Un’azienda che si lamentava di non trovare lavoratori è sotto inchiesta per sfruttamento del lavoro | Rolling Stone Italia
Home Politica

Un’azienda che si lamentava di non trovare lavoratori è sotto inchiesta per sfruttamento del lavoro

Il caso di Grafica Veneta è emblematico della situazione del lavoro in Italia, dove tantissime imprese operano nell'illegalità ma a fare notizie sono le storie di imprenditori che non trovano lavoratori

C’è un genere giornalistico che negli ultimi anni è diventato molto popolare in Italia: quello degli imprenditori e delle aziende che non vorrebbero assumere ma non trovano lavoratori. Ogni stagione estiva i giornali sono pieni di articoli e interviste che raccontano storie del genere, spesso provenienti dal mondo del turismo e della ristorazione – pazienza se, dati alla mano, il 70% delle aziende del settore che vengono controllate dall’Ispettorato del lavoro risulta non in regola – e che, gira e rigira, non sono altro che degli spot per questo o quell’imprenditore mascherati da giornalismo. 

Le cronache di questi giorni hanno forse dato un duro colpo a questa narrativa. Nell’aprile 2018, infatti, il Corriere del Veneto scriveva un articolo sulla tipografia padovana Grafica Veneta – da cui sono usciti i libri degli ultimi tre vincitori del Premio Strega oltre che la saga di Harry Potter – dal titolo eloquente: Padova. Grafica Veneta cerca 25 operai da 3 mesi ma non ne trova: «i giovani non vogliono fare i turni». L’articolo intervistava Fabio Franceschi, proprietario dell’azienda, che spiegava di avere 25 posizioni aperte ma di aver ricevuto solo “tre o quattro candidature in tutto” e che anche chi si candidava poi si tirava indietro perché il lavoro era “troppo pesante con i turni”. 

Avanti veloce fino ad arrivare a oggi, tre anni dopo: la stessa azienda, Grafica Veneta, è al centro di un indagine per sfruttamento del lavoro che ha portato all’emissione di 11 misure cautelari dopo che gli inquirenti hanno svelato un vero e proprio sistema di caporalato, con lavoratori stranieri che venivano sfruttati con turni massacranti e stipendi bassissimi. L’amministratore delegato Giorgio Bertan e il direttore dell’area tecnica dell’azienda Giampaolo Pintono sono stati arrestati e sono ora ai domiciliari. 

Secondo le accuse i due manager non solo erano a conoscenza del trattamento a cui venivano sottoposti i lavoratori stranieri – ingaggiati tramite un’altra società, la BM Services, gestita da due cittadini pakistani – ma avrebbero anche cercato di coprire il tutto. Per dare solo un’idea: l’indagine è partita quando un cittadino pakistano è stato ritrovato legato con le mani dietro la schiena e con segni di violenza sul corpo. Altri casi simili si erano verificati successivamente e da lì erano partite le indagini che avevano indirizzato l’attenzione degli inquirenti verso l’azienda.

Il quadro che è emerso è quello di uno sfruttamento totale. I dipendenti erano costretti a lavorare 12 ore al giorno 7 giorni su sette, senza pause né ferie, costretti a restituire in nero parte dello stipendio e – appunto – picchiati se provavano a rivolgersi ai sindacati. I dirigenti erano perfettamente consapevoli di tutto questo, tant’è che da alcune intercettazione telefoniche sono emersi tentativi di distruggere prove e istruire i dipendenti su cosa dire alla polizia.

“La particolarità di questo caso di caporalato è la complicità, che credo siamo riusciti a dimostrare in pieno, dell’azienda italiana con quella gestita dai pakistani, nonostante le solide condizioni economiche e la possibilità di operare in maniera regolare. Sono riusciti a delocalizzare un settore nella loro stessa sede, appaltando manodopera a prezzi bassissimi””, ha detto in conferenza stampa il procuratore di Padova Antonino Cappellieri.

Il presidente della società, lo stesso Fabio Franceschi che nel 2018 si era lamentato sui giornali del non riuscire a trovare lavoratori, ha detto che l’azienda “era del tutto all’oscuro” di quanto emerge dall’inchiesta, scaricando le responsabilità del tentativo di depistaggio delle indagini suoi dirigenti e asserendo che intende collaborare con le forze dell’ordine.