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“Video hard”, “foto spinte”, “revenge porn” – il caso di Settimo Torinese non c’entra con tutto questo

Sulla maestra licenziata a Settimo Torinese dopo che alcune sue foto private sono state rese pubbliche sbagliamo tutto, a partire dal linguaggio con cui ne parliamo

PA Images via Getty Images

“Video hard!” e “video a luci rosse” lo hanno definito. Lo chiamano “revenge porn”. Una persona che invia di propria iniziativa foto e video di sé in cui è nuda, seminuda, dove eventualmente si masturba o fa sesso, è una puttana e i contenuti che invia sono pornografia. E secondo la morale comune essere considerate puttane non è ammissibile, tantomeno fare porno.

Sono questi gli assunti dai quali si parte per le le denigrazioni delle persone che decidono di condividere una parte della propria intimità con altre di cui si fidano. Ci viene detto che “siccome sono cose che potrebbero capitare”, è meglio evitare, non fidarsi, altrimenti la responsabilità ricadrà su di noi che saremmo state ingenue, sciocche, anzi – peggio – zoccole!

Lo pensano evidentemente la preside della scuola materna di Settimo Torinese che ha licenziato una maestra che aveva inviato alcune foto a un uomo durante la loro frequentazione. Lo pensano le persone incluse nei gruppi whatsapp delle mamme dei bambini e delle bambine che vanno in quella scuola scuola o dei calciatori mancati a cui l’ex le ha inviate. Lo pensa anche lui, l’ex.

Eppure la protagonista della vicenda non è la donna umiliata, mortificata, vessata, trattata come un oggetto da chiunque in questa vicenda, di lei e della sua vita privata e lavorativa hanno avuto da ridire conoscenti e sconosciuti. Mentre lei resta sullo sfondo, emergono le persone che hanno perpetrato comportamenti detestabili nei suoi confronti. Sono loro i protagonisti che agiscono in un contesto culturale, sociale e politico che fa sì che queste dinamiche abbiano trovato un terreno fertile in cui mettere radici.

Mi fa piacere che quella donna sia stata determinata e abbia denunciato, che abbia raccontato tutto, eppure mi chiedo cosa farà la società ora: la supporterà davvero? O le darà una pacca sulla spalla, complimentandosi per la denuncia ma poi abbandonandola allo scherno generale? Nonostante tutto – se è vero che il problema non sono soltanto le persone coinvolte nella vicenda ma un intero sistema – ritengo che molto dipenda da come vengono raccontate dai media.

I maggiori quotidiani nazionali hanno usato le definizione “video hard”, “a luci rosse”, “foto spinte” mutuando definizioni proprie del porno. È ora di finirla con l’associare automaticamente il sesso al porno e non lo dico perché non ritengo la pornografia una forma espressiva valida, anzi, ma si tratta di un genere con dei codici e delle regole che viene fatto da professionisti del settore o da amatori, che comunque si posizionano in contesti di mercato precisi. Quello che due o più persone fanno nell’intimità non è pornografia, anche se decidono di filmarsi.

Queste derivazioni linguistiche sono inadeguate e fanno male anche al porno, che si vede sempre associato a concetti deprecabili. L’ho già detto e lo ribadisco con ancora più veemenza: non è “revenge porn”, perché non vi è vendetta e non vi è pornografia. Tentare di manipolare le vite delle persone, ergersi a giudici delle esistenze altrui, vedere il pericolo laddove non c’è, non ha a che fare col porno, né col sesso, ha a che fare con l’incapacità culturale di vedere le donne come esseri liberi e autodeterminati, desideranti.

Non bastano un anno di servizi sociali per il responsabile o le denunce per diffamazione per le altre persone coinvolte, se non c’è la volontà collettiva e da parte delle istituzioni di cambiare lo status quo. Cosa ci hanno fatto le persone che hanno una vita sessuale libera e la condividono con chi vogliono? Cosa ci ha fatto il porno? Cosa ci hanno fatto le puttane?

Mettiamo tutto in un unico calderone, senza alcun criterio, tutto quello che ci spaventa e ci fa schifo, perché lo consideriamo indecoroso, volgare, inaccettabile, ma il problema è nostro, dobbiamo farci noi i conti, non addossare presunte colpe a persone che riteniamo responsabili di non si sa quale crimine. Tutto questo è ridicolo e pericoloso: alimenta odio, disprezzo e discriminazioni. Questi fatti riguardano chiunque e ci mettono nella condizione di riflettere e agire per far sì che eventi del genere non accadano più e che, se dovessero accadere ancora – e purtroppo succederà – i media ne parlino correttamente, senza mistificare e portare avanti concezioni distorte della realtà.