Varosha, la città fantasma che sta facendo litigare Turchia e Unione Europea | Rolling Stone Italia
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Varosha, la città fantasma che sta facendo litigare Turchia e Unione Europea

Era il principale polo turistico cipriota, ma dal 1974 è chiusa ai visitatori in seguito all’occupazione turca. Da qualche settimana Erdogan ha annunciato la sua riapertura: ecco la sua storia

Foto: CHRISTINA ASSI/AFP via Getty Images

Era l’estate del 1974 quando la località marittima di Varosha, parte della città di Famagosta nel nord-est di Cipro, si ritrovò improvvisamente devastata dalle bombe. Al tempo Varosha rappresentava il fiore all’occhiello del turismo cipriota, e non soltanto dal punto di vista interno: circondata da acque turchesi e spiagge di sabbia bianca, la cittadina riuscì ad attrarre visitatori e investimenti, consolidandosi come destinazione turistica internazionale. In breve tempo, la “Saint-Tropez cipriota”, come veniva spesso definita, diventò la sede di hotel di lusso e grattacieli mozzafiato, trasformandosi in una delle mete di villeggiatura preferite da celebrità come Elizabeth Taylor, Richard Burton, Raquel Welch e Brigitte Bardot.

Quell’anno, però, il suo destino cambiò radicalmente: il 15 luglio i golpisti dell’EOKA B – un’organizzazione paramilitare d’ispirazione nazionalista, sostenuta dall’ala destra della Guardia Nazionale Cipriota con l’appoggio del regime greco dei colonnelli – spodestarono il governo dell’arcivescovo greco-ortodosso Makarios III, presidente della Repubblica legittimamente eletto, rimpiazzandolo con la giunta militare guidata dal dittatore nazionalista Nikos Sampson, favorevole alla realizzazione dell’Enōsis – ossia il ricongiungimento del territorio cipriota con la madrepatria greca. La parentesi di governo di Sampson si rivelò fallimentare (rimase in carica per soli 9 giorni), ma rianimò un conflitto latente, segnando indelebilmente i destini geopolitici di Cipro: pochi giorni dopo, infatti, le truppe turche sferrarono la loro offensiva, dividendo di fatto l’isola in due: circa 165mila greco-ciprioti abbandonarono i territori occupati del nord e, di contro, 45mila turco-ciprioti furono costretti a spostarsi dal sud dell’isola.

L’invasione di Varosha si inserì in questo contesto: i turisti e i residenti furono costretti ad abbandonare le loro case in seguito all’occupazione della città da parte dell’esercito turco, che sigillò l’area con recinzioni e pattugliamenti, consentendo l’accesso soltanto ai militari turchi e al personale delle Nazioni Unite. Di conseguenza, Varosha ha finito per acquisire le sembianze malinconiche e spettrali di una città fantasma, diventando il teatro di una desolante scenografia urbana scandita da hotel abbandonati, vecchie insegne pubblicitarie e edifici ormai fatiscenti. Nel frattempo, è diventata oggetto di rivendicazioni territoriali tanto da parte della Repubblica di Cipro, riconosciuta internazionalmente e membro dell’Unione europea, quanto da parte l’autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord (RTCN), che occupa il terzo settentrionale dell’isola ed è riconosciuta solamente dalla Turchia.

Nelle ultime settimane, la questione di Varosha è tornata a catalizzare l’attenzione mediatica: lo scorso 20 luglio, in occasione delle celebrazioni per il quarantasettesimo anniversario dell’intervento militare sull’isola, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato di voler riaprire la località ai visitatori, annunciando la smilitarizzazione del 3,5% del sito e la sua trasformazione in un’area residenziale da sfruttare commercialmente. Inoltre, il presidente della RTCN Ersin Tatar ha promesso l’istituzione di un’apposita commissione che potrà essere adita da tutti i greco-ciprioti che 47 anni fa furono costretti ad abbandonare la città, consentendogli di recuperare le proprietà perse all’epoca dell’invasione.

La mossa di Ankara ha scatenato l’immediata reazione europea: ad esempio, il capo della politica estera dell’UE, Joseph Borrel, l’ha considerata «un’inaccettabile decisione unilaterale» che «rischia di aumentare le tensioni sull’isola e compromettere il ritorno ai colloqui su una soluzione globale della questione di Cipro», chiedendo «l’immediato annullamento di queste azioni e l’annullamento di tutte le misure intraprese su Varosha dall’ottobre 2020». Anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha fatto pressione per un’immediata retromarcia, chiedendo che le parti «evitino qualsiasi azione unilaterale che potrebbe aumentare le tensioni sull’isola». Il timore è che la riapertura di Varosha possa diventare un ulteriore ostacolo ai negoziati sulla riunificazione, dato che potrebbe dare più importanza nei colloqui alla Turchia, che non vuole rinunciare alla sua presenza sull’isola ed è poco disposta al compromesso.

Inoltre, potrebbe peggiorare i rapporti già molto tesi tra Turchia e Grecia, che da tempo stanno litigando tra le altre cose sullo sfruttamento delle risorse nel Mediterraneo orientale. Nella prospettiva di Erdogan, infatti, l’unica possibile risoluzione della questione cipriota è quella relativa alla creazione di due entità statali autonome e reciprocamente sovrane, che gli consentirebbe di ottenere un riconoscimento internazionale della RTCN. Dall’altro lato della barricata Bruxelles non accetta soluzione separatista, proponendo invece l’istituzione di una sola entità federale “bi-comunitaria e bizonale” sotto le egida delle Nazioni Unite.

Per l’ennesima volta, quindi, la questione Varosha è stata utilizzata strumentalmente come arma di pressione diplomatica: era già accaduto nell’ottobre dello scorso anno, quando la spiaggia fu riaperta con l’avallo di Erdogan per favorire l’ascesa elettorale di Tatar ai danni dell’ex presidente della RTCN Mustafa Akinci, che da tempo chiedeva una maggiore autonomia dalla Turchia.