Una giornata al Primavera Sound dei nerd | Rolling Stone Italia
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Una giornata al Primavera Sound dei nerd

Siamo stati a Lisbona per il Web Summit, l’evento tech più importante del mondo – tra startup, gente ossessionata da blockchain e criptovalute e droni che ti volano sulla testa mentre ascolti un dirigente di Facebook che ti spiega il metaverso

C’è la palude dei comunicati stampa inviati, sicuramente identici, a qualsiasi persona abbia avuto l’ardore di registrarsi nella sezione “Media”. Provengono principalmente dal genere di startup che sembrano competere per il titolo di “Nuova tech company più pericolosa per la tenuta della società 2022”. In pole position ci sono quella che vuole “minimizzare i rischi di assunzione individuando personalità, soft skill e abitudini lavorative in un test scientifico di 3 minuti” – che poi è un modo sofisticato di dire che immetteranno un sacco di dati faziosi in un’intelligenza artificiale che finirà per assumere meno donne e persone marginalizzate del solito – e quella che promette di innovare il mondo delle delocalizzazioni fornendo “il modo più semplice, veloce ed economico per spostare il personale o avviare attività in nuove sedi”. Difficile decidere.

Ci sono le martellantissime informazioni di servizio che almeno una volta al giorno, da settimane, ti ricordano che per entrare in Portogallo c’è bisogno di Green Pass e Passenger Locator Form, per entrare al Web Summit serve scaricare l’app apposita su cui apparirà il QR code con il biglietto a tempo debito, per chi non è vaccinato c’è un punto tamponi all’entrata dell’immenso Pavilhao Atlantico. Ci sono le risposte dei fondatori di startup molto meno distopiche a richieste di intervista. Ci sono le mail del Web Summit stesso che, proprio come aveva previsto Wikipedia, fa già marketing aggressivo affinché migliaia di imprenditori, inventori e investitori di tutto il mondo sgancino centinaia di euro per essere presenti anche all’edizione del 2022, benché quella del 2021 sia ancora molto lontana dalla fine. E poi, naturalmente, c’è lei: “i numeri dietro al Web Summit”.

Quest’anno i fondatori sono contentissimi di poter dire che il 50,5% degli oltre 42 mila partecipanti sono donne: è la prima volta che succede, ed è effettivamente un gran traguardo, raggiunto prendendo scelte non scontate per un settore a lungo caratterizzato come molto poco accogliente per le donne. Quest’anno, per esempio, le donne e le persone che si identificano nel genere femminile avevano un 90% di sconto su un biglietto di ingresso dal costo obiettivamente proibitivo per la maggior parte delle persone. Camminando per l’area del centro congressi in cui venivano presentate 1519 startup da tutto il mondo – quattro immensi padiglioni tra cui mi aggiro nascondendo il braccialetto che dice PRESS, perché non si sa mai quando un tech bro ti tenderà un agguato – mi sono anche imbattuta nella zona dedicata al programma. Difficile non cogliere l’ironia del fatto che fosse letteralmente separata dal resto del capannone da delle graziose staccionate.

Per il resto, i padiglioni sembrano un po’ la versione sotto steroidi di una di quelle fiere scolastiche che si vedono nei film statunitensi in cui i genietti mostrano che sanno creare un robottino dai rimasugli del computer di famiglia – solo che, con mia somma contrarietà, ci sono pochissimi robottini e tantissime persone ossessionate con blockchain e criptovalute varie. Alcune startup sono divise per provenienza geografica: nella zona dell’Unione Europea si aggirano diversi operatori pronti a spiegare come accedere ai fondi europei e a distribuire sticker, che nel dubbio fanno sempre la loro sporca figura. Dell’angolo dedicato all’Italia mi fa molto ridere un pannello blu scuro su cui c’è scritto, a lettere cubitali, “Italy: open doors to a world of opportunities”, una frase probabilmente mai pronunciata prima nella storia dell’umanità.

Divertenti o inquietanti, a seconda dello spirito con cui ci si approccia a un evento descritto come “le Olimpiadi della tecnologia” o “Glastonbury per geek”, sono le risposte  espresse con degli adesivetti gialli da attaccare dove si preferisce – a domande sul futuro di campi come l’energia o i trasporti che si trovano sparse qui e lì. “Quand’è che l’industria della mobilità raggiungerà le zero emissioni?”, domanda il cartellone blu. “Tra il 2050 e mai” è la risposta schiacciante, espressa da una valanga di adesivetti. “Nel 2040 come pensi che ti sposterai?” è la domanda a mezzo metro di distanza. Almeno una cinquantina di persone hanno risposto “con il teletrasporto”, un po’ meno ma comunque troppe persone “farò dei viaggi nello spazio”. Il che implica l’esistenza di persone che pensano che tra vent’anni usciranno regolarmente dalla stratosfera per fare la spesa o andare a lavoro. Ma d’altronde immagino che Elon Musk vada fortissimo tra molti dei partecipanti.

Qualcuno che non va fortissimo nemmeno qui è Mark Zuckerberg. Il solo fatto che, la sera dell’inaugurazione, la whistleblower Frances Haugen ne chieda le dimissioni dal palco dice tutto. E infatti uno dei momenti più poetici del Summit è quando Cecilia Kang – giornalista del New York Times che ha da poco pubblicato An ugly truth, feroce critica a Facebook – sale sul palco letteralmente cinque minuti dopo che il CPO di Meta Chris Cox ha finito di spiegare perché il metaverso è una figata. “Il business di Facebook non è il metaverso”, dice Kang. “Il business di Facebook è trattenere la tua attenzione”.

Un drone si aggira, preciso e silenzioso, sulla sala. Le scolaresche portoghesi portate ad assistere al tutto da qualche professore speranzoso sono talmente annoiate che da almeno un’ora continuano ad accendere e spegnere il flash del cellulare a intervalli irregolari, come se fossero a un concerto. Nessun dato che mostri che Facebook è roba da vecchi può rendere giustizia a quest’immagine.

“È normale che il tech mi piaccia meno adesso di quando sono arrivata?”, chiedo l’ultima sera ad alcuni colleghi, veterani del Web Summit, di fronte a una birra nella caotica Pink Street. “Certo, funzionano così queste conferenze”, mi risponde uno di loro. Poi ci diamo appuntamento all’anno prossimo.