Una giornata a Lviv, tra molotov e cinema abbandonati | Rolling Stone Italia
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Una giornata a Lviv, tra molotov e cinema abbandonati

Fate attenzione, quello che vedrete non è un film. È “solo” la piccola cronaca di una giornata qualunque in un Paese in guerra. Un Paese molto vicino.

Non ci sono i popcorn, nessuno fa l’intellettuale in coda spiegando perché era meglio il bianco e nero, la maschera non ti sorride perché ha il passamontagna. I grandi manifesti che coprivano dall’esterno le vetrate non servono più ad invitare gli spettatori a entrare, ora servono per nascondere quello che succede dentro. Il cinema di Lviv non è più un cinema, è un rifugio per i profughi che arrivano dall’est e una base operativa della resistenza ucraina, dove i cittadini che vogliono combattere possono imparare come fabbricare una molotov o come si usa un Kalashnikov. Come per tutti i multisala ci sono due possibilità: le bottiglie incendiare sul tetto, i fucili nella sala grande col maxischermo. La guerra è iniziata 18 giorni fa ma qui il tempo non scorre come oltre il confine. Sembra passato un secolo. Le persone sono invecchiate di un secolo. In 18 giorni.

Non c’è solo la riconversione delle strutture, la guerra impone una riconversione umana. Così Andriy, che 18 giorni fa era il fiero direttore di questo cinema nell’ovest ucraino, ora è un determinato combattente della resistenza. È passato da essere “animatore culturale” a comandante di una brigata senza nome. «Questo è il nostro cocktail di benvenuto per i russi, si chiama Bandera smoothie», ci spiega al termine del corso per fabbricare le molotov. Siamo sul rooftop, dove in tempo di pace gli spettatori partecipavano ai cineforum all’aperto seduti su tappeti di erba finta. Nell’angolo c’è ancora il chiringuito, ma tutte le bottiglie avanzate sono state svuotate e riempite di benzina. La primavera non esiste, il freddo punge, nevica con piccoli fiocchi che sembrano palline di polistirolo sbriciolato e nel secchio poggiato sul tavolo Andriy sta sciogliendo in un forte solvente proprio un blocco di polistirolo. «Quando assume questa consistenza gelatinosa è pronto. Lo versate nella bottiglia, aggiungete due parti di benzina, un pizzico di polvere di alluminio..». Qualcuno prende appunti. 

Al piano terra, dietro la grande porta nera, c’è la sala principale. L’ultimo film proiettato è stato Assassinio sul Nilo, poi la Russia ha invaso il Paese. Mancano due ore al corso, nel foyer c’è la stessa frenesia di una prima. Sul pavimento ci sono decine di sacchi con abiti, giocattoli, beni di prima necessità arrivati per aiutare i profughi che hanno trovato riparo dopo 24, anche 48 ore di viaggio dall’inferno di Kiev, Kharkiv, Mariupol.

È facile trovarli, sulla parete con le foto dei più famosi registi ucraini ci sono fogli A4 con una freccia e un’unica parola stampata: rifugio. Nella pancia del cinema si muovono decine di persone che dormono su materassini di fortuna, in un grande spazio unico che serviva come archivio delle bobine e dei materiali di scena. Artem è un ragazzino di 16 anni, peserà 50 chili al massimo, tira pugni a vuoto come fosse un pugile. La sua cameretta è un corridoio con vecchi bersagli per il tiro con l’arco. È scappato assieme alla famiglia da Zaporizhzhya, uno degli obiettivi ambiti dai russi per la centrale nucleare e, se potesse, andrebbe a combattere subito. «Sono scappato con mia madre e i miei due fratellini, devo prendermi cura di loro. Ora sono io l’uomo di casa». Quando sono fuggiti ha preso le uniche cose importanti per lui: cellulare, scarpe e guantoni blu. Impressione confermata, è un pugile. «Faccio mma da anni, continuo ad allenarmi come posso, può sempre tornare utile. Ma forse ora è meglio saper sparare».


Non c’è problema, deve solo risalire al piano terra e seguire la lezione di un omone pallido con la barba rossa. Il giubbetto antiproiettili gli sta appena. «Così si sgancia il caricatore – clic – Questa leva serve per l’espulsione del percussore – clic – Tirate il grilletto per essere sicuri di non avere colpi dentro – clac – Poi rimuovete la parte superiore dell’impugnatura». È un chirurgo del Kalashnikov. Parla dal palco a poche decine di persone sedute comodamente sulle poltroncine rosse. La teoria dura 3 minuti, non c’è tempo per le chiacchiere, si passa alla pratica.

Soprattutto non è il caso di fare questioni di genere, questo corso è aperto a maschi, femmine, ragazzini, anziani. «Sono una donna, sono una madre, sono ucraina», ci dice una delle partecipanti che però non si è ispirata a Giorgia Meloni. Monta e smonta l’Ak47 senza rovinare lo smalto alle unghie. «Sono una casalinga, non ho mai sparato e non ho mai toccato un fucile ma voglio difendere la mia famiglia. Le donne ucraine non stanno ferme ad aspettare, tutti dobbiamo fare la nostra parte contro gli invasori. Slava Ukraine! (gloria all’Ucraina, ndr)».

Fate attenzione, quello che avete letto finora non è il soggetto di un film. È “solo” la piccola cronaca di una giornata qualunque in un Paese in guerra. Un Paese molto vicino.