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“Una destra di sfigati” che vuole decidere delle nostre vite

Con queste parole Luigi Di Maio cerca di dissociarsi dal congresso sulla famiglia di Verona. Ma tre ministri leghisti aderiscono entusiasti all'iniziativa oltranzista, e grazie al suo governo la lotta ai diritti entra nel vivo

Matteo Salvini durante un comizio della Lega

Foto IPA

 “Più che destra sono degli sfigati, se trattano così le donne”. Questo è il pensiero che ieri a Di Martedì il vicepresidente del Consiglio ha dedicato all’imminente World Congress of Families, la manifestazione dedicata al tema della famiglia che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo. Sull’iniziativa il governo si sta spaccando, almeno di fronte alle telecamere. Il punto è che sulle locandine dell’incontro promosso dall’organizzazione chiamata World Congress of Families, una rete internazionale vicino a posizioni di ultradestra e all’oltranzismo religioso, negli scorsi giorni era apparso il logo della presidenza del Consiglio dei ministri. Il numero uno di Palazzo Chigi Giuseppe Conte ha quindi smentito di aver ricevuto, e tantomeno firmato, una richiesta di patrocinio, e ora il logo sarebbe sparito dai manifesti.

“È un’iniziativa personale di Lorenzo Fontana”, ha fatto sapere il presidente del Consiglio. Stessa posizione di Di Maio, che ha spiegato come “se vorrà partecipare, il ministro della Famiglia lo farà per rappresentare la sua forza politica e non il governo”. Al di là dell’idea di democrazia col bilancino che i 5 Stelle palesano ogni volta ce ne sia l’occasione – come quando sul tema del ddl sulla legittima difesa sostengono di non essere sulle stesse posizioni di Salvini, ma si dicono pronti a votarlo perché oggetto del contratto di governo -, c’è qualcos’altro che non convince nelle parole del neo fondatore del Movimento.

Basta dare una sbirciata al sito del World Congress of Families per capire che non è sufficiente la presa di distanza di Di Maio per liquidare l’argomento. Perché l’esecutivo gialloverde – logo o non logo – in quella specie di remake del remake del Nome della rosa che andrà in scena a fine mese nella città veneta c’è dentro con tutti e due i piedi. Tra i primi quattro nome dell’elenco dei relatori, infatti, i membri del governo sono tre, intervallati solo dalla prestigiosa conferma della presenza del presidente moldavo Dodon, che da quando è stato eletto è sotto i riflettori degli organismi che si occupano di diritti per la sua dedizione nel rendere sempre più illiberale l’ex repubblica socialista.

Al primo posto tra le personalità che hanno dato la loro disponibilità c’è Matteo Salvini, ministro degli Interni e vicepresidente del Consiglio. E quando il numero 2 del governo ci mette il faccione, è un po’ complicato per i suoi sodali disimpegnarsi. Accanto a lui compare il ministro Fontana, che qui è padrone di casa. Da sempre è uno degli esponenti più in vista della Lega di Verona, dove è stato anche vicesindaco e ultras dell’Hellas. In tema di diritti (negati) Fontana, vicino a tutti gli ambienti più oscurantisti della chiesa, è quello che sta dettando la linea per quanto riguarda il governo, nonostante i tentativi del sottosegretario grillino Spadafora di riequilibrare la rotta.

Infine c’è il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. Di lui non si sapeva molto prima della nomina, se non che è un tecnico – qualcuno dice prof di ginnastica – in quota Lega e che conserva l’antica abilità degli eredi di Umberto Bossi nell’offendere il popolo del Sud. La sua presenza a Verona ha sollevato le critiche delle associazioni studentesche. 

Il congresso è un’appuntamento itinerante, che ogni anno tocca un Paese diverso. Per questo sul palco sono previsti gli interventi di tanti ospiti internazionali: religiosi, rappresentanti dell’associazionismo cattolico, uomini delle istituzioni. Vengono sia dal mondo occidentale che dall’Est Europa, confermando che Visegrad è l’orizzonte a cui una parte della nostra classe politica guarda sempre più con insistenza.

Tornando all’Italia, si registra la presenza di altre figure molto vicine al corso salviniano del fu Carroccio. Immancabile il papillon di Simone Pillon, il senatore leghista che ha reso maggioranza le posizioni del Family Day. Sua è la firma sul ddl che vuole rivedere il sistema degli affidi dei minori, un provvedimento che mira a rendere più complicati divorzio e separazione. Nella sua visione dell’Italia, dovrebbe essere il primo passo verso la cancellazione del diritto d’aborto e delle unioni civili. Pillon rappresenta oggi il cavallo di troia della galassia pro vita nella stanza dei bottoni.

Dietro di lui si muovono Antonio Brandi, presidente di World Congress of Families, più volte avvicinato a Forza Nuova e al neofascista Roberto Fiore, e poi Jacopo Coghe, il leader del Family Day Massimo Gandolfini, CitizenGo e altre realtà. A Verona, una dopo l’altra, tutte avranno il loro momento. Intervallate da volti meno di piazza e più di governo, come il sindaco di Verona Sboarina e il presidente veneto Fontana, a dire una volta di più che la Lega – oggi secondo i sondaggi partito di maggioranza relativa in Italia – è al fianco di antiabortisti e, in alcuni casi, omofobi.

Tra i relatori non può mancare Antonio Maria Rinaldi, oggi ideologo da talk show principe del governo, e Enrica Perucchietti, altra giornalista modello “la verità che i giornali non vi dicono” che oggi va per la maggiore. O Angela Pellicciari, storica che una volta fece adottare ai suoi allievi dei testi di Hitler con prefazione del neofascista Franco Freda.

Ci sono poi personaggi davvero folkloristici. A cominciare da Silvana De Mari, le cui uscite sono spesso riprese dai giornali (e dai magistrati) e Alessandro Meluzzi, ma soprattutto Sua Altezza Serenissa Gloria, Principessa di Thurn e Taxis – già, proprio così -, un paio di nobili decaduti, un arciprete, un patriarca, il ministro ombra per lo Sviluppo Sociale dell’Uganda. 

Detto della Lega, presente in massa e con entusiasmo alla parata, a Verona non mancheranno le opposizioni – si fa per dire -, perché certi temi in Italia sono da sempre bipartisan. E così ecco che saliranno sul palco Giorgia Meloni ed Elisabetta Gardini di Forza Italia. Non figurano per il momento personaggi riconducibili al centrosinistra: almeno un passo avanti, in un mondo dove pure mettere in discussione lo slogan del Ventennio “Dio, Patria, Famiglia” è considerato un’inaccettabile forzatura. Non ci saranno nemmeno i 5 Stelle: loro certe idee le sostengono solo quando arrivano in parlamento. 

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