommossa. Peremen l’ha scritta a metà degli anni Ottanta un cantante di nome Viktor Tsoi, considerato in Russia la stella più luminosa del rock sovietico. Un giudizio che è dovuto all’immensa popolarità delle sue canzoni dalla Bielorussia alla Kamchatka, e forse anche alla sua fine tragica, il 15 di agosto del 1990, in un incidente stradale, quando aveva appena ventotto anni e il cambiamento vero, o perlomeno quello politico, era lì alle porte.

All’inizio di agosto, a Minsk, alla viglia dei grandi raduni anti Lukashenko, un tribunale della città ha condannato due ragazzi in jeans e maglia a maniche corte a dieci giorni di galera: i due durante una manifestazione organizzata dal governo sono riusciti a mettere la mani su un mixer e hanno spinto Peremen a tutto volume di fronte a una folla incredula e festante prima di essere fermati da quelle che nelle situazioni del genere sono chiamate non a caso forze dell’ordine. Perché fossero liberati, anche il vecchio padre di Viktor Tsoi è intervenuto con un appello sui giornali. “Cambiamento! – chiedono i nostri cuori / Cambiamento! – chiedono i nostri occhi / Nelle nostre risate e nelle nostre lacrime / E nelle pulsazioni che attraversano le vene / Aspettiamo il cambiamento”, dice il testo, che i russi hanno conosciuto attraverso Assa, un film psichedelico girato negli anni Ottanta in Crimea dal regista Sergei Solovev in cui lo stesso Tsoi interpretava una piccola parte.

A ben vedere si potrebbe sostenere che Tsoi sia stato per l’Unione sovietica quel che uno come Jim Morrison ha rappresentato per il mondo libero, se Jim Morrison avesse cominciato con la drum machine anziché con una Hammond. La sua canzone più conosciuta è Zvezda Po Imeni Solntse, che significa “Stella Chiamata Sole”. Il pezzo dice più o meno: “La città ha duemila anni / Duemila anni vissuti alla luce di una stella chiamata Sole / E da duemila anni è guerra / Una guerra senza motivi particolari / Un affare per i giovani / un rimedio contro le rughe”. La “Stella chiamata Sole” è diventata un inno in Unione sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta grazie a un altro film, intitolato Igla e diretto da Rashid Nugmanov, con Viktor Tsoi nella parte del vendicatore romantico e manesco che raggiunge in treno Almaty, in Kazakhstan, per salvare l’amata dall’eroina. In una delle scene clou del film, questo eroe dei tempi sovietici infila i guanti di pelle e rompe la testa al tirapiedi di un boss della mafia kazaca. In sottofondo si sente Non succederà più di Claudia Mori. Tutto molto russo.

Al mondo di Viktor Tsoy il regista Kirill Serebrennikov ha dedicato una pellicola nel 2018 intitolata Leto, ovvero “Estate”, come una sua canzone pubblicata dopo la morte. Secondo un sondaggio della rivista Russkij Reporter, Khochu Peremen è una delle dieci poesie più conosciute in Russia ai giorni nostri. Il portale Yandex Muzyke ha fatto sapere di avere suonato brani di Viktor Tsoy sulle sue piattaforme per un tempo complessivo che equivale a mille anni. Sulla strada Arbat, nel centro di Mosca, esiste ancora oggi un muro in cui russi di ogni parte del paese lasciano ogni giorno fiori e messaggi. Quella di Viktor Tsoy è musica per cortili, tetti, pianerottoli e appartamenti condivisi. La sua voce non era certo il meglio che si potesse immaginare, ma è stata la voce di una città che ha avuto fra i suoi poeti Brodksij e Belij, Dostoevskij e Dovlatov, ed è stata in fin dei conti la voce di un’epoca alla quale probabilmente alcuni in Russia guarderanno oggi con nostalgia, e che molti a Minsk non vedono l’ora di lasciarsi alle spalle.

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