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Un Pianeta affamato: dentro la crisi alimentare globale

Da quando la guerra in Ucraina è iniziata, Putin – e alcuni CEO compiacenti – hanno spinto alla fame 20 milioni di persone. Se non apportiamo grandi cambiamenti il prima possibile, affronteremo una carenza di cibo di massa

Fotografia di Ashley Gilbertson/VII/Redux

Quando il cibo scarseggia, regnano la fame, il caos e la violenza. Il presidente russo Vladimir Putin non solo lo sa meglio di chiunque altro, ma lo utilizza come arma. Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha deliberatamente interrotto le esportazioni di grano del Paese, dando il via a una crisi alimentare globale. L’Ucraina è il sesto maggiore esportatore di grano al mondo e – bloccando i porti ucraini, distruggendo le linee ferroviarie, rubando le granaglie e uccidendo i coltivatori diretti – Putin è riuscito a togliere circa 20 milioni di grano dai mercati.

La produzione globale di grano ammonta a circa 850 milioni di tonnellate, per cui questa situazione difficilmente scatenerà una carestia mondiale. Ma è sufficiente a fare innalzare il prezzo del grano di oltre il 60% nel corso dell’annata. Negli USA, dove il cittadino medio spende meno del 10% del proprio reddito in cibo, ce ne accorgeremo a malapena. Ma per le persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo, molte delle quali spendono il 40% del proprio reddito in cibo, questo potrebbe fare la differenza fra mangiare o patire la fame. I prezzi elevati del cibo hanno già auto effetti devastanti nelle nazioni più povere, portando 20 milioni di persone alla fame solo nell’Africa Subsahariana e scatenando rivolte in Sri Lanka.

Questa crisi, però, in un certo senso è artificiale, dato che non è causata da una reale scarsità di cibo nel mondo. Anche con la scomparsa del grano ucraino dal mercato, ce n’è ancora moltissimo in circolazione. Il vero problema sono il suo prezzo e il costo di distribuzione. E Putin non è l’unico ad approfittare di questa situazione. I commercianti di materie prime fanno profitti sulle oscillazioni fuori controllo dei prezzi, gli spedizionieri guadagnano dalle persone che hanno disperatamente bisogno di grano, i produttori di fertilizzante lucrano sui contadini che cercano in ogni modo di massimizzare la resa dei loro raccolti e i politici proto-fascisti sono ben felici di strumentalizzare la crescita dei prezzi per dimostrare che la democrazia è un fallimento.

Un volontario distribuisce pane agli anziani nel nord-est di Kharkiv, in Ucraina. Foto via Getty

Dietro all’improvviso panico per il cibo, però, fa capolino una crisi ben più grave e preoccupante. «La guerra in Ucraina ha mostrato quanto sia fragile la filiera del cibo», dice Thomas Jonas, CEO e cofondatore di Nature’s Fynd, azienda che utilizza i funghi per produrre sostituti vegetali della carne e dei latticini. In parole più semplici, il modo in cui produciamo e distribuiamo il cibo è gravemente incasinato. Più del 40% del cibo prodotto in America viene sprecato, la maggior parte finisce a marcire e il resto viene buttato nella spazzatura da consumatori schizzinosi che hanno deciso che il sugo della pasta non era di loro gradimento.

Negli Stati Uniti si utilizzano centinaia di milioni di tonnellate di cereali e soia per produrre il carburante che alimenta auto e mezzi pesanti che bevono come cammelli. Massacriamo animali in allevamenti intensivi che sono al contempo disumani e luoghi in cui proliferano agenti patogeni e batteri. Gli sversamenti di fertilizzanti riempiono fiumi e laghi di sostanze nutrienti, facendo aumentare le alghe che creano zone morte ipossiche in acqua. Negli Stati Uniti occidentali le falde acquifere sono a rischio di essere prosciugate perché vengono sfruttate per irrigare colture che richiedono molta acqua, come il riso e le mandorle. Nell’India settentrionale, una delle principali regioni del Paese a livello di produzione di cibo, l’acqua è pompata dal sottosuolo in quantità così elevate che ogni anno il livello delle falde si abbassa di circa un metro.

E ora la situazione sta per peggiorare di molto. In primis, secondo le proiezioni, la popolazione mondiale entro la fine del secolo potrebbe aumentare fino a 10 miliardi di persone, dai 7,9 attuali. Per provvedere al fabbisogno di cibo, già a metà secolo, la produzione agricola globale dovrà crescere di più del 50%. Come sarà possibile? Il World Resources Institute ha esaminato attentamente lo scenario e ha stimato che sarà necessario riconvertire almeno 1,5 miliardi di acri di foreste, savane e zone paludose in aree coltivabili: una superficie quasi doppia rispetto a quella dell’India. Nel frattempo la produttività delle coltivazioni da cibo è già in declino a causa dell’innalzamento globale delle temperature e del clima sempre più estremo. Un recente studio realizzato dalla Columbia University ha evidenziato come i raccolti oggi siano del 21% inferiori rispetto a quello che sarebbero in assenza di climate change.

Un altro studio, uscito su Nature Food, prevede che già nel vicino 2040 potrebbe verificarsi un’allarmante contrazione nei raccolti importantissimi di cereali e riso – che, insieme al grano, forniscono metà delle calorie di origine vegetale al mondo. Come mi ha detto di recente Donald Ort, un professore di biologia vegetale della University of Illinois, «Il più grave cambiamento globale che minaccia la disponibilità di cibo è l’innalzamento delle temperature».

In questo senso, Putin rappresenta un pericolo per il mondo molto maggiore di un improvviso picco dei prezzi del grano. L’impero di Putin si regge sulle grandi riserve russe di petrolio e gas, che sono il motivo principale del rapido aumento delle temperature del pianeta. E un mondo più caldo è anche più affamato. «Putin è un emissario del caos», dice Ruth Ben-Ghiat, autrice del volume Strongmen: From Mussolini to the Present. E nulla evoca il caos come milioni di persone ridotte alla fame su un pianeta che si fa velocemente sempre più caldo.

La tragedia è che non necessariamente le cose devono andare così. L’America è l’Arabia Saudita del cibo. Potremmo eliminare la fame nel mondo in sei mesi, se solo volessimo. Ma la nostra filiera del cibo non è organizzata per la ricerca del bene di tutti. È pensata per dare il maggior profitto a coloro che controllano la distribuzione del cibo. Ovvero, come una volta ha detto Senait Gebregziabher, direttore di Oxfam in Somalia: «Le carestie non sono fenomeni naturali. Sono solo catastrofici fallimenti politici».

L’Ucraina ha un suolo fra i più ricchi del pianeta. È terra scura, piena di vermi e batteri che aiutano la coltivazione. I coltivatori diretti producono grano da secoli e lo esportano in tutto il mondo, via nave, attraverso i porti del Mar Nero. È per questo che la regione è da tempo ambita dai leader russi. Nel 1768 la zarina russa Caterina II ha inviato più di 100mila soldati in quella che ora è l’Ucraina. Aveva l’intento di prendersi la regione, usarla per controllare il grano e sottomettere l’Europa. «Odessa è così divenuta una fiorente città esportatrice di granaglie e ha reso ricchissimi gli zar successori di Caterina, ma anche i nobili proprietari terrieri», scrive lo storico Scott Reynolds Nelson in Oceans of Grain, un nuovo libro sul modo in cui il commercio di grano ha influenzato il mondo intero.

Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina è divenuta uno Stato indipendente e le esportazioni di granaglie sono nuovamente decollate. Nel 2021 l’Ucraina era responsabile del 9% dell’intero commercio di grano mondiale. E molto finisce ai Paesi poveri in via di sviluppo. Per esempio, l’Eritrea riceve circa la metà delle sue importazioni di grano dall’Ucraina. Il Libano è a quota 70%. E il grano che questi Paesi non ricevono dall’Ucraina arriva dalla Russia, che ne è divenuta il più grande esportatore al mondo.

L’unica lezione che Putin ha imparato dalle lunghe tribolazioni della Russia per impadronirsi dei campi di grano ucraini è che chiunque controlli i campi di grano controlla anche la stabilità dell’Europa e, per traslato, la maggior parte del mondo occidentale. Era vero nel 18° secolo come lo è oggi. La corporativizzazione dei rifornimenti di cibo in tutto il mondo e la crescente dipendenza dal cibo processato significano che la domanda di grano è cresciuta costantemente. Pane, noodles, pasta, biscotti, cracker: richiedono tutti le qualità uniche del glutine del grano. Il grano è il carburante per il nostro pianeta–fast food.

Quando è iniziata l’invasione russa, i campi di grano ucraini sono stati uno dei primi obiettivi di Putin. L’esercito russo ha occupato fattorie, distrutto macchinari agricoli e bloccato i porti da cui partivano le granaglie. Putin e i suoi fedelissimi non hanno mai fatto mistero delle loro intenzioni. Dmitry Medvedev, presidente del Comitato di Sicurezza russo, ad aprile su Telegram ha detto che il cibo è l’arma «silenziosa, ma minacciosa» del Cremlino. «Non consegneremo i nostri prodotti, agricoli e di altro tipo, ai nostri nemici», ha detto Medvedev. Che è come dire: o state con noi o morirete di fame.

Alcuni soldati ucraini passano davanti alle attrezzature agricole distrutte dai carri armati russi, 14 maggio 2022. Foto di John Moore/Getty Images

Comunque i coltivatori ucraini non si sono arresi. Anche con le pallottole che fischiano intorno a loro, molti sono ancora al lavoro nei campi, indossando giubbotti antiproiettile e girando attorno ai crateri creati dalle bombe, cercando faticosamente di seminare. Ma per Putin il blocco dei porti e l’interruzione delle spedizioni delle granaglie hanno già sortito l’effetto desiderato, causando l’impennata dei prezzi per i Paesi in via di sviluppo che dipendono dal grano ucraino e alimentando grossi timori per una crisi alimentare globale. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha detto che il blocco delle esportazioni ucraine potrebbe aiutare «a far precipitare decine di milioni di persone verso il baratro della fame». Il risultato potrebbe essere «malnutrizione, fame e carestia, con una crisi che potrebbe durare anni».

I prezzi del cibo e l’inflazione hanno già causato rivolte e proteste in Indonesia, Pakistan, Perù e Libano. In Sri Lanka la scarsità di cibo, unita alla crescita dei prezzi, ai blackout e alla scarsità di combustibile ha portato a disordini nelle strade e alla richiesta di un cambio ai vertici politici. In Iran sono esplose violente proteste dopo che il governo ha alzato il prezzo del pane, dell’olio e dei latticini. La situazione degli iraniani è resa ancora peggiore dalle rigide sanzioni degli Stati Uniti e da un regime politico religioso corrotto. Se la qualità della vita continuerà a precipitare, potrebbe esserci un colpo di stato militare simile a quello fallito nel 2017-18. Per Putin queste sono ottime notizie. Caos e fame gli forniscono una leva nei confronti dei leader meno corrotti che non possono sopportare di affamare i bambini per il proprio tornaconto politico. Come ha detto a Der Tagesspiegel Ruediger von Fritsch, ex ambasciatore tedesco a Mosca: «Putin spera che l’interruzione della fornitura di granaglie conduca a una crisi migratoria, con flussi di persone ridotte alla fame che fuggono verso l’Europa. Questo destabilizzerebbe l’Unione Europea e la spingerebbe ad ammorbidire le sanzioni verso la Russia».

Non aiuta il fatto che la filiera del cibo sia pronta per una mossa come quella Putin. Prova di ciò sono i commercianti di beni che hanno gonfiato i prezzi nel 2010-2011, cosa che ha portato alla Primavera Araba. Grano, cereali, riso e altri alimenti di base sono prezzati e venduti come tutti gli altri beni sul mercato globale, come il petrolio o il gas. E mentre i grossi produttori e consumatori stipulano contratti a lungo termine per questo tipo di transazioni, i trader sono più attivi sui mercati, riuscendo quindi a causare aumenti di prezzo nel breve periodo. Nel volume The World for Sale: Money, Power and the Traders Who Barter the Earth’s Resources, gli autori Javier Blas e Jack Farchy suggeriscono che nel 2010 Glencore, una grande azienda che commercia in beni di consumo, abbia utilizzato informazioni riservate per alimentare paure di una imminente scarsità di granaglie e convincere i russi a imporre uno stop all’esportazione di grano. I russi si sono adeguati e il prezzo del grano è schizzato alle stelle. Però, quello che Glencore ha omesso di dichiarare è che l’azienda aveva fatto grandi scorte di grano e mais, mettendosi nelle condizioni di guadagnare grazie alla crescita dei prezzi che aveva contribuito a creare. «Fra giugno 2010 e febbraio 2011 il prezzo del grano è più che raddoppiato», scrivono Blas e Farchy. «Glencore era nella posizione ottimale per lucrare sulla crisi che aveva aiutato a verificarsi. La branca di commercio agricolo dell’azienda ha quindi registrato guadagni per 659 milioni di dollari nel 2010, l’annata migliore mai registrata e con introiti ben superiori a quelli della branca legata al petrolio e al carbone messe assieme». Una cosa è fare un po’ di soldi in una piccola transazione di beni. Ma questo losco affare ha avuto grosse ripercussioni. Il rialzo dei prezzi nel 2010 e 2011 ha dato il La a rivolte che hanno scalzato dal potere dittatori in Tunisia, Egitto e Yemen, oltre a far nascere un movimento di protesta in Siria che ha portato a uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi di sempre, nella regione. La crescita dei prezzi del cibo non avrà causato da sola tutto questo caos, ma come Putin sa bene ha avuto di sicuro un ruolo decisivo.

Sugli altipiani del Montana, i filari verdi di grano invernale che crescono nei campi marroni hanno l’aspetto di file di banconote. Qui il panico per la carestia di cibo ha il sapore di una nuova febbre dell’oro. È una tragedia mondiale, certo, ma se hai del grano che sta crescendo nei campi c’è la possibilità farci molti soldi. In luoghi come Big Sandy, ai piedi delle Bear Paw Mountains, dove il grano del Montana cresce meglio, i campi verdi del grano invernale sono a poche settimane dal momento del raccolto. Nel frattempo è già iniziata la semina del grano primaverile. Ovunque tu vada, vedi trattori solcare i campi, con una nuvola di polvere che li segue, mentre trainano macchinari che piantano semi di grano nel terreno.

Una domenica mattina di poco tempo fa, alla guida di uno di quei trattori c’è senatore del Montana Jon Tester. È uno dei pochi coltivatori diretti eletti al congresso e la sua famiglia ha lavorato gli stessi campi per 110 anni. La sua fattoria ha 1.800 acri di terreno. Lavora principalmente da solo, aiutato dalla moglie Sharla e dal figlio Shon. Quasi ogni giovedì sera vola da Washington D.C. al Montana, lavora nei campi per tutto il weekend e poi torna a D.C. lunedì mattina.

A mezzogiorno circa, Tester ferma il suo trattore. Si siede con me in mezzo a un campo e parliamo di cosa significhi essere un coltivatore di grano in Montana nel pieno di un casino globale legato al cibo. È un uomo dalle fattezze rudi, con un taglio di capelli a spazzola anni ’50 e tre dita mancanti dalla mano sinistra, per via di un incidente con un tritacarne quando aveva solo 9 anni. Indossa una felpa grigia sgualcita con la scritta “Hellgate” e degli scarponi di cuoio vissuti.

Il senatore Jon Tester, coltivatore di grano di quinta generazione, nella sua fattoria di 1800 acri a Big Sandy, Montana. Foto di Melina Mara/Washington Post/Getty Images

Il prezzo alto del grano è una buona cosa, dice Tester, ma il prezzo del diesel e delle attrezzature cresce altrettanto velocemente, quindi non è proprio una corsa all’oro. «Nel breve periodo va benone», spiega. «Nel lungo periodo va male. Alla lunga i prezzi del grano scenderanno, ma quelli delle attrezzature resteranno elevati». Poi chiama Putin «un buffone totale» ed è preoccupato per la fame che può causare caos e rivolgimenti politici, cosa che gioca a favore di Putin. «Quando c’è gente affamata», spiega magistralmente, «non è mai una buona cosa».

Ma quello che davvero lo preoccupa è la pioggia. Lo scorso anno è stato il peggiore che ha visto fin dagli anni ’40 a causa della siccità, di alcune strane grandinate e di un’invasione di cavallette che hanno distrutto tutto. E quest’anno Tester teme che andrà altrettanto male. La regione è ancora nella morsa della siccità. Ma è ancora più in ansia per un’altra cosa. Lo tormenta il pensiero che qualcosa sia radicalmente mutato nel clima del Montana e che i giorni in cui poteva coltivare in questo posto siano giunti al loro termine. In quel senso, la crisi globale del cibo è solo l’inizio di tempi duri in arrivo. «I campi di grano del Montana possono sfamare il mondo», dice osservando un paio di antilopi che pascolano nel suo grano, a distanza. «Ma perché sia possibile ci serve un po’ di pioggia».

La prova più diretta di quanto la nostra filiera del cibo sia fottuta è proprio nel serbatoio della vostra auto. Circa il 10% del carburante nel vostro serbatoio è etanolo distillato dal mais, poi mescolato a gasolio in raffineria, secondo la teoria per cui questo è il modo più pulito di ottenere carburante e aiuta gli Stati Uniti a ridurre la dipendenza dal petrolio del Medioriente. Infatti trasformare il mais in carburante è una delle maggiori truffe politiche del nostro tempo, sostenuta da ogni presidente negli ultimi 30 anni (la maggior parte dei quali, non a caso, ha preso soldi dalle aziende che si occupano di etanolo), e dimostra che la rabbia dei votanti alla guida di un SUV, sconvolti dall’aumento del carburante, sia molto più spaventosa per i politici che non la sofferenza silenziosa delle persone che non possono permettersi di nutrire i loro figli.

Il problema è questo: convertire il mais in carburante rappresenta un utilizzo terribilmente inefficiente della terra che potrebbe essere impiegata per altri scopi, come coltivare cibo per gli affamati. Gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero rimpiazzare immediatamente le esportazioni mancate dall’Ucraina tagliando del 50% la loro produzione di biocarburante. Negli Stati Uniti, 38 milioni di acri di terra – un’area più estesa dell’Illinois – sono utilizzati per coltivare mais che deve servire a riempire i serbatoi dei SUV: si potrebbero sfamare 150 milioni di persone con la terra che gli Stati Uniti usano per la produzione di mais per etanolo. «Non ha alcun senso», dice Tester. «I libri di storia probabilmente non saranno teneri con noi per aver preso il cibo e averlo messo nel carburante».

Il bioetanolo è stato sponsorizzato per primo dal presidente Jimmy Carter, come parte della soluzione alla crisi energetica degli anni ’70. È stato formalmente regolamentato dall’Energy Policy Act del 2005, che ha fissato uno standard per i carburanti rinnovabili secondo cui ora 15 miliardi di galloni di etanolo devono essere mescolati al carburante ogni anno. Questa primavera, mentre i prezzi del carburante salivano, il presidente Biden ha nuovamente fatto ricorso all’etanolo, alzando il limite che se ne può addizionare ai carburanti dal 10 al 15%, nel disperato tentativo di far vedere che si stava movendo per frenare la corsa al rialzo dei prezzi senza però creare disagi ai guidatori di veicoli assetati di carburante.

La follia della truffa del bioetanolo è stata svelata da tempo. In larga parte ne è responsabile la lobby del mais che ha una grossa influenza politica, ma con l’aiuto e lo spalleggiamento degli investitori e degli imprenditori che non vedevano l’ora di vendere l’idea che coltivare carburante nei campi fosse un’idea rivoluzionaria.

«Il bioetabolo è solo una piattaforma, il primo passo di una transizione molto più ampia da un’economia basata sugli idrocarburi a una che si fonda sui carboidrati», l’investitore di Silicon Valley Vinod Khosla mi ha detto 15 anni fa, nel suo bellissimo ufficio sulle colline che dominano Palo Alto. Le coltivazioni di piante da bioetanolo della prossima generazione saranno più efficienti e meno impattanti sull’ambiente, ha detto. Mi ha raccontato di un’azienda chiamata E3 BioFuels che aveva appena aperto uno stabilimento per la trasformazione del bioetanolo a Mead, Nebraska. Il complesso era alimentato principalmente con biogas proveniente da letame bovino, configurandosi quindi come un «sistema a circuito chiuso» che richiedeva pochissimi combustibili fossili per produrre bioetanolo.

Ma il progetto è morto prima ancora di iniziare. L’azienda non si è mai rimessa in sesto dopo un’esplosione verificatasi all’inizio dell’attività. E3 BioFuels ha dichiarato bancarotta appena pochi mesi dopo la nostra conversazione. Un’azienda chiamata AltEn ha riaperto l’impianto nel 2015, questa volta per utilizzare semi di mais per produrre etanolo. Ma è uscito fuori che quasi tutto il mais proveniente dall’agricoltura intensiva degli Stati Uniti era ricoperto di pesticidi, che hanno inquinato l’aria e l’acqua dell’area. L’impianto ha chiuso nel 2021, lasciandosi dietro un incubo tossico. Le api muoiono, la gente si ammala e i cittadini di Meade sono impegnati in una battaglia epica per risanare quel disastro. «Nessuno pagherà», ha detto a Grist un cittadino di Meade. «La faranno franca e basta». L’azienda non ha risposto alle nostre richieste di commentare l’accaduto.
In Europa i combustibili rinnovabili hanno avuto un impatto ancora più perverso. Per anni i produttori di carburanti hanno percepito speciali crediti per i biocarburanti, incluso l’olio di palma importato. Le conseguenze sono state tanto prevedibili, quanto devastanti: in Indonesia e Malesia milioni di acri di foresta pluviale sono stati disboscati e trasformati in piantagioni per olio di palma. Ora l’Unione Europea sta cercando di varare nuove regole che accelereranno il trend, promettendo che il 20% delle terre coltivabili del continente saranno impiegate per i biocarburanti. Il risultato quasi sicuramente porterà altre deforestazioni, maggiori emissioni di carbonio e prezzi più alti per il cibo. Come spiega Michael Grunwald: «L’unica cosa che i biocarburanti fanno bene è convogliare più denaro nelle tasche dei coltivatori».

Il denaro è infatti l’unico vero raccolto che fanno i coltivatori nei Paesi sviluppati. «Fare i coltivatori non è più roba alla Furore di Steinbeck», dice Vince Smith, economista agricolo presso la Montana State University. «I coltivatori del Montana mediamente maneggiano asset per 7-8 milioni di dollari nelle loro fattorie». Grandi fattorie significano, però, anche grandi lobby che fanno pressione per avere sussidi in aiuto dei raccolti di prodotti agricoli come mais, grano e soia che vengono coltivati in larghissima scala. In 88 Paesi, i vari governi elargiscono 540 miliardi di dollari all’anno a supporto dell’agricoltura. Negli Stati Uniti, spiega Smith, gli aiuti sono distribuiti in base agli acri posseduti, quindi più grande è la tua fattoria, più denaro ricevi. Sempre secondo Smith, il 50% di tutti questi sussidi finisce al 10% di coltivatori che hanno le fattorie più estese. «Se hai una piccola fattoria nel Mississippi gestita da afroamericani», dice Smith, «ti arriva davvero pochissimo».

Il rischio per la disponibilità del cibo dovuta all’innalzamento delle temperature si spiega con regole base di fisica e biologia. Come gli esseri umani, le piante hanno una loro zona di Goldilocks. Reagiscono alla temperatura come noi. Solo che non possono alzare al massimo il condizionatore se fa troppo caldo. Già, le piante possono spostarsi verso zone climatiche più favorevoli, nel tempo, specialmente quelle che nascono da semi che volano nel vento o vengono trasportati dagli uccelli. Con il tempo, intere foreste possono spostarsi verso climi più freschi. Ma le singole piante, una volta che hanno messo le radici, sono bloccate. E se fa troppo caldo sono in guai seri. Il calore aumenta il metabolismo delle piante, così come lo fa nelle persone. Fa aumentare la frequenza cardiaca, in effetti. E questo aumenta il ritmo di tutto il resto, incluso il bisogno di acqua. Le piante sono composte dall’80 al 95% di acqua (gli umani, invece, dal 55 al 60%). L’acqua è fondamentale per tutte le funzioni principali, inclusa la fotosintesi. Alcune piante sono più efficienti di altre nell’affrontare la scarsità di acqua, ma il rapporto fra acqua e calore è strettissimo: più caldo fa, più acqua serve. «Le piante sono come macchinari che pompano acqua», mi ha detto un biologo.

Quando il clima si fa caldo, le piante fanno più o meno quello che facciamo noi: sudano (nel caso delle piante si chiama evapotraspirazione). Invece delle ghiandole sudoripare, le piante hanno piccole aperture sulla parte inferiore delle foglie, simili ai pori della pelle umana, che liberano vapore acqueo. Una pianta da appartamento, per esempio, può traspirare l’equivalente del proprio peso in una giornata (se noi umani sudassimo così, dovremmo bere più di 70 litri d’acqua al giorno). Anche piccole variazioni di temperatura possono comportare grossi cambiamenti nella sudorazione.

«Per capire quanto la temperatura sia importante, basta pensare che se si passa da 25 a 35 gradi Celsius il fabbisogno di acqua per garantire la stessa crescita diviene più che doppio», dice David Lobell, agronomo presso la Stanford University. A causa della rapidità con cui il mais cresce, traspira moltissimo. Un solo acro di mais in Iowa può traspirare fino a 15mila litri in un giorno, cioè una quantità di liquido che permetterebbe di riempire una piscina da giardino in 4 giorni. Il calore poi impatta sulle piante in altri modi. Cambia i periodi di fioritura, sfasando la sincronizzazione con gli impollinatori. Le temperature in crescita rendono le piante più vulnerabili ad agenti come l’Aspergillus Flavus, un fungo che produce un veleno in grado di uccidere una persona che ne ingerisca un solo boccone. L’innalzamento della temperatura fa sì che le piantine di riso assorbano l’arsenico dal suolo tramite le radici, rendendo il riso tossico. Il caldo poi allunga il ciclo vitale degli insetti infestanti che attaccano le piante. I bruchi giungono a maturazione in soli 21 giorni anziché 28: questo significa che ci saranno più generazioni infestanti nella medesima stagione, aumentando il danno che possono causare.

Le soluzioni per creare colture meno sensibili al calore non sono così semplici come potrebbe sembrare. Gli scienziati, in effetti, ora dispongono di strumenti che consentono loro di copiare e incollare il DNA con la stessa facilità con cui lo si fa usando Word. Si potrebbe pensare che, se possiamo piazzare un gene dei pesci nei pomodori per impedire che gelino, allora si può anche inserire il gene di un cactus nel mais per fargli sopportare le temperature più elevate. Ma la resistenza al calore non è un tratto, come gli occhi blu o il colore dei petali. «Capire come il calore impatta sulle piante è come cercare di comprendere come il nostro corpo risponde al Covid», mi spiega Meng Chen, professore di biologia botanica alla UC Riverside che si occupa di come le piante percepiscano e rispondano alle fluttuazioni nella temperatura. «Capire ciò significa comprendere tutto di come una pianta vive e cresce, perché la temperatura influenza virtualmente ogni aspetto della sua vita».

Alexis Racelis, professore associato di agroecologia alla University of Texas, Rio Grande Valley, è scettico a riguardo delle piante geneticamente modificate per un motivo diverso: anche se si possono risolvere i problemi dei semi legati al calore, i raccolti saranno sicuramente monopolizzati dalle grandi aziende di sementi, aumentando il controllo delle corporation sui coltivatori e sulla catena del cibo. «Anche se le aziende che producono sementi trovassero una soluzione, non aiuterà i Paesi in via di sviluppo dove la gente è alla fame», Racelis mi spiega. Altri ricercatori stanno studiando le differenze genetiche. Il mais, ad esempio, è nato e si è evoluto in un luogo caldo (il Messico sudoccidentale). C’è di sicuro una sequenza di geni che rende alcune varietà di mais più resistenti al calore di altre, ma come trovarla? «Possiamo trovare i geni legati ad alcuni tratti semplici, ma per cose complesse come la resa o la resistenza al calore non è possibile farlo», dice Seth Murray, un vivaista e genetista della Texas A&M University. «Ci sono così tanti geni diversi nel genoma e tutti interagiscono fra loro. Dovremmo coltivare più piante di mais di quante sono le stelle in cielo e analizzarle tutte per capire la funzione di tutti i geni del genoma». Invece Murray è in cerca dei caratteristiche come la tolleranza al calore: l’ha fatto piantando circa 7mila varietà di mais con diversi profili genetici e utilizzando dei droni per vedere quali crescono meglio. È un modo per studiare la diversità genetica senza dovere mappare il DNA.

Un’altra soluzione per coltivare cibo su un pianeta caldo è farlo al chiuso. Qualche anno fa ho incontrato un tizio di nome Jonathan Webb a una conferenza in Idaho. Aveva il sogno di costruire una gigantesca fattoria tecnologica in Kentucky per trasformare la zona centrale degli Appalachi nella capitale della tecnoagricoltura negli Stati Uniti. Il suo sogno avrebbe creato posti di lavoro, consentito di coltivare cibo in modo più efficiente e, con un’impronta ecologica molto ridotta rispetto al vecchio metodo di mettere un seme nella terra, magari assumendo immigrati clandestini per il raccolto, caricare tutto su tir e trasportare il tutto verso un supermarket vicino a te. Pensavo fosse un progetto nobile ma folle, visto che Webb aveva un background in campo di energia solare e non era un coltivatore. Della coltivazione intensiva di pomodori sapeva quanto me.

Pomodori coltivati ​​nella struttura di AppHarvest di Morehead, Kentucky

Facciamo un salto avanti di 5 anni: Webb ed io stiamo camminando in una fattoria indoor hi-tech da 60 acri vicino a Morehead, Kentucky. Il suo sogno si è avverato: AppHarvest, l’azienda che aveva creato poco prima della nostra conversazione, ora è quotata in borsa e ha un market cap di 300 milioni di dollari. «Il vecchio modo di fare le cose non funziona più», Webb mi dice. «Questo è il futuro del cibo». Dentro sembra di essere in una giungla, ma una giungla ben organizzata. Su diverse impalcature crescono 700.000 piante di pomodori con le radici immerse in contenitori pieni d’acqua. Circa 300 sensori monitorano i microclimi di tutta la fattoria, mantenendo luce e umidità necessari. Viene utilizzata acqua piovana riciclata al 100%. Zero prodotti chimici, pesticidi o scarichi agricoli. Lampade a LED forniscono la luce necessaria nelle giornate nuvolose. La temperatura è controllata. Questo intero sistema è riproducibile e col tempo diverrà ancora più efficiente. Quando sono stato lì, Webb stava sovrintendendo alla costruzione di altre due fattorie indoor in Kentucky, una per crescere frutti di bosco e una per le verdure. Questo, soprattutto, è un modo per rendere meno rilevante il clima. Non è difficile immaginare un futuro di fattorie verticali estese in altezza.

Ma le fattorie verticali non sfameranno la gente dello Yemen, nel futuro prossimo. Per quello il cibo va coltivato alla vecchia maniera, seminando e pregando che piova. «La gente prova diverse coltivazioni, prova nuove varietà», mi dice Racelis un pomeriggio, mentre guidiamo fra le fattorie della Rio Grande Valley in Texas. «Ma alla fine non si possono battere le leggi della fisica e della biologia. Quando fa troppo caldo le cose muoiono».

In Montana, guardo Tester salire su suo trattore da 300.000 dollari e uscire nei campi trainando una seminatrice da 200.000 dollari. Il macchinario somiglia a un rimorchio armato di una cinquantina di grandi siringhe ipodermiche che iniettano i semi nel suolo. È un capolavoro di meccanica, capace di seminare 100 acri di terreno in un solo pomeriggio. Tutta l’attrezzatura di Tester è una meraviglia tecnologica: la cabina del trattore ha un sistema di filtraggio dell’aria, un impianto stereo e un sedile morbido ed ergonomico. Puoi seminare 100 acri e sentirti come se non avessi neppure lasciato il salotto di casa.

Ma i macchinari di Tester evidenziano una grande verità sull’agricoltura moderna: l’economia di scala della coltivazione sarà anche cambiata e gli attrezzi che si usano saranno anche sofisticati, ma il procedimento per coltivare cibo non è mutato dagli albori della storia. Tester fa la stessa cosa che facevano i contadini egizi 5.000 anni fa: mettere un seme nel terreno, sperare che germogli e che nulla lo uccida o lo mangi prima del momento del raccolto.

Mentre mi allontano guidando dalla fattoria di Tester, vedo il senatore da solo, sul suo trattore, intento a seminare grano sugli altipiani del Montana come la sua famiglia fa qui da un secolo. È una visione emblematica, come la torta di mele americana. La tentazione di sentirsi rassicurati da questa continuità è forte. Ma il mondo ora diverso, non c’è una sola nuvola foriera di pioggia all’orizzonte e ci sono chilometri di terra nella morsa della siccità, almeno stando a quanto vedo. Ci sono tante cose che possiamo fare per renderci meno vulnerabili alle carestie di cibo. Coltivare più cibo a chilometro per essere meno dipendenti dalla filiera di distribuzione globale; diversificare ciò che mangiamo in modo da non dipendere da grano e mais; non sprecare terreni per trasformare il cibo in carburante, ma utilizzare quelle terre per coltivare cibo per le popolazioni affamate; basarci su dati più precisi per capire esattamente quanta acqua e fertilizzante ci vogliono per i raccolti, così da ridurre gli sprechi; creare cibo dai funghi fermentati e sviluppare carni in laboratorio per rendere disponibili proteine a buon mercato impiegando meno terre e acqua. Dovremo ricorrere a tutte queste soluzioni, e molte altre, per sfamare il mondo nei decenni a venire.

La strumentalizzazione del grano, usato come arma da Putin, è una tragedia per le popolazioni affamate nel mondo che possono sopravvivere solo se il cibo costa poco. Ma è anche un segnale d’allarme per il resto del pianeta. Come l’invasione dell’Ucraina ha dato il La a un movimento che chiede di abbandonare petrolio e gas per togliere a Putin la fonte del suo potere e della sua ricchezza, questo disastro legato al cibo scatenato da Putin dovrebbe dare impulso al cambiamento nella nostra filiera del cibo, cosa che ci preparerebbe all’impatto degli shock legati al climate change che rimodelleranno il mondo in futuro. Come accade per i combustibili fossili, l’inerzia dei politici e i poteri finanziari del Vecchio Mondo sono i maggiori ostacoli al cambiamento. Ma la posta in gioco è altissima. Il cibo non è solo una necessità: è il fondamento della vita. Una civiltà che non riesce a nutrirsi è una civiltà destinata a non durare in questo mondo.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US