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Un’altra giornata dedicata alle donne, un altro anno in cui non è cambiato niente

Il caso Alberto Genovese. Il caso della maestra di Torino. I canali Telegram in cui ci si scambia revenge porn. Gli articoli dei giornali che fanno ritratti positivi degli uomini che uccidono mogli e fidanzate. Ogni anno gli stessi discorsi, e poi non cambia niente

Una protesta di Non una di meno a Torino. Mauro Ujetto/NurPhoto via Getty Image

Se c’è una cosa che abbiamo imparato dalla pandemia o dall’emergenza climatica, è che cominciare a spiegare una crisi dai soli dati non basta per comunicarne la gravità. Ci vuole una storia. Meglio se tragica. E se sono le storie tragiche che cerchiamo, il solo mese di novembre basterebbe e avanzerebbe per trarre conclusioni sull’epidemia di violenza di genere con cui le donne italiane convivono quotidianamente.

C’è stato il caso di Alberto Genovese, il fondatore di Facile.it ora in carcere con l’accusa di aver stuprato e torturato per dieci ore una ragazza di diciotto anni durante una festa privata nel proprio appartamento di Milano. “Un vulcano d’idee per ora spento”, l’ha definito un grande quotidiano italiano – e non uno di quelli che sbatte il sessismo in prima pagina nella speranza di alimentare l’ennesima ondata di polemiche sui social e poter vivere per vedere la luce di un altro giorno. La ragazza, invece, è una che se l’è cercata: se entri nella gabbia dei leoni, d’altronde, cosa ti aspetti? Un anno fa, proprio per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un’indagine Istat fotografava una realtà desoltante: quasi il 40% degli intervistati riteneva che una donna che non lo vuole davvero è in grado di sottrarsi a un rapporto non consensuale. Il 15% che una donna ubriaca o drogata vittima di stupro abbia parte della responsabilità di ciò che le è successo.

Torniamo alla cronaca. Qualche giorno dopo a Carignano, nel torinese, un uomo stermina la sua famiglia – la moglie, i figli, il cane – dopo che, pare, la donna gli aveva annunciato che intendeva chiedere la separazione. Pare che lei lo volesse lasciare. Sarebbe stata un’occasione tragicamente perfetta per riflettere sul retaggio patriarcale che convince ancora oggi alcuni uomini che le donne sono, in fondo, oggetti che si possiedono, da punire se si ribellano al proprio destino. La parola giusta da utilizzare era femminicidio: in Italia, dall’inizio dell’anno, per lo stesso motivo sono state uccise altre 80 donne. Una ogni quattro giorni. L’89% di tutte le donne morte violentemente. 2458, invece, i femminicidi familiari dal 2000 ad oggi. Si è preferito dipingere Alberto Accastello, l’omicida di Carignano, come un instancabile lavoratore che passava le giornate a costruire amorevolmente il villino di famiglia. Una persona tranquilla, molto umana. Lei, nelle parole dei vicini, “euforica”.

Sempre questo mese c’è stato lo scivolone della televisione nazionale che ha ritrattato all’ultimo minuto la messa in onda di un’intervista al mandante dell’attacco con l’acido che ha lasciato per sempre sfigurata Lucia Annibali nel 2013. Ad una ex concorrente del Grande Fratello arrivano messaggi come: “Se ti vedo a Roma ti giuro ti uccido le tue figlie con l’acido muriatico, stai attenta perché so dove vivi!”: d’altronde, le donne sono da anni la categoria che riceve più odio online in Italia.

Il 14 novembre nell’hinterland di Milano una diciannovenne violentata in casa dal cugino del padre. “Se parli ti taglio la testa. Ti uccido”. Secondo l’Istat, in Italia una donna su tre ha subito una forma di violenza di genere nel corso della sua vita: il 20,2% dichiara di aver subito violenza fisica, il 21% di aver vissuto sulla propria pelle la violenza sessuale – strattonamenti, molestie, strangolamento. E stupro, di cui sono state vittime il 5,4% delle donne. Il lockdown non ha fatto che peggiorare la situazione: soltanto tra l’1 marzo e la metà di aprile sono state oltre 5mila le telefonate al numero nazionale antiviolenza: il 73% in più rispetto allo stesso periodo nel 2019. Un trend che viene ricondotto a situazioni senza precedenti di convivenza forzata. I centri antiviolenza rimangono scarsi, sia numericamente che in quanto a fondi dedicati.

Abbiamo le storie, molte più di quante ne vorremmo. Abbiamo i dati. Quella che non riusciamo proprio ad avere è la consapevolezza che non sono tutti casi isolati, da contestualizzare e commentare fino a quando non si ricorda più chi è la vittima e chi il carnefice. Lo dimostrano le discussioni infinite che si aprono ogni volta che una storia di violenza di genere – che sia una molestia, un caso di revenge porn, uno stupro, un femminicidio – attira l’attenzione dell’opinione pubblica.

Anche dopo la stagione del #MeToo, anche dopo che migliaia di donne e ragazze qualsiasi hanno raccontato i quotidiani pericoli che hanno vissuto soltanto perché quella volta è capitato loro di nascere femmine, non riusciamo a non essere intimamente convinti che se a una donna è successo quel che è successo, qualcosa deve pur aver fatto per meritarselo. “Le brave ragazze non vengono stuprate: per essere stuprata, devo essere prima trasformata nella caricatura di una cattiva ragazza”, spiega sarcasticamente l’autrice Meena Kandasany, che nel suo Ogni volta che ti picchio racconta la violenza domestica nel Paese più pericoloso al mondo per le donne, l’India. Il problema non può essere la scia indelebile di un sistema consolidato durante secoli di dominio di un genere sull’altro che ancora punisce le donne se occupano spazio, si ribellano a un ruolo di genere obsoleto, non stanno al loro posto.

Un esempio da manuale lo fornisce una delle persone coinvolte in un altro caso recente, quello della maestra d’asilo licenziata in provincia di Torino dopo che un video intimo inviato all’ex fidanzato ha cominciato a circolare prima nella chat del calcetto dell’ex, poi tra le mamme della scuola dove la giovane insegnava. “In questa storia, la donna non è la vittima”, afferma in un’intervista fuori dal mondo un certo Franco, la cui moglie ha portato il video all’attenzione della preside dell’asilo. “Lei ha mandato quel video, poteva immaginare cosa sarebbe successo”. Il gesto dell’ex – che, appunto, per lo Stato italiano è un reato – invece? “Una goliardata da uomo”, assicura Franco. Poco importa se gli studi dimostrano gli effetti psicologici devastanti – depressione, disturbo post-traumatico da stress, pensieri suicidi – con cui devono convivere per anni le persone le cui fotografie intime vengono condivise online senza consenso. Invece di diminuire, il reato di revenge porn quest’anno è aumentato in tutto il mondo. E negli innumerevoli canali Telegram in cui decina di migliaia di uomini si riuniscono per condividere illegalmente foto e video di ragazze all’oscuro di tutto la ricerca del video della maestra di Torino è spasmodica.

Se non fosse per delle sacrosante questioni di salute pubblica, a ricordare tutto questo – le storie, i dati, la risposta insufficiente delle istituzioni, la copertura vergognosa dei media, la difficoltà di pronunciare la parola “patriarcato” (che è un termine sociologico in uso da decenni, non uno slogan vuoto che si sono inventate le femministe 2.0, al contrario di quanto qualcuno vorrebbe far credere) – oggi ci sarebbero stati cortei nelle grandi città d’Italia.

Quest’anno, sui social, a parlarne con tanto di appunti è, tra tantissimi altri, anche Chiara Ferragni ai suoi 22 milioni di follower: “Il problema secondo me è che la nostra società è ancora molto maschilista e patriarcale, dove le donne vengono giudicate in maniere differenti. Questo giudizio non deriva soltanto dagli uomini, ma spesso anche dalle donne stesse”. Parlando della copertura mediatica dei casi di violenza del genere, centra il punto: “Si dice che lui era geloso o che lei gli aveva fatto le corna. Questo fa pensare che anche la donna abbia un ruolo e che la violenza passi in secondo piano, o che sia in parte giustificata. Si sposta la colpa dall’aggressore alla vittima”.

Qualche storia Instagram più in là, l’influencer mostra la risposta emblematica di uno sconosciuto misogino su Twitter: “Le bestie come la Ferragni possono lamentarsi di un inesistente patriarcato proprio perchè non c’è più nessun patriarcato che le tenga sottomesse. Se esistesse ancora il patriarcato non potrebbero neppure aprir bocca. E sarebbe cosa buona, giusta, saggia e civile”. Se anche questo se lo è andata a cercare, ci rivediamo l’anno prossimo: stesso giorno, stesso discorso.

Questo articolo è apparso originariamente in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, il 25 novembre 2020.